2012.11.15 - Vincenzo Maruccio
Forse noi italiani non siamo cambiati. C’era una volta l’Italia della ricostruzione post-bellica, una nazione con uomini dotati di volontà e di spirito di affermazione, ma anche di qualche farabutto, di qualche piccola canaglia.
Di questi imbroglioni abbiamo l’idea che essi fossero tutto sommato innocui. Tale classificazione è indubbiamente favorita dal modo in cui la commedia all’italiana ha ritratto detti uomini: un modo indulgente, comprensivo e a tratti persino fraterno.
Eppure, piaccia o meno, mezzo secolo fa avremmo riso di Vincenzo Maruccio, perché ci saremmo identificati in lui. Uno che si gioca il denaro del partito a videopoker, che si fa inviare i soldi della nonna dalla Calabria (e in autobus) e si brucia pure quelli sembra uscito da una commedia di Mario Monicelli. E infatti lì sarebbe stato, non altrove, ma non perché quegli uomini non esistessero, bensì perché per loro – mezzo secolo fa – sarebbe stato un po’ più difficile arrivare a un posto di potere. Non impossibile, si intenda bene, ma un po’ più complicato sì.
Non sono cambiati gli italiani, credo, ma è cambiato il potere. In esso sono stati cooptati (non si sa come) i cialtroni, i rubagalline e – a salire – sottili professionisti della delinquenza. Non esiste una grossa differenza tra governanti e governati dal punto di vista della morale, né da quello delle capacità, temo. Tutto pare inquinato dalla mediocrità, dall’approssimazione, dall’interesse personale. Forse un giorno capiremo le ragioni alla base di tutto ciò. Per adesso rimaniamo a guardare sconsolati questo spettacolo deteriore e avvilente. La nostra indignazione, infatti, pare non servire a niente.
NOTE