2013.07.31 - Francesco De Gregori, l'antipatico

Sono un appassionato di musica leggera. Adoro il cantautorato italiano in modo particolare. Spero di avere modo, un giorno, di occuparmene in modo ampio e disteso. Come tutti, ho passioni e idiosincrasie.

Ritengo artisti di livello assoluto Francesco Guccini, Enzo Jannacci e Claudio Baglioni. Trovo quest’ultimo estremamente bravo, e ciò a differenza di una certa parte della critica musicale italiana, che perlopiù è composta da incompetenti, ignoranti, musicisti irrealizzati perché incapaci, piccolo-borghesi falso-comunisti che farebbero bene a leggere Gramsci – ammesso siano capaci di capirlo, cosa tutt’altro che probabile – e a liberarsi del loro romanticismo da Sturm und Drang da avanspettacolo. Amo tutto ciò che è musicalmente ben fatto, dall’easy listening al progressive rock. Detesto le banalità.
Ritengo la musica leggera una forma di cultura, senza distinzioni tra cultura “alta” e “bassa”, poiché trattasi di distinzione che non ha il minimo senso. Un grande artista è tale sia che faccia il pittore, sia che vada su un palcoscenico con una chitarra elettrica. Stimo moltissimo Franco Battiato, Giorgio Gaber, Fabrizio De André e tanti altri, compresi artisti meno popolari e/o più giovani: Giorgio Canali e Vasco Brondi, per fare due nomi, suscitano in me grande ammirazione. Faccio estrema fatica ad ascoltare Antonello Venditti e Francesco De Gregori, per motivi in verità diversi. Non mi soffermerò sul primo, per motivi di spazio. Qualcosa su De Gregori però vorrei dirla, partendo dal presupposto che egli ha fatto molte cose belle.
Di De Gregori non ho mai potuto sopportare l'antipatia comportamentale, un carattere inutilmente spigoloso, una tendenza all’ermetismo vacuo. Soprattutto, trovo deteriore il suo dylanismo quasi infantile. De Gregori imbraccia la chitarra come Dylan, la suona come Dylan (maluccio), cammina come Dylan, ha crisi personali quando ce le ha Dylan. Il suo ermetismo letterario è pedissequamente dylaniano e lo è in modo provinciale. Complessivamente, De Gregori non è troppo dissimile da Bobby Solo che scimmiotta Elvis Presley. Certo, il livello è un altro, ma il principio è questo.
De Gregori è stato molte cose. A sinistra del Pci negli anni Settanta, quando a Milano venne letteralmente processato da militanti dell’Autonomia che lo accusarono, in verità in modo meschino, di essere un artista che poco o nulla faceva per le masse e che, al contrario, prosperava grazie e su di esse. Comunista poi. Di sinistra sempre, in verità (almeno a suo dire), lasciando tuttavia trapelare non un’insofferenza propria, ma quella di Dylan specchiata nel suo corpo e nella sua mente. Ripeto, De Gregori ha scritto e cantato cose bellissime, da “Rimmel” a “Povero me” passando per tanti altri brani di grande spessore. Però, a mio avviso, sempre lasciando trapelare una non-personalità, una dimensione artistica (e, in certi aspetti, anche strettamente umana) specchiata e vissuta di riflesso.
L’intervista rilasciata oggi da De Gregori ad Aldo Cazzullo del “Corriere della Sera” (1) sta facendo discutere molto, ma a me le parole pronunciate dal cantautore romano non stupiscono.
Innanzitutto i giornalisti sono abilissimi a “guidare” le interviste e a portare gli intervistati su terreni scivolosi. Cazzullo (uomo colto e assai acuto) non fa eccezione. A questo si aggiunga che De Gregori ha l’antipatia e la supponenza adatti, per così dire, a farsi guidare su tematiche delicate.
Cosa ha detto De Gregori? Molte cose, presumendo di essere Sartre e rivelando di essere un uomo dalle visioni piuttosto anguste. Quindi ha detto molto ma non ha rivelato nulla di nuovo.
