2014.02.16 – Ora

Credo si debba seguire con attenzione il momento storico che il nostro paese sta vivendo. Mi pare una fase di transizione importante quella cui stiamo assistendo.

È probabile stia nascendo davvero una “seconda Repubblica”, un’etichetta che fino a ora commentatori, giornalisti e studiosi variamente assortiti hanno appiccicato ovunque, basandosi su non si sa quale criterio di analisi.
Io però non adoprerò più il termine “seconda Repubblica” perché mi pare più sensato parlare di tornante della storia repubblicana. Da cosa è dato questo tornante? Andando di grana grossa, occorre partire da un punto: il nostro paese, dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, è stato governato male. Non ci fosse stata quella che Eric J. Hobsbawm ha definito “età dell’oro” (il periodo di grande sviluppo occidentale compreso tra il 1945 e il 1973 dovuto in primo luogo al prezzo basso del greggio) forse saremmo poco più che una nazione contadina. Le ragioni di questo malgoverno sono molteplici: una classe politica non eccelsa sotto il profilo morale, la commistione tra interessi personali e/o di gruppo al bene pubblico, l’aver privilegiato un modello di crescita “usa e getta” a uno capace di distribuirei la ricchezza, l’oppressione dell’alleato statunitense che ha fatto sì che il nostro paese sia stato, per dirla con Lucio Caracciolo, una sorta di protettorato degli Usa.
Piaccia o meno, in questo marasma c’era un partito che a tutti gli effetti era, secondo una celebre affermazione di Pier Paolo Pasolini, uno Stato nello Stato per probità, cultura, rettitudine, moralità e capacità amministrative. Questo partito era il Pci, diverso dagli altri per mille e una ragione. Il Pci era un’anomalia, un’enorme eccezione alla regola, una barca che navigava contro la corrente e che, malgrado ciò, era più salda e veloce delle altre.
Dalla morte di Enrico Berlinguer (e, se vogliamo, dalla fine della segreteria di Alessandro Natta), il Pci è andato sfiorendo. Non si tratta solo e semplicemente della caduta del muro di Berlino, del crollo dell’Urss, del cambio di nome, della sconfitta di un modello sociale e politico e della speranza a esso sottesa. Certo, è anche tutto questo, ci mancherebbe altro. Tuttavia, a me pare che l’elemento centrale sia la perdita della “diversità”, della necessità di una superiorità morale, comportamentale e culturale da ottenere a costo di sacrifici; una perdita avvenuta progressivamente e senza soluzione di continuità. Una perdita, soprattutto, di cui non siamo ancora riusciti a capire le ragioni.
Perché Metteo Renzi segna un tornante nella storia repubblicana? Innanzitutto per motivi generazionali: avendo 38 anni non può avere legame alcuno con la storia del Pci, pur guidando un partito che ne è erede. Poi perché con lui il mutamento antropologico si è completato. Della “diversità” non vi è più traccia, ormai la sinistra italiana non costituisce più un’anomalia. Essa si comporta come la destra: sgambetta, ruba, invade, difende privilegi, invoca il merito, ritiene i deboli una zavorra.
Quando Renzi ha detto di avere una “smisurata ambizione” a me è venuto in mente il Bettino Craxi che invitava gli italiani ad arricchirsi. So che sto paragonando l’attuale segretario del Pd a un delinquente matricolato (cosa che Renzi non è e spero non sarà mai), ma non ne faccio una questione di fedina penale. Il problema sta nell’assonanza di valori (o, meglio, di disvalori), in un paradigma liberale e liberista (quindi creatore e non risolutore di problemi) che legittima i comportamenti più deteriori facendo dell’etica un fazzoletto di carta con cui soffiarsi il naso.
Ora che gli eredi del Pci sono troppo giovani per ricordarsi quello in cui credeva Berlinguer (e, con lui, milioni di militanti) l’irriducibilità ai modi di fare di questo paese è stata rimossa. Con essa, è stato rimosso l’ultimo ostacolo alla legittimazione del Pd a governare l'Italia.
Ora che tutto è uguale, che ogni elemento è indistinguibile dall’altro e che quindi la sconfitta storica è realmente consumata (i migliori hanno abdicato per sempre), il Pd ottiene il via libera. Ammettiamolo e riflettiamoci: purtroppo non è stata la sinistra a cambiare l’Italia, ma è stata l’Italia a cambiare la sinistra. La diga contro l’avventurismo, la boria, la prepotenza e l’individualismo è saltata.
Ora che siamo come loro, invece di vergognarci stappiamo champagne.