2013.05.01 - Il filo rosso
Nulla giustifica i colpi di pistola sparati da Luigi Preiti. Nemmeno la sua disperazione, occorre essere chiari.
E poi,
cosa cambia quando colpisci due Carabinieri? Due poveri cristi che vivono con
uno stipendio misero e fanno un lavoro poco gratificante nulla c’entrano con i
giochi di potere che si consumano sopra di noi. Il fatto che indossino una
divisa non vuol dire nulla. Una divisa non fa di un figlio del popolo un uomo
privilegiato.
Proprio per questo volevo esprimere la mia solidarietà a Francesco Negri e, in
modo particolare, a Giuseppe Giangrande, vedovo da tre mesi.
Però c’è un però.
Se è indiscutibile che il gesto di Luigi Preiti sia esecrabile, altrettanto
vero è che nessuno ha il diritto di violentare le esistenze di un popolo. Larga
parte della classe politica italiana invece lo ha fatto e lo fa. Mi pare che
nessuno ricordi le vicende di Angelo Di Carlo e di Florin Damian, che si sono
dati fuoco per la disperazione di non avere più un lavoro. Lo stesso dicasi per
Romeo Dionisi, Anna Maria Sopranzi e Giuseppe Sopranzi, i tre cittadini
di Civitanova Marche uccisisi pochi giorni fa. Ribadisco un mio convincimento:
queste morti hanno dei mandanti. Potete trovarli nei palazzi del potere, nella
politica che diventa mero esercizio di gestione e mantenimento del potere
medesimo, nell’esistenza di un ceto – quello dei politici – che si è via via
mutato in una corporazione sganciata dalla realtà vissuta dalla gente comune. E
non pensino di essere innocenti, o solo meno colpevoli, quelli che non
condividono queste logiche ma non riescono ad opporglisi. Non è così.
Non è mia intenzione procedere con invettive. Non servono, così come non serve
tacere. Spesso – lo dico con amarezza – si ha l’impressione che non serva più
nulla. Ogni idea, ogni scatto di volontà paiono rimbalzare contro un muro di
gomma. La verità è che in ognuno di noi alberga un Luigi Preiti. Con questo non
intendo dire che milioni di italiani hanno comprato una pistola con matricola
abrasa e intendano svuotare un caricatore di proiettili contro chi governa, ma
solo che tale dolore non nasce dal nulla. Esso è la dimensione quotidiana di
uomini e donne di questo paese: esodati, cassintegrati, licenziati,
disoccupati, sottopagati, le nostre esistenze affogano nell’incertezza
economica e sociale. Dall’alto ci dicono che nessun nostro diritto è più
sostenibile. I salari sono troppo alti, le ferie durano troppo, le pensioni
sono eccessive, il posto fisso è un privilegio per viziati, la sicurezza sul
lavoro è un lacciuolo, le garanzie individuali diventano privilegio. Questa non
è politica, è darwinismo sociale.
Lo Stato non esiste più, se non per spremerti gli ultimi centesimi con i
videopoker. Ogni cosa è nemica: il negoziante perché guadagna bene, il nero
perché ci porta via il lavoro, il più anziano perché ha una pensione che noi
non avremo.
Ripeto: non giustifico nessuno e non minimizzo nulla. Mi sforzo tuttavia di
capire e, nel farlo, penso che domani potrebbe presentarsi in piazza un altro
Luigi Preiti ed avere i connotati di un mio parente, di un mio amico, di uno
come me. Già, perché il filo rosso che unisce le nostre vite è quello della
disperazione.
Da http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/9357/
Preiti -
Italia, sociale
Il gesto politico di un perdente radicale
Annamaria
Rivera
30.04.2013
Più volte mi è capitato, nel corso d'interviste o
presentazioni del mio libro sui suicidi di protesta per fuoco (Il fuoco della rivolta. Torce umane dal
Maghreb all'Europa, Dedalo 2012), che qualcuno mi chiedesse:
«Perché mai non rivolgono la rabbia e l'aggressività contro chi è responsabile
di tanta disperazione sociale?». Domanda ingenua o ideologica, propria di chi
non coglie che chiunque s'immoli in pubblico perché privato di beni e diritti
primari, quindi della dignità, compie sì un atto di protesta e di accusa contro
i poteri pubblici - atto politico, in fondo- ma sceglie di farlo in modo
nonviolento, rivolgendo l'aggressività solo verso il proprio corpo. Il quale è
divenuto simbolo e ricettacolo dell'umiliazione patita e perciò va distrutto
nel modo più radicale onde riaffermarla in extremis, la propria dignità.
Nelle medesime condizioni soggettive, sociali,
storiche l'alternativa all'autoimmolazione non è partecipare alla sommossa
popolare, all'assalto dei forni o del Palazzo d'Inverno, bensì compiere atti
come quelli che si moltiplicano ogni giorno sotto i nostri occhi: dalle rapine
timide a opera di anziane casalinghe indigenti, armate d'improbabili pistole,
ai suicidi "economici", col fuoco o con altri mezzi, fino al gesto
compiuto da Luigi Preiti. Altrettanto solitario e disperato, dall'intento
altrettanto suicida, ma dagli effetti ben più nefasti, soprattutto verso gli
altri: i due poveri carabinieri, bersagli di ripiego di un perdente radicale
che manca perfino i bersagli intenzionali - «i politici», come dichiarerà ai
magistrati - e neppure riesce a concludere l'azione togliendosi la vita.
Può darsi che Preiti sapesse che neanche il farsi
torce umane in pubblico vale a scuotere le coscienze. Ancor meno serve a richiamare
l'attenzione dei decisori politici su un dolore sociale talmente acuto, vasto,
disseminato nelle pieghe più nascoste della società da non essere per ora
rappresentabile interamente da alcuno: non dai sindacati, non dai residui della
sinistra-sinistra, non dai movimenti, neppure da quello a 5 stelle.
Forse egli aveva cognizione che il più delle volte,
specie in Italia, il grido estremo di protesta della torcia umana è destinato a
cadere nel vuoto, perfino quando il suicidante scelga il luogo più pubblico e
il modo più simbolico. È accaduto in molti casi, due dei quali esemplari. La
notte fra il 10 e l'11 agosto 2012, Angelo Di Carlo, disoccupato e attivista
assai impegnato, sceglie piazza Montecitorio per compiere il suo atto di
«lucida e militante disperazione», come lo ha definito qualcuno. Il 18 ottobre
2012, Florin Damian, autista di origine romena, licenziato dopo aver subito
discriminazioni, mobbing e insulti razzisti, si dà fuoco davanti al Quirinale.
Le aveva tentate tutte per avere giustizia o solo ascolto: vertenze sindacali,
uno sciopero della fame, incatenato davanti al Tribunale di Strasburgo, uno
struggente video-appello al presidente della Repubblica.
Chissà, forse è anche per questo che Luigi Preiti
ha deciso di "alzare il tiro", in senso proprio e figurato. Era stato
privato, come sappiamo, di ogni residuo di dignità a causa di una catena di
guai: la perdita del lavoro, la separazione dalla moglie, l'impossibilità di
provvedere al figlio, quindi il fallimento del «progetto migratorio», l'umiliazione
del ritorno in Calabria, per giunta vivendo a carico dei genitori. Disperato,
depresso, prigioniero della sfida compulsiva della sorte - l'unica che resta
agli sconfitti, cioè i piccoli giochi d'azzardo per poveri - compie
quell'assurdo attentato, da vero perdente radicale: un atto singolare, in tutti
i sensi, il quale tuttavia, per quanto criminale ed esecrabile, è sintomo di
una disperazione e depressione di massa ormai insostenibili.
Lo ha espresso bene la presidente della Camera in
una dichiarazione pacata, lucida, umana: «Bisogna sempre condannare la violenza
- ha detto Laura Boldrini - ma vanno capite e comprese le ragioni che stanno
alla base di questi gesti . E la politica deve dare risposte adeguate». Lo ha
colto anche il cardinale Bagnasco, il quale ha parlato di «un fatto tragico»
che deve essere anche «un monito per il mondo della politica», posta di fronte
«alla disperazione di tanti che cresce». E lo ha detto, con spontanea
lungimiranza, il carabiniere intervistato da Angela Mauro per l'Huffington
Post: «È una guerra fra poveri (...). Si capiva che era un gesto di rabbia, ma
loro non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se
la prende con noi che facciamo servizio in strada». Ben più acuto, il nostro
carabiniere, di tanti politici, governanti e altri rappresentanti di poteri e
istituzioni; ben più libero di tanta informazione mainstream che, sulla scia
dei ringalluzziti cacciatori di streghe della destra, già ha assunto stile e
accenti da unità nazionale.