2013.08.14 - Napolitano e la grazia a Berlusconi

Il punto di forza della dichiarazione che Giorgio Napolitano ha rilasciato ieri sul caso Berlusconi è la sua astuzia (1). Lo dimostra il fatto che gli anti-berlusconiani sono tutti contenti per le parole del Presidente della Repubblica, e i berlusconiani pure.

La realtà a me pare invece più critica.
Secondo Napolitano, il popolo bue avrebbe come preoccupazione principale, se non unica, quella di lasciar governare l’esecutivo Letta, che poi è l’esecutivo Napolitano (e in quanto tale, manco a dirlo, esso sta governando benone).
Una crisi di governo sarebbe fatale al paese perché ricadremmo nell’instabilità (il governo, infatti, pur non avendo opposizione in Parlamento, litiga quotidianamente su tutto) e perché vanificheremmo la ripresa economica in arrivo (dopo il gramsciano ottimismo della ragione, ecco il napolitaniano ottimismo della malafede).
Le sentenze, dice Napolitano, non si accettano, ma se ne prende atto. Una volta fatto ciò, poiché siamo italiani e dobbiamo volerci bene, una scappatoia la si trova sempre. Il tutto senza mettersi a litigare con la Magistratura, che è cosa brutta assai, anche più di mettersi le dita nel naso o di poggiare i gomiti sul tavolo durante la cena di gala. Esiste l’articolo 681 del Codice di procedura penale, tu mi fai una bella domandina in carta bollata in cui mi scrivi più o meno così:
Caro Giorgio,
sì, va be’, lo ammetto, ho sbagliato, ho fatto una cazzata, ma – santo Iddio – comprendimi!
Facevo il Presidente del Consiglio, ero circondato da ninfomani che mi facevano di tutto pur di avere un ministero, dovevo tenere a freno le lingue di Emilio Fede e Sandro Bondi che volevano farmi il bidet una volta ogni cinque minuti, a un certo punto è arrivato pure Capezzone perché io – ammetto anche questo – il senso del ridicolo non ce l’ho e i pagliacci me li accatto tutti. A ciò aggiungi che mi è toccato scrivere la legge Gasparri sul sistema radiotelevisivo (lo sai che il rapporto dei fascisti con l’alfabeto è sempre stato traumatico), che questo paese è composto essenzialmente da irriconoscenti come Gaspare Spatuzza il quale andava in giro a sputtanarci a destra e a manca. Poi il trapianto di capelli mi ha provocato un paio di rigetti, la blefaroplastica non mi ha tenuto (non fidarti mai dei chirurghi che ti consigliano i figli, caro Giorgio), quattro miei autisti si sono licenziati perché La Russa gli pisciava sugli pneumatici delle Audi, dovevo far fronte perfino agli attacchi isterici di Stefania Craxi…
Insomma, in questo contesto non ci possiamo stupire se uno inavvertitamente commette una cazzata, caro Giorgio. E poi, il lunedì ti chiedono la mancetta le olgettine, il martedì le giornaliste di “Studio aperto”, il mercoledì quella checca furiosa di Lele Mora (che, rimanga tra noi, manco le zoccole sa scegliere. Fosse stato per lui, Nicole Minetti sarebbe rimasta a far finta di togliere il tartaro dalla dentiera di don Verzè), il giovedì sera dovevo prendermi l’ulcera vedendo Santoro e Travaglio, il venerdì dovevo liquidare la parcella settimanale a Mortimer Ghedini… Insomma, Giorgio, con queste settimane stressanti le cazzate ti scappano anche se non vuoi. Se poi i weekend ti tocca passarli con Galliani e Dell’Utri…
Ecco, con una letterina così vedrai che la grazia la ottieni.
Napolitano ha lo spessore morale di Giovanni Leone e Francesco Cossiga, cui associa un fiuto politico degno di Achille Occhetto quando si taglia i baffi. Un Presidente della Repubblica serio, nel momento in cui un qualsiasi esponente politico fosse salito al Quirinale per parlargli del concetto di “agibilità politica” in seguito a una condanna a quattro anni di galera per frode fiscale, lo avrebbe soavemente fatto prendere a calci in culo dai corazzieri, e questo non per astratto giustizialismo, bensì per quel valore straordinario che è la pedagogia politica.
Napolitano, invece, è uno che ha utilizzato e sta utilizzando la Costituzione come il proprio scendiletto, come affermato più volte. Ormai l’Italia è, di fatto, una Repubblica presidenziale a causa del protagonismo di quest’uomo la cui inettitudine politica ci costerà carissima.
Berlusconi chiederà la grazia e terrà il paese per il collo. Se Napolitano non gliela concederà, ci imposterà sopra una campagna elettorale in cui userà la figlia come candidata premier. Se gliela concederà, gli ultimi brandelli di coscienza sociale di questo paese andranno a farsi benedire. Già, perché se si grazia un uomo politico colpevole di frode fiscale, perché l’anonimo cittadino di Canicattì, San Benedetto del Tronto o Vipiteno dovrebbe pagare le tasse? Perché in questo paese dovrebbe esistere ancora un contratto sociale se il più forte vince sempre? Perché si dovrebbe essere onesti quando sono i farabutti a farla sempre e comunque franca?
Quando riflettete sulle tristi sorti dell’Italia, non pensate che Berlusconi sia il male assoluto. Pensate invece al fatto che il delinquente di Arcore ha potuto fare il bello e il cattivo tempo a causa dell’assoluta inconsistenza politica e morale di gente come Napolitano, D’Alema, Veltroni, Violante, Fassino e compagnia bella. Tutti suoi complici, uomini privi di morale e dignità.






