2013.06.01 - Stiamo lavorando per voi

Il governo Letta ha redatto un disegno di legge per porre termine al finanziamento pubblico ai partiti (1). Per molti si tratta di una buona notizia, ma per chi scrive non lo è. Non capisco per quale ragione i partiti non debbano disporre di risorse finanziarie.

La politica ha un costo, non ci si deve scandalizzare di questo. Possiamo essere d’accordo sul fatto che le proporzioni attuali del finanziamento siano eccessive e che le modalità siano migliorabili, ma non su altro.
Io sono favorevole al finanziamento pubblico ai partiti, mentre sono contrarissimo al finanziamento degli stessi da parte dei privati (cosa che il disegno di legge consente). Un privato non deve avere la possibilità di elargire soldi a un partito. Facendolo, ne condizionerebbe l’azione. Chi è così ingenuo da pensare che i membri del partito X possano, nell’esercizio dell’attività legislativa, ledere gli interessi dell’industria Z se questa gli ha finanziato la campagna elettorale?
Il finanziamento pubblico ai partiti è garanzia di democrazia. Vederlo come un male, o addirittura come la causa principale dei guasti del paese, è pura demagogia mischiata a inettitudine.
Altra piccola annotazione: il disegno di legge governativo prevede che ogni cittadino possa elargire il due per mille a un singolo partito (2), per cui io, decidendo di destinare il mio due per mille al partito X farò sapere al tutta la nazione quali sono le mie preferenze politiche. Complimenti per la tutela della privacy.

Ieri il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha pronunciato un durissimo atto d’accusa contro gli imprenditori italiani. il nostro paese, ha detto Visco, sconta 25 anni di ritardo rispetto al resto del continente dai punti di vista tecnologico, geopolitico e demografico (3). Anche il sistema bancario è debole e in crisi, ha evidenziato il governatore, per cui occorre agire. Ovviamente il discorso di Visco è molto ampio e contiene anche aspetti sui quali la sua posizione è meno condivisibile, tuttavia le sue parole centrano il segno. Il nostro è un paese che ha imprenditori dalla mentalità sottosviluppata, nella quasi totalità dei casi capaci solo di attendere l’erogazione di fondi statali. Chi destina gli utili alla ricerca? Chi si sforza di realizzare produzioni ad alto valore aggiunto? Solo alcune mosche bianche. È lì il male principale dell’Italia, non altrove.

Se avete un figlio piccolo, ditegli che – quando sarà grande – tutti i mestieri sono consigliabili fuorché quello del gioielliere. Questo non tanto per i rischi legati all’incolumità fisica (che pure ci sono, data la delinquenza), bensì perché chi si avvia al faticoso e ingrato mestiere del commerciante d’oro e preziosi vivrà e morirà da indigente. Un gioielliere italiano, infatti, stando alle denunce dei redditi, guadagna circa 17.300 Euro l’anno. Certo, una manna rispetto a chi ha avuto in sorte dal destino il diventare noleggiatore di autovetture (5.300 Euro l’anno), venditore di scarpe (6.500), gestore di un autosalone (10.100), ma comunque una miseria. Anzi, una vera e propria indecenza, come testimoniano i dati forniti dal "Corriere della Sera" (cfr.
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2013/06/01/pop_redditi.shtml)


Mediamente, invece, un lavoratore dipendente, ivi compresi i dipendenti dei liberi professionisti di cui sopra, guadagna più del suo datore di lavoro. Chiunque di noi abbia un rapporto non conflittuale con la logica sa bene che lo scopo primario dei lavoratori autonomi è quello di consentire ai propri dipendenti di intascare uno stipendio mensile superiore al proprio. È notorio, infatti, che l’etica del buon samaritano sia ampiamente egemone nella mentalità del libero professionista. Egli è dedito sempre e comunque a gesti di liberalità che sfociano nella generosità più totale, se non nel sacrificio e nella privazione.
Come tutti sanno, il fisco italiano è un mostro tentacolare cui nulla sfugge. Giustamente, i lavoratori autonomi si ritengono vessati e bastonati da questo essere malvagio che, da buon vampiro, succhia il loro sangue. Poveri gioiellieri, poveri concessionari, poveri commercianti costretti a farsi affittare ville faraoniche dai loro opulenti dipendenti solo per potersi dare un tono in società. Poveri lavoratori autonomi, che si fanno prestare la Porsche o la Ferrari dai loro aiutanti a reddito fisso per non fare la figura dei perdenti. Poveri liberi professionisti, i cui abiti griffati altro non sono che pessimi falsi made in China, né più né meno dei Rolex che portano al polso. Non basta l’abolizione degli studi di settore, occorre che lo Stato vi vieti con legge apposita di presentare la denuncia dei redditi, che la Guardia di Finanza venga da voi una volta la settimana non per vedere se i vostri conti sono in ordine, bensì per portarvi – bello e infiocchettato – un assegno di integrazione al vostro reddito così meschinamente inadeguato. Tenete duro ancora per un po’, stiamo lavorando per voi.



PS: Non ho parole per commentare le recentissime scomparse di due persone straordinarie come don Andrea Gallo e Franca Rame. Non è escluso che nei prossimi giorni io non posti alcune riflessioni su di loro, ma per adesso non me la sento. Scriverei solo cose retoriche. Per ricordare Franca Rame copio/incollo questo bellissimo articolo di Furio Colombo.

Da
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/30/franca-rame-incapace-di-rassegnarsi/610888/

Franca Rame, incapace di rassegnarsi
di Furio Colombo | 30 maggio 2013

Sedevamo insieme in Senato. Lei, Franca Rame, arrivava sempre in anticipo e sempre carica di nuovi materiali, domande, denunce, messaggi da ogni periferia, tutti di rivolta o di disperazione. Mi diceva che voleva cominciare adesso, quella mattina, in quell’aula. Io tentavo di dirle che “la dentiera implacabile” (così cercavo, anche con disegnini, di rappresentarle le due parti apparentemente contrapposte del Senato) non lo avrebbe permesso. Infatti il presidente Marini, con lungo sospiro, le dava la parola e poi con un lungo sospiro gliela toglieva, e passava “all’ordine dei lavori” come se Franca, invece che di pace e di guerra e di disabili abbandonati e di gruppi sempre più vasti di senza lavoro, avesse parlato della difficoltà dei parcheggi . Intorno a noi stavano senatori e senatrici che lavoravano quieti, ad altre cose, decisi a non disturbare.
Di fronte a noi la canea del gruppo di attacco detto “l’opposizione”. Ovvero il mondo, fascista o borghese o pregiudicