2014.08.31 - Due o tre cose sull'Ice bucket challenge

Sono rimasto colpito dalle docce dell’Ice bucket challenge. Intendiamoci, il gesto in sé è rispettabile. Persone di mia conoscenza si sono prestate a farlo e nei loro confronti nutro grande rispetto. Qualche considerazione però credo si imponga.

L’Ice bucket challenge è un evento mediatico. Proprio per questo sussume in sé il bene (poco) e il male (molto) di questo XXI secolo. Il bene è nell’azione. Il male sta nella mediatizzazione dell’azione in questione, la quale finché è compiuta da gente comune resta in un ambito privo di conseguenze negative, ma quando è posta in essere da persone famose assume connotati discutibili, se non apertamente esecrabili.
Il vip, sia esso un attore, un cantante o uno sportivo, ricava dal suo gesto (in questo caso, una doccia gelata) molto più di quanto effettivamente conceda. Prestarsi a un simile “gioco” (per quanto, lo ripeto, rispettabile poiché finalizzato all’aiuto di persone malate) offre alla persona nota una pubblicità enorme proprio perché si tratta di un evento che ha la sua ragione di essere nella società dello spettacolo, nel mondo iper-mediatizzato. Il vip dunque non può non prendervi parte: la sua presenza dà visibilità alla catena e la alimenta. Il vip, però, non partecipa in quanto interessato allo scopo reale dell’Ice bucket challenge, bensì perché il non esserci non gli porterebbe visibilità, popolarità e consenso. Ergo, in ultima e fondamentale istanza, denaro.
Il bonifico bancario del vip (ammesso ci sia) ha un valore monetario infinitamente inferiore a quello che la persona famosa ricava dall’aver partecipato alla catena. Se vogliamo impostare la questione in termini marxiani (che è cosa sempre buona e giusta), il vip investe sul mercato del consenso una certa cifra (la quale non è dissimile al salario che un capitalista versa al proletario) e da essa ne ricava una molto superiore. Quest'ultima a tutti gli effetti costituisce un plusvalore che egli tiene tutto per sé e non redistribuisce.
Si può obiettare che senza l’azione pubblicitaria del vip i fondi raccolti potrebbero essere molto minori. L’ipotesi però non pare convincente: non è infatti il vip che di tasca sua versa la quota in sovrappiù di capitale che l’iniziativa raccoglie, bensì le persone comuni. Impostata la questione in altri termini, dunque, potremmo dire che il vip (capitalista) costringe grazie ai media l’uomo della strada (proletario) a versare una quota di capitale in più, quindi è come se gli imponesse di lavorare di più o di guadagnare di meno, mentre la quota di lavoro del vip rimane identica.
Il gioco diventa ancora più fastidioso se consideriamo che alla doccia si sono prestati anche industriali e uomini politici. Per loro non solo vale il discorso appena fatto, ma si impongono ulteriori riflessioni. Sono o non sono questi uomini i consapevoli artefici della distruzione sistematica dello Stato sociale e di ogni dimensione solidaristica del vivere quotidiano? Sono o non sono loro la causa primaria della necessità di ricorrere a iniziative simili per garantire un minimo di dignità ai malati?
Vedere uomini senza arte né parte come Matteo Renzi, Marianna Madia e Stefania Giannini – incarnazioni della cialtronaggine elevata a codice etico – sottoporsi alla doccia per la raccolta fondi della Sla tentando di accreditarsi come persone moderne e perbene è ributtante, se non peggio.
Grazie a tali individui si svela come simili eventi mediatici, proprio perché compiutamente identificabili come culturalmente tipici del XXI secolo, rivelano una natura tipicamente d’ancien regime. Tutte queste iniziative di solidarietà che spuntano a destra e a manca con il benestare e la partecipazione attiva di politici, ricconi e divi multimilionari di ogni ordine e grado altro non sono che la re-istituzionalizzazione della beneficenza, quell’istituto tipico del medioevo e dell’età moderna che i Lumi prima e soprattutto il Novecento poi avevano sognato di spedire in soffitta.
La storia non è un procedere maestoso in avanti, ma un diuturno zig-zag che globalmente tende all’avanzamento. Oggi siamo in un’epoca di arretramento sociale. La dignità dell’essere umano è messa in discussione ogni giorno di più. In questi anni chi aveva lavorato affinché l’uomo non dovesse essere costretto a umiliarsi per chiedere ciò che gli spetta è perdente. Vince chi invece ritiene giusto che ci sia chi abbia di meno, chi trova normale e finanche giusto che lo Stato non pensi a nulla, che il bisogno sia una colpa e che comunque non debba essere soddisfatto dalla collettività in base a criteri equi (chi ha più dà di più, chi ha meno dà di meno).
Per concludere, dunque, il male di simili eventi non sta solo nella loro dimensione mediatica, ma innanzitutto nella filosofia che ne è alla base. Una filosofia che incoraggia la disuguaglianza e la eleva a unico sistema di regolamentazione sociale attuabile.
Così appare ovvio e desiderabile che ci si debba prostrare al ricco e ai suoi capricci, che alle necessità si risponda con la beneficenza mediatizzata e non con la politica. Che le ingiustizie rimangano affinché chi ha più ci possa costruire consenso senza risolverle.