NOTE
(1)    Questo il testo integrale della dichiarazione di Napolitano:
“La preoccupazione fondamentale, comune alla stragrande maggioranza degli italiani, è lo sviluppo di un’azione di governo che, con l’attivo e qualificato sostegno del Parlamento, guidi il paese sulla via di un deciso rilancio dell’economia e dell’occupazione. In questo senso hanno operato le Camere fino ai giorni scorsi, definendo importanti provvedimenti; ed essenziale è procedere con decisione lungo la strada intrapresa, anche sul terreno delle riforme istituzionali e della rapida (nei suoi aspetti più urgenti) revisione della legge elettorale.
Solo così si può accrescere la fiducia nell’Italia e nella sua capacità di progresso. Fatale sarebbe invece una crisi del governo faticosamente formatosi da poco più di 100 giorni; il ricadere del paese nell’instabilità e nell’incertezza ci impedirebbe di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa economica finalmente delineatesi, peraltro in un contesto nazionale ed europeo tuttora critico e complesso. Ho perciò apprezzato vivamente la riaffermazione – da parte di tutte le forze di maggioranza – del sostegno al governo Letta e al suo programma, al di là di polemiche politiche a volte sterili e dannose, e di divergenze specifiche peraltro superabili. Non mi nascondo, naturalmente, i rischi che possono nascere dalle tensioni politiche insorte a seguito della sentenza definitiva di condanna pronunciata dalla Corte di Cassazione nei confronti di Silvio Berlusconi. Mi riferisco, in particolare, alla tendenza ad agitare, in contrapposizione a quella sentenza, ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle Camere.
Di qualsiasi sentenza definitiva, e del conseguente obbligo di applicarla, non può che prendersi atto. Ciò vale dunque nel caso oggi al centro dell’attenzione pubblica come in ogni altro. In questo momento è legittimo che si manifestino riserve e dissensi rispetto alle conclusioni cui è giunta la Corte di Cassazione nella scia delle valutazioni già prevalse nei due precedenti gradi di giudizio; ed è comprensibile che emergano – soprattutto nell’area del Pdl – turbamento e preoccupazione per la condanna a una pena detentiva di personalità che ha guidato il governo (fatto peraltro già accaduto in un non lontano passato) e che è per di più rimasto leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza. Ma nell’esercizio della libertà di opinione e del diritto di critica, non deve mai violarsi il limite del riconoscimento del principio della divisione dei poteri e della funzione essenziale di controllo della legalità che spetta alla magistratura nella sua indipendenza. Né è accettabile che vengano ventilate forme di ritorsione ai danni del funzionamento delle istituzioni democratiche.
Intervengo oggi – benché ancora manchino alcuni adempimenti conseguenti alla decisione della Cassazione – in quanto sono stato, da parecchi giorni, chiamato in causa, come Presidente della Repubblica, e in modo spesso pressante e animoso, per risposte o “soluzioni” che dovrei e potrei dare a garanzia di un normale svolgimento, nel prossimo futuro, della dialettica democratica e della competizione politica. A proposito della sentenza passata in giudicato, va innanzi tutto ribadito che la normativa vigente esclude che Silvio Berlusconi debba espiare in carcere la pena detentiva irrogatagli e sancisce precise alternative, che possono essere modulate tenendo conto delle esigenze del caso concreto. In quanto ad attese alimentate nei miei confronti, va chiarito che nessuna domanda mi è stata indirizzata cui dovessi dare risposta. L’articolo 681 del Codice di Procedura Penale, volto a regolare i provvedimenti di clemenza che ai sensi della Costituzione il Presidente della Repubblica può concedere, indica le modalità di presentazione della relativa domanda. La grazia o la commutazione della pena può essere concessa dal Presidente della Repubblica anche in assenza di domanda. Ma nell’esercizio di quel potere, di cui la Corte costituzionale con sentenza del 2006 gli ha confermato l’esclusiva titolarità, il Capo dello Stato non può prescindere da specifiche norme di legge, né dalla giurisprudenza e dalle consuetudini costituzionali nonché dalla prassi seguita in precedenza. E negli ultimi anni, nel considerare, accogliere o lasciar cadere sollecitazioni per provvedimenti di grazia, si è sempre ritenuta essenziale la presentazione di una domanda quale prevista dal già citato articolo del C.p.p.. Ad ogni domanda in tal senso, tocca al Presidente della Repubblica far corrispondere un esame obbiettivo e rigoroso – sulla base dell’istruttoria condotta dal Ministro della Giustizia – per verificare se emergano valutazioni e sussistano condizioni che senza toccare la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicato, possono motivare un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull’esecuzione della pena principale.
Essenziale è che si possa procedere in un clima di comune consapevolezza degli imperativi della giustizia e delle esigenze complessive del Paese. E mentre toccherà a Silvio Berlusconi e al suo partito decidere circa l’ulteriore svolgimento – nei modi che risulteranno legittimamente possibili – della funzione di guida finora a lui attribuita, preminente per tutti dovrà essere la considerazione della prospettiva di cui l’Italia ha bisogno. Una prospettiva di serenità e di coesione, per poter affrontare problemi di fondo dello Stato e della società, compresi quelli di riforma della giustizia da tempo all’ordine del giorno. Tutte le forze politiche dovrebbero concorrere allo sviluppo di una competizione per l’alternanza nella guida del paese che superi le distorsioni da tempo riconosciute di uno scontro distruttivo, e faciliti quell’ascolto reciproco e quelle possibilità di convergenza che l’interesse generale del paese richiede. Ogni gesto di rispetto dei doveri da osservare in uno Stato di diritto, ogni realistica presa d’atto di esigenze più che mature di distensione e di rinnovamento nei rapporti politici, sarà importante per superare l’attuale difficile momento.
Giorgio Napolitano”