De Gregori non si riconosce più nella sinistra politica pur sentendosi profondamente progressista. Fin qui mi pare una cosa piuttosto comune. Egli alle ultime elezioni ha votato Pd al Senato e Mario Monti alla Camera. Che dire? Complimenti per la capacità di orientamento e lettura della politica: dirsi di sinistra e votare per Monti è come dichiararsi contro la pedofilia e poi toccare il seno della figlia tredicenne del vicino di casa. Dirsi di sinistra e auspicare il trionfo della meritocrazia (che è il concetto più destroide che io conosca) denota la superficialità del personaggio. Da cantastorie dalemiano, De Gregori non ama il governo Letta ma lo ritiene l’unico possibile. Per lui governare con Grillo sarebbe stato un dramma; ogni visione è legittima, io continuo a non essere grillino e a essere fortemente critico verso le gravi carenze del M5S, ma tra Renato Brunetta e Vito Crimi mi ostino a preferire il secondo (grave ingenuità, lo so). Però De Gregori è annoiato, è stizzito, in fondo lo è sempre stato, annoiato e stizzito nel modo odiosamente superficiale dell’uomo che è arrivato dove doveva arrivare e che tutti può guardare dall’alto in basso.
De Gregori ci dice che la sinistra “È un arco cangiante che va dall'idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del ‘politicamente corretto’, una moda americana di trent'anni fa, e della ‘Costituzione più bella del mondo’. Che si commuove per lo slow food e poi magari, 'en passant', strizza l'occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini”.
De Gregori farebbe bene a dirci, se ne ha voglia e se ce la fa, cosa vuol dire l’espressione “sindacalismo vecchio stampo” e se reputa davvero Susanna Camusso (per tacere di Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti) una sollevatrice di popolo. Per ora io non ho visto occupazioni delle fabbriche ed eventi similari, ma magari sono più distratto di De Gregori, non fosse altro perché la chitarra la imbraccio a modo mio.
Per quanto concerne la Tav, prendiamo atto che De Gregori è favorevole a essa e che ritiene che opporsi all’alta velocità ferroviaria sia un comportamento posto in essere per flirtare politicamente con Grillo. In verità, la popolazione della Val di Susa e tutto l’ecologismo di casa nostra si opponevano alla Tav da qualche anno prima che lo facesse il comico genovese. Prima di aprire bocca e di sparare sentenze a caso, sarebbe bene ricordare almeno l’essenziale.
La perla appare questa, almeno a me: “Pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra. Meglio sarebbe stato elaborare un progetto credibile di riforma della società e competere con lui su temi concreti, invece di gingillarsi a chiamarlo Caimano e coltivare l'ossessione di vederlo in galera”. Il discorso è simile a quello portato avanti da tempo da Matteo Renzi e ha pericolose attinenze con quanto scritto dagli editorialisti di “Libero” e del “Giornale”. Questo forse a De Gregori interessa poco, ma sarà il caso che qualcuno gli spieghi le coordinate delle sue parole. Da qui ad andare a fare comizi con Iva Zanicchi il passo è breve, tanto per intenderci. Non solo: qualsiasi cosa si pensi di Berlusconi, se uno delinque deve essere condannato a prescindere dal fatto che esso sia un irregolare senegalese disoccupato, sia che sia il contribuente più facoltoso del Comune di Arcore. La legge è uguale per tutti, no?
Ripeto: De Gregori ha fatto cose belle e spero le faccia anche in futuro. Come uomo e come cantautore mi pare assai sopravvalutato. Aveva alcune cose da dire, il “Corriere della Sera” aveva una pagina da riempire (ad agosto succede poco o nulla, si sa) e certi concetti hanno trovato posto lì e non altrove. Tutti ne parlano, quindi sia De Gregori che Cazzullo e il suo direttore sono contenti. De Gregori era antipatico e culturalmente approssimativo anche prima di questa intervista, per cui non cambia granché.
Cosa vogliamo di più?
Una sinistra vera, dirà qualcuno, ma questa è una cosa troppo urgente e seria per essere chiesta a De Gregori.




NOTE
(1): Cfr. http://www.corriere.it/politica/13_luglio_31/de-gregori-non-voto-piu-cazzullo_ae273fd8-f9a2-11e2-b6e7-d24d1d92eac2.shtml