2013.01.31 - Se l'antipolitica si trasforma
Le polemiche fioccano, il più delle volte inutilmente. Ha sbagliato Antonio Ingroia ad accostare il suo nome a quello di Giovanni Falcone. Non era il caso, occorre conservare il senso della misura e prendersi poco sul serio.
Non era nemmeno il caso che Ilda Boccassini (persona che tutti
stimiamo) rispondesse come ha fatto. Capisco il suo legame umano e
professionale con Falcone, ma ci sono modi e modi di reagire. Peraltro, mi pare
ci siano cose ben più importanti cui pensare.
Prendiamo la vicenda del Monte dei Paschi, ad esempio. Sotto posto un articolo
di Vladimiro Giacché il quale aiuta a chiarire i contorni della vicenda. Uno
scandalo mostruoso che denota la completa amoralizzazione e l’inettitudine
politica del Pd.
Questo partito sta incentrando la sua campagna elettorale nella lotta a
Ingroia. Gli esponenti del Pd ovunque vadano chiedono il voto utile. È una
curiosa idea di democrazia quella che porta a chiedere il voto poiché si è il
partito più grande e non è un caso che Berlusconi faccia il medesimo discorso.
Il consenso popolare occorre meritarselo (ciò vale per tutti, ovviamente) e il
partito avversario va combattuto con le idee, non con gli insulti e le minacce.
Ingroia fa paura al Pd in quanto l’opposizione di Rivoluzione Civile ha una sua
credibilità. Essa non è numericamente in grado di avvicinare il partito di
Bersani, ma sembra proprio il topolino capace di incutere timore al pachiderma.
Non che Rivoluzione Civile non abbia limiti e difetti (figuriamoci…), ma è
grazie agli uomini che ne fanno parte che in questi ultimi anni si è avuta
un’opposizione alle politiche dominanti. Chi ha proposto il referendum per la
ripubblicizzazione dell’acqua? E quello contro il nucleare? Chi ha denunciato
il comportamento spesso fuorilegge del Presidente della Repubblica?
Si dirà: dimentichi Nichi Vendola. No, non lo dimentico, anzi. Vendola è stato
in prima linea per le battaglie sopra menzionate. Credo però che il suo futuro
politico non sia dei più facili. Temo infatti che il Pd gli abbia riservato una
strategia diversa, più raffinata, per così dire. Bersani e i suoi avevano
bisogno di voti a sinistra e hanno accettato un accordo di coalizione con SEL.
Tuttavia, l’accordo non scritto tra il centro montiano e lo stesso Pd farà sì
che Vendola, dopo le elezioni, verrà marginalizzato, accusato di rendere
ingovernabile il paese. I media inizieranno a criminalizzarlo, i poteri forti
pure e il Pd si accoderà a essi in nome della responsabilità. Tanto, i numeri
per governare senza SEL ci saranno.
Vendola è e rimane una persona stimabile e io spero che le parole scritte sopra
siano quelle di un pessimo profeta. Non solo: spero vivamente che le elezioni
riservino a lui, come a Rivoluzione Civile, un successo insperato. Questo
infatti è l’unico modo per rendere difficile la sua defenestrazione. Dirò di
più: egoisticamente spero che Vendola possa diventare il nuovo ministro
dell’Università. Sarebbe un incarico che lui saprebbe ricoprire in modo
egregio, ne sono sicuro.
Perché Ingroia fa così paura al Pd? Semplice. Grillo avrà un grande successo
elettorale, ma non è detto che nel medio periodo il suo partito tenga. I motivi
che mi portano ad affermare ciò sono talmente tanto evidenti che non vale la
pena soffermarcisi sopra. Ebbene, se il M5S si sfaldasse, è chiaro che gran
parte dei suoi componenti finirebbe nelle file di Ingroia (e di Vendola, pur se
in misura leggermente minore). Il movimento di protesta cosiddetto antipolitico
finirebbe per coagularsi alla sinistra del Pd, che non credo ne sarebbe
contento.
Un’annotazione finale. Riflettevo sulla serie di sondaggi che passano sui
media. È una cosa che mi turba non poco. I sondaggisti, anche i più bravi, non
hanno maggiore attendibilità dei compilatori di oroscopi. Nessuno aveva
previsto, per fare un solo esempio, il trionfo dei grillini in Sicilia e – in
generale – è difficilissimo valutare il consenso riscosso dalle forze non
rappresentate in Parlamento. È anche difficile che tutti gli interpellati siano
sinceri. Si obietterà che i sondaggisti hanno dei modelli di correzione
statistica capaci di rendere irrilevanti tali comportamenti. Sarà. E come la
mettiamo con il fatto che i sondaggi sono commissionati e pagati da qualcuno il
quale non può non essere interessato a che i risultati vadano in una certa
direzione?
