2014.01.28 - Modesto contributo alla critica del capitalismo

Non ho mai pensato che la mia opinione sia particolarmente importante e non cambierò certo idea oggi, però a me il capitalismo non ha mai convinto.

Un sistema economico basato sul furto della ricchezza operato dai pochi ai danni dei molti mi pare, nella migliore delle ipotesi, amorale e detestabile. Non serve in questa sede riepilogare la marxiana teoria del plusvalore (1) e meno che mai mi pare opportuno soffermarmi in analisi dotte, le quali peraltro esulano dalle mie competenze.
Vorrei fermarmi su un paio di fatti concreti. Secondo la Banca d’Italia, il 50% della ricchezza del nostro paese è in mano al 10% delle famiglie. Se da noi la ricchezza è pari a 100 unità ci sono dunque 10 persone che possiedono 50 unità (e quindi ognuna di esse vive con 5 unità), mentre 90 persone vivono con 50 unità (ergo, ognuna di esse vive con 0,55 unità) (2). Si dirà che esistono diversi meriti e diverse capacità, ma mi sembra un’obiezione fallace. Innanzitutto non è detto che la ricchezza sia distribuita secondo le capacità, e poi occorrerebbe fermarsi una volta buona ad analizzare il concetto di “merito”. Secondo il Devoto-Oli, esso è “l’acquisizione di requisiti validi per una attribuzione secondo equità, di segno positivo o negativo”, il che vuol dire che il “merito” è il presupposto basilare all’affermazione dell’equità (o della giustizia, se volete un termine ancor più chiaro). Per quanti sforzi io faccia non riesco a individuare una ragione che giustifichi il fatto che una persona abbia dieci volte la ricchezza di un’altra.
La realtà, temo, è che confondiamo il concetto di “merito” con quello di “privilegio”. E poi il merito è un concetto puramente teorico, come il moto rettilineo uniforme in fisica. Così come, semplificando molto, non esiste in pratica un moto rettilineo uniforme (a meno di non esercitare una forza sul corpo che annulli l’effetto dell’attrito) in pratica non esiste nemmeno il concetto di “merito”. A questo fanno da elementi di attrito, per così dire, fattori cetuali, sociali ed economici. Chi è ricco ha maggiori possibilità di far carriera di chi è povero. Lo stesso dicasi per chi è raccomandato rispetto a chi non ha santi in paradiso, per chi nasce in un paesino rispetto a chi vive in una metropoli, per chi soffre di malattie rispetto a chi è sano e così via.
Il “merito” è un’astrazione intellettuale, un esercizio di speculazione fine a se stesso con il quale i liberali giustificano le peggiori storture sociali. Esso non è un discrimine atto a stabilire la giustizia, ma lo strumento teorico con il quale i più forti cristallizzano la disparità. Il merito, quello vero, può esistere solo a parità di condizioni di partenza: tali condizioni deve stabilirle la politica, non il mercato o la sorte, comportandosi come la forza che spinge il corpo su una superficie.
Il secondo fatto concreto di cui vorrei parlare è la proposta avanzata ieri dai vertici dell’azienda di elettrodomestici Electrolux ai propri dipendenti: volete che la produzione rimanga in Italia? Ebbene, occorre equiparare i vostri salari a quelli degli operai polacchi, per cui dovrete accontentarvi di guadagnare 700/800 Euro al mese invece degli odierni 1.300/1.400 (3). Una delle peculiarità del capitalismo che sempre mi hanno impressionato è lo strabismo, la sua insopprimibile capacità di guardare al progresso quando si tratta di considerare i fattori inanimati della produzione (si pensi alla grande modernizzazione introdotta con la robotica, per fare un solo esempio) e la sua spaventosa tendenza a guardare l’unico fattore animato della produzione, l’uomo salariato, come un servo, un bene fungibile, un’entità da sfruttare come e più di un macchinario.
Secondo i vertici di Electrolux è normale che i salariati possano da un giorno all’altro guadagnare la metà e subire un incremento del ritmo di produzione che in pratica non farebbe avere loro più pause durante i turni di lavoro. Il capitale, in sé, prescinde non dalla salvaguardia, ma addirittura dalla semplice considerazione dell’uomo. Si dirà: ma allora perché esistono realtà in cui oggettivamente un salariato gode di migliori condizioni? La risposta è semplice: perché in queste aree geografiche la lotta al capitalismo ha ottenuto i risultati più tangibili. Il capitalismo non è un fattore di progresso per la società; lo è unicamente per i capitalisti e solo a cascata può garantire il miglioramento dell’esistenza delle masse. I successi per la collettività sono venuti solo dall’opposizione al capitale, dai tentativi di redistribuire il benessere (monetario e non solo) che questo garantisce soltanto ai detentori dei mezzi di produzione.
Tenere a mente tutto ciò è, a mio avviso, imprescindibile base per la ricostruzione di una sinistra degna di questo nome.