2014.03.05 - Semplicemente D

Il diavolo, come si suol dire, si annida nei dettagli.

Il detto mi è venuto in mente qualche giorno fa leggendo una dichiarazione di Dario Nardella, il quale ha affermato che è giunto il momento di cambiare nome al Pd: “I tempi sono maturi per non chiamarci più partito, ma soltanto Democratici” (1). Dario Nardella è il delfino di Renzi e da pochi giorni svolge le funzioni di sindaco di Firenze in attesa delle elezioni municipali per le quali è dato come favoritissimo.
La storia di quello che oggi è il Pd è una lunga e progressiva discesa verso gli inferi dell’irrilevanza. Prima Pds, poi Ds, poi Pd e domani, forse, dipendesse da Nardella, semplicemente D. Una sigla, una firma, come la Z che Zorro tracciava sulla camicia dei suoi nemici o la M che Mussolini vergava sui fogli di carta.
Voler cancellare la parola partito non è un elemento minimale. Ritenere che questo termine sia un dettaglio è questione terribile. Il partito è il luogo della discussione e del confronto delle idee. Non volere il significante significa che si ritiene superfluo anche il significato. Evidentemente, per Nardella, il dibattito non è un momento di crescita reciproca ma solo un’inutile perdita di tempo. È bene che le decisioni si prendano alla svelta, tra pochi (i forti, va da sé) e che il confronto lo si eviti. Quello che una volta si chiamava partito deve limitarsi a essere un luogo di ratifica e un comitato elettorale. Nulla di più.
Nardella, dicevamo, è il delfino di Renzi. Il presidente del Consiglio oggi era in visita a Siracusa e ha detto che mercoledì prossimo il Consiglio dei ministri emanerà un decreto per il jobs act, uno per il piano casa e uno per l’edilizia scolastica. Se ne potrebbero approvare anche uno sulle buche stradali e un altro sulle unghie incarnite e tutti i problemi dell’Italia sarebbero risolti. Al di là delle battute, tale modo di governare è detestabile: chi detiene il potere legislativo è il Parlamento, non il governo. Ma anche questo riflette la tendenza di cui si è detto sopra. Ormai in Italia il Parlamento – luogo di attuazione della democrazia per antonomasia – è svuotato delle sue prerogative ed è chiamato a ratificare le decisioni prese altrove. Comanda un gruppo di persone, gli altri obbediscono.
A proposito della visita siracusana di Renzi, va detto che stamattina il presidente del Consiglio si è recato in una scuola della città siciliana. A me, una vita fa, avevano insegnato che gli uomini politici devono mantenersi lontani dalla scuola, a meno di iniziative particolari ed estremamente meritorie. È una questione di rispetto per la maturazione delle coscienze giovanili, la quale deve avvenire al riparo di qualsiasi iniziativa di parte, anche solo momentanea. Nello specifico odierno, poi, è venuta a crearsi una situazione più che imbarazzante, addirittura da anticamera del totalitarismo. Personale docente che avrebbe fatto meglio a prendere iniziative migliori ha fatto cantare ai bambini della scuola elementare Raiti una versione rivisitata di Clap and jump che diceva tra l’altro: “Facciamo un salto, battiam le mani. Ti salutiamo tutti insieme, presidente Renzi” (2). È stato un brutto momento che Renzi non ha richiesto e dal quale dovrebbe prendere in modo netto le distanze. Però perché recarsi in una scuola italiana ogni mercoledì mattina? Perché non sentire il dovere di rispettare un luogo che deve restare impermeabile alla politica? Perché piegarla a iniziative legate a questioni di immagine e consenso personale?
Forse la risposta sta nel fatto che la politica è sempre più legata alla gestione del potere e sempre meno al plasmare la società per abbattere le disparità. Se la politica diventa, come è diventata, un mercato in cui si gestisce il proprio consenso, non possiamo non tenere presente che quanto accaduto stamattina a Siracusa in fondo è logico. Non si è mai visto un mercato in cui esista l’etica e non si vede la ragione per la quale il mercato politico debba essere diverso da quello economico.
Per questo si entra a scuola e per questo non servono più il significato e il significante partito. Perché oggi si vende un’immagine e ogni luogo e ogni occasione sono buoni per trovare acquirenti. E se le idee avevano e continuano a possedere un odore, né i voti né i soldi emanano nulla di sgradevole per l’olfatto.



NOTE
(1): Cfr.  http://www.huffingtonpost.it/2014/02/19/nardella-nome-pd_n_4813496.html
(2): Cfr. http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/05/grillo-renzi-come-duce-con-figli-della-lupa-premier-i-suoi-con-forza-nuova/903294/