2014.09.07 - Stato e anti-Stato
Nella notte tra giovedì e venerdì un motorino con tre ragazzi a bordo transita lungo Viale Traiano, a Napoli. Una pattuglia dei Carabinieri intima l’alt ma i tre giovani non obbediscono all’ordine e proseguono.
Ne scaturisce
un inseguimento e dalla pistola di un carabiniere parte un colpo che ferisce
mortalmente Davide Bifolco, un ragazzino di nemmeno diciassette anni.
Le ricostruzioni dell’evento sono divergenti. Le forze dell’ordine affermano
che il colpo è stato esploso in maniera accidentale; la popolazione sostiene
che si sia trattato di un fatto deliberato. Su quel che è davvero accaduto non
sarà facile fare luce vista la scarsa trasparenza che caratterizza le nostre
istituzioni.
Esposta la premessa, mi sento di poter dire che il fatto in sé e le
manifestazioni popolari che gli sono seguite sono l’ennesima testimonianza
dell’esistenza di uno Stato e di un anti-Stato (o di un non-Stato) i quali si
fronteggiano quasi per partito preso, incapaci di comprendersi.
Non so come definire la disperazione quotidiana di chi vive in certe realtà del
Mezzogiorno. Mi pare al contempo tragico e surreale che la gente scenda in
piazza per manifestare contro lo Stato, e che soprattutto lo faccia non
disponendo di nessuna alternativa a esso. Manifestare per abitudine e
convenzione, perché così è sempre stato e sempre sarà, perché altro non può
essere e il meglio non può esistere temo rappresenti la definitiva affermazione
di una condizione di marginalità sottoproletaria che si fa alienazione. Non vi
è più alcuna coscienza di sé né a livello individuale, né come gruppo sociale.
Ci si condanna alla morte civile.
Dall’altro lato non so nemmeno definire il ruolo e il senso di uno Stato che
non esiste, in grado di mandare in queste realtà degradate solo forze armate,
peraltro senza alcun criterio qualitativo e quantitativo. Uno Stato che in
quelle e altre zone di Napoli, come in altre situazioni analoghe, non porta né
scuole, né servizi, che non sa fare né aggregazione sociale, né creare
condizioni di occupazione. Fateci caso: nelle periferie desolate c’è solo il
prete e nessun altro.
Occorrerebbe dotarsi di molta onestà intellettuale e ammettere che lo Stato, in
oltre un secolo e mezzo di esistenza (se decorosa o meno non so dire), non ha
saputo fare nulla per risolvere la questione meridionale, se non scendere a
patti con capimafia e similari sacrificando alcuni dei suoi figli migliori. Una
cosa vergognosa, se non peggio.
Dico un’ovvietà: se il male maggiore di Napoli fosse l’abitudine di viaggiare
in tre su uno scooter potremmo dirci tutti felici. Su certe cose, vista la
gravità di altre che accadono in quel contesto, credo si possa anche chiudere
un occhio. Poiché mi pare molto difficile (malgrado l’attuale versione
ufficiale affermi il contrario) che la morte di Davide Bifolco sia stata
conseguenza di un colpo esploso in modo involontario, è evidente che in
quell’intervento di ordine pubblico sia stata commessa una leggerezza non da
poco. E quando una leggerezza comporta un omicidio, si entra nel novero dei
fatti imperdonabili, indegni di un paese che vuol dirsi civile.
Affermato quindi che un inseguimento di tre ragazzi su un motorino è stata una
follia, che il concetto di cultura della legalità esondante dai media non
significa assolutamente niente e che tutta la prosopopea legalitaria è una
questione la quale, esattamente come il riso, abbonda sulla bocca degli stolti,
ritengo ci si debba soffermare anche su un altro fatto. A fare fuoco è stato un
carabiniere di ventidue anni, che assai probabilmente non voleva fare Rambo e
che, preso dall’inadeguatezza e dalla paura, ha sparato ad altezza uomo.
Non so se quest’ultima considerazione diminuisca le responsabilità individuali
di chi ha esploso il colpo (in realtà non credo, ma non è importante).
Indubbiamente non attenua quelle pubbliche. Al contrario, presumo che le
aumenti. Quale esperienza ha un giovane ventiduenne per affrontare realtà così
difficili e ostili? In base a quali criteri si scelgono le persone chiamate a
operare in simili contesti? Con quali scopi che non siano quelli di far vedere
che si esiste prendendo qualche pesce piccolo e recando poco disturbo alla
delinquenza più pericolosa?
Inorridisco nel vedere esponenti politici girare il paese curandosi di
risultare giovani, simpatici, accattivanti e telegenici e affermare che, sì,
“l’Italia è un grande paese”, che “l’Italia ce la farà”, che “abbiamo risorse
che gli altri non hanno” e altre amenità del genere.
Inorridisco perché mi sembrano moralmente marci come i loro genitori,
disinteressati dei drammi di questa nazione piccola e ridicola, attenti alla
loro carriera e a nulla più perché tanto certe questioni sono più grandi di
noi.
Inorridisco perché tutti si riempiono la bocca con concetti vacui, tristi e
intrinsecamente reazionari come libertà, flessibilità, opportunità,
innovazione, merito, senza curarsi che l’unico valore che abbia davvero un
senso è quello della giustizia, inteso in senso politico e morale.
Domani, come nostra abitudine, laveremo il sangue rimasto sull’asfalto con
ampie dosi di retorica.
Come diceva Antonio Gramsci, la storia insegna ma non ha scolari.