Il potere dei sondaggisti è enorme. Essi hanno la possibilità di influenzare i
comportamenti elettorali di una percentuale non irrilevante di persone. Nei tre
mesi antecedenti le elezioni la diffusione dei loro risultati andrebbe vietata.
Non c’è nulla di più pericoloso delle buffonate.
Da http://www.liberazione.it/news-file/Monte-dei-Paschi--una-privatizzazione-disastrosa.htm
ECONOMIA
Monte dei Paschi, una
privatizzazione disastrosa
Come spesso accade in Italia, dallo scandalo che ha
investito il Monte dei Paschi di Siena si stanno traendo le conclusioni
sbagliate. Ed è un vero peccato, perché si tratta di una vicenda emblematica,
che ci racconta un pezzo importante della storia di questo paese negli ultimi
20 anni. Proviamo quindi a mettere un po’ in fila i fatti.
Nei primi anni Novanta il Mps viene privatizzato,
come l’intero sistema bancario italiano, attraverso le Fondazioni bancarie
(società miste pubblico-private senza fini di lucro, secondo la Sentenza n.
300/2003 della Consulta), che ne assumono il controllo azionario. A fine decennio,
non vi sarà praticamente più alcuna banca pubblica (mentre ancora all’inizio
degli anni Novanta il 73% del sistema bancario italiano era in mano pubblica).
Allora si disse che quelle privatizzazioni erano
necessarie non soltanto per fare cassa e comprarsi il biglietto per l’Europa e
la moneta unica, ma anche per ammodernare il nostro sistema bancario e renderlo
più efficiente. Furono così privatizzate tutte le grandi banche commerciali,
tutte le banche a medio-lungo termine (che facevano credito per gli
investimenti delle imprese), e addirittura banche di sviluppo come il
Mediocredito Centrale (mentre nel resto d’Europa gli Stati si guardavano bene
dall’alienare le banche di sviluppo: si veda ad esempio il KfW tedesco).
L’influenza dei partiti, sul Mps come su gran parte
delle banche privatizzate, non cessò. Quello che cambiò furono i principi guida
dell’attività bancaria: prevalse il criterio del profitto di breve termine e
della “creazione di valore per gli azionisti”, a sua volta identificata con
l’andamento in borsa del titolo. La gestione delle banche cominciò a seguire
tutte le “mode” che favorivano la crescita in borsa del titolo relativo.
Inclusi la speculazione finanziaria sempre più spinta, l’uso di società veicolo
fuori bilancio per aumentare la leva finanziaria (ossia per fare più operazioni
con sempre meno capitale proprio) e l’utilizzo di prodotti finanziari derivati.
A metà anni 2000, la moda prevalente nel sistema
bancario internazionale fu quella della corsa alla crescita dimensionale
attraverso fusioni e acquisizioni. Anche il sistema bancario italiano si
concentrò molto. Troppo: nel senso che si creò un oligopolio di poche grandi
banche. Tra fine 2006 e fine 2007 si ebbero le ultime tre grandi fusioni
bancarie italiane: Unicredit compra Capitalia; Intesa compra il San Paolo di
Torino. E il Monte dei Paschi compra, strapagandola, Antonveneta. L’iniziativa
è del management e la Fondazione ne apprende praticamente a cose fatte. Il
prezzo pagato è di 9,3 miliardi di euro.
