2013.10.13 - Il dovere dell'odio

Erich Priebke è morto. La sorte gli ha consentito un’esistenza tranquilla, una vita lunghissima e persino il privilegio di un decesso privo di sofferenze.

Ai morti che questo individuo avrebbe dovuto portare sulla coscienza non è toccato un simile destino. Certo, qualsiasi sofferenza fosse toccata a Priebke, nessuno di quegli uomini e quelle donne barbaramente trucidati sarebbe tornato in vita. Detto ciò, non condanno chi pensa che il dolore fisico e il male del boia sarebbero stati una rivincita legittimamente desiderabile.
Nella mia visione della vita, ci sono cose di fronte alle quali il perdono non è proponibile. Ci sono odi che non possono essere sopiti, ferite che non si rimarginano. Il nazifascismo non è stata l’unica barbarie della storia, è vero, ma questo nulla toglie alla sua bestialità. Non avrei mai tolto la vita a Priebke, è giusto che egli abbia vissuto la sua esistenza fino all’ultimo giorno. Però, ora che è morto, ora che l’Argentina rifiuta di accogliere la sua salma, che il Vicariato di Roma pare voglia vietare riti funebri nei suoi edifici di culto (1), che il sindaco di Roma si sta adoperando per evitare che il boia delle Fosse Ardeatine venga seppellito in un cimitero capitolino, non provo dolore. Anzi, se posso essere sincero, provo una certa soddisfazione.
L’odio – e Primo Levi nella sua bellissima “Per Adolf Eichmann” (2) ce lo ha insegnato – può essere un grande atto d’amore. Farlo spegnere significa essere immemori e offendere chi, con la propria vita, ha pagato le conseguenze delle atrocità nazifasciste.




NOTE
(1): Cfr. http://roma.repubblica.it/cronaca/2013/10/12/news/morto_priebke_ex_ufficiale_ss_il_legale_i_funerali_a_roma-68427858/?ref=HREC1-5
(2): Per Adolf Eichmann
Primo Levi

Corre libero il vento per le nostre pianure
eterno pulsa il mare vivo alle nostre spiagge.
L’uomo feconda la terra, la terra gli dà fiori e frutti:
vive in travaglio e in gioia, spera e teme, procrea dolci figli.

… E tu sei giunto, nostro prezioso nemico,
tu creatura deserta, uomo cerchiato di morte.
Che saprai dire ora, davanti al nostro consesso?
Giurerai per un dio? Quale dio?
Salterai nel sepolcro allegramente?
O ti dorrai come in ultimo l’uomo operoso si duole,
cui fu la vita breve per l’arte sua troppo lunga,
dell’opera tua trista non compiuta,
dei tredici milioni ancora vivi?

O figlio della morte, non ti auguriamo la morte.
Possa tu vivere a lungo quanto nessuno mai visse:
possa tu vivere insonne cinque milioni di notti,
e visitarti ogni notte la doglia di ognuno che vide
rinserrarsi la porta che tolse la via del ritorno,
intorno a sé farsi buio, l’aria gremirsi di morte.

(20 luglio 1960)