2013.10.11 - Morire a Lampedusa

Mentre scrivo, i morti dell’ultima tragedia avvenuta al largo di Lampedusa sono 311. Essere poveri è una condizione che si paga con la vita.

Quando non si muore per cause naturali, c’è sempre un dolo o una colpa. In questo caso la colpa è delle leggi che regolamentano gli ingressi dei migranti in Italia. Si parla molto della celeberrima legge Bossi-Fini (n°189 del 30 luglio 2002), che effettivamente è aberrante, ma nessuno ricorda la norma che l’ha preceduta, firmata da Giorgio Napolitano e da Livia Turco (n°40 del 6 marzo 1998), istituì quei lager del XXI secolo che sono i Centri di permanenza temporanea, oggi diventati Centri di identificazione ed espulsione (Cie), luoghi di carcerazione preventiva dove chiunque, per il solo fatto di essere straniero, può essere sbattuto e dimenticato per mesi. Alla faccia di Beccaria, potremmo dire.
È grazie a uomini di questa levatura (dai falsi progressisti del Pd a quella galassia umanamente disprezzabile della destra fascio-berlusconian-leghista) che in Italia vige a livello legislativo l’equazione “straniero = delinquente”. È grazie a individui di questa caratura che, ormai, in pieno XXI secolo, vige ancora il concetto di clandestino. L’idea che un essere umano non possa godere del diritto di abitare dove vuole è indice di una malattia intellettuale. Non consentire di poter scegliere il proprio luogo di vita è la negazione dell’autodeterminazione, uno sfregio all’esistenza, uno stupro ai diritti basilari di libertà. Ogni uomo è nato libero e tale deve rimanere. Chi non ha acquisito questo concetto non può definirsi civile e credo sia giunta l’ora di esercitare un po’ di sano disprezzo culturale verso questa canea di illetterati e farabutti che occupa media e palazzi del potere.
Se quell’essere umano che sale su una bagnarola inaffidabile e insicura assieme ad altri cento o mille accettando di dare a uno scafista sciacallo tutti i suoi averi in cambio di qualche insulto e di un’alta probabilità di terminare la propria esistenza sui fondali del Mediterraneo non fosse un misto di acqua e sangue, pelle e ossa, dolore e disperazione, ma fosse semplicemente una mazzetta di banconote, egli verrebbe accolto a braccia aperte dagli stati ricchi. I capitali non hanno odore, né colore e per loro c’è sempre un occhio di riguardo. Un uomo suda, piange, puzza, chiede lavoro, pane e acqua, tutte cose che all’Occidente danno fastidio. Un uomo non deve essere tale, evidentemente, ma un servo. Non elemosini diritti, viva tra le piaghe delle guerre causate dalle armi da noi fabbricate, dalle risorse da noi pretese, dall’ingordigia bulimica dell’uomo bianco. Si incameri, assieme alle ricchezze materiali dell’uomo che non vive in Occidente, anche la sua volontà. Si sollevi polvere quando egli è in ginocchio per chiedere acqua. Si bestemmi il suo dio quando egli invoca pietà. Si esporti con i cannoni e mitra quella forma di dominio che – con pudore ipocrita – chiamiamo democrazia.
Vedere nel prossimo non un’opportunità, bensì un pericolo, è l’indice massimo di quanto la nostra società sia corrotta e malata, di come il nostro pensiero si sia raggrumato e insterilito. Di fronte a questo, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio – i quali minacciano di cacciare gli esponenti del loro partito che chiedono l’abolizione del reato di clandestinità – dimostrano quanto e come la sedicente alternativa a questo stato di cose altro non sia che una flatulenza neopopulista, una vomitevole accozzaglia di dilettanti allo sbaraglio animata da un sentimento tecnical-fascistoide.
Non so come non si possa anteporre la volontà di eccitare gli istinti più biechi dell’opinione pubblica a una madre che riemerge dal mare di Lampedusa con il suo bimbo appena nato ancora legato a lei dal cordone ombelicale (1). Probabilmente, la nostra civiltà è morta ancor prima di lei e di suo figlio.





NOTE
(1): Cfr. http://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/lampedusa_la_mamma_che_ha_partorito_durante_la_tragedia/notizie/337273.shtml