La crisi degli anni successivi colpisce il titolo e
mette in luce ancora più chiaramente (ma era già chiaro all’atto dell’acquisto)
che la Antonveneta era stata pagata troppo cara: oggi l’intero gruppo ha una
capitalizzazione di borsa di 2,6 miliardi (ma anche Unicredit, che assieme a
Capitalia valeva 100 miliardi, oggi quota sotto i 25). I problemi del
Montepaschi emergono con questo acquisto, che svuota le casse dell’istituto
senese. A questo punto, per migliorare i bilanci occultando le perdite (ma al
prezzo di maggiori perdite successive) vengono effettuate le operazioni sui
derivati di cui si è tornato a parlare in questi giorni. (Che in ognuno di
questi passaggi vi siano state vere e proprie malversazioni è probabile, ma non
è il punto essenziale). Infine, la crisi del debito pubblico italiano si
ripercuote sul Monte dei Paschi, che - per avere rendimenti facili e ritenuti
esenti da rischio - aveva acquistato 25 miliardi di titoli di Stato italiani,
perlopiù a lungo termine. E quindi dall’estate 2011 viene colpito dal crollo
del prezzo di quei titoli. A fine 2011 l’Eba (European Banking Authority)
chiede a diverse banche italiane - suscitando un vespaio - di effettuare un
aumento di capitale: per Mps la stima del capitale necessario si attesta sui
3,4 miliardi di euro, a cui si aggiungono negli ultimi mesi altri 500 milioni
(necessari proprio per coprire anche le perdite dovute all’uso dei derivati).
Veniamo all’oggi: una settimana fa il governo Monti
ha deciso di prestare 3,9 miliardi al Montepaschi. Questo prestito sarà
rimborsato entro 5 anni. In caso negativo, e solo allora, le obbligazioni
dell’Mps acquistate dallo Stato (i Monti-bond) si trasformeranno in azioni
della società. Questo però significa che lo Stato non ha alcun modo per
verificare che i suoi soldi siano spesi bene. E infatti il 27 gennaio
Alessandro Profumo (presidente del Mps), in un’intervista al Sole 24 ore, ha
affermato che è esclusa ogni ingerenza politica «perché non è previsto alcun
diritto di governance» per lo Stato.
La direzione di marcia preferita dallo stesso
Profumo nell’intervista citata è chiara: «Mi piacerebbe avere un socio
finanziario di lungo termine… La nazionalità non è un problema». L’obiettivo da
conseguire? Una banca «con molte meno agenzie ma una base di clientela importante
e ben radicata nei territori, in grado di soddisfare le esigenze delle Pmi e
delle famiglie». L’esito più probabile di tutto questo è un Mps che taglia
drasticamente i suoi sportelli (e quindi il personale), e che presto o tardi
sarà acquisito da una banca straniera. In questo modo il territorio perderà una
delle sue banche di riferimento, e un altro pezzo del nostro sistema
finanziario (dopo la Bnl, acquisita da Bnp Paribas) se ne andrà all’estero, e
sarà comprato a prezzo di saldo.
Siamo l’unico paese europeo che non è voluto
entrare, neanche nell’emergenza, nel capitale delle banche in difficoltà. Non
si è mai andati al di là di prestiti. Questo tabù va rotto.
Con la stessa cifra impegnata nel prestito al
Monte dei Paschi, lo Stato potrebbe diventare di gran lunga il primo azionista
della Banca. Se lo Stato salva una banca, deve poter entrare nel capitale di
quella banca. E non per risanarla e rivenderla al miglior offerente, come oggi
anche qualche liberista propone, con scarsa coerenza (ma come, non era lo Stato
il problema e il mercato la soluzione?). Bensì con due altre finalità: tutelare
il proprio investimento, e nel contempo ripristinare il principio secondo cui
il credito è un “bene pubblico” di importanza strategica per il paese. Il
principio secondo cui una banca non deve accontentarsi di conseguire la massima
profittabilità di breve periodo, ma deve poter crescere nel tempo con il suo
territorio.
Questo concetto, che in Italia è dimenticato quando
non ridicolizzato, è stato ripreso nei Paesi anglosassoni negli ultimi anni: e
persino l’insospettabile Regno Unito ha creato una banca pubblica per il
credito alle piccole e medie imprese. In Italia oggi abbiamo non meno bisogno
di banche pubbliche. Tanto di breve termine quanto - e soprattutto - di credito
a lungo termine.
La vicenda del Montepaschi ci insegna come una
banca privatizzata possa perseguire un orientamento al profitto di breve
termine che si rivela distruttivo, senza per questo perdere i condizionamenti
politici e le logiche clientelari che un tempo si rimproveravano alle banche
pubbliche. Il prestito a Mps non risolve questi problemi.
L’ingresso dello Stato nel capitale del Mps
(direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti), non come socio
finanziario interessato a un profitto immediato ma come azionista di
riferimento di lungo termine, rappresenterebbe invece il salto di qualità di
cui i lavoratori del Mps, i suoi clienti (imprese e risparmiatori) e il nostro
sistema produttivo hanno bisogno in questo momento di forte restrizione del
credito.
Vladimiro
Giacché
31/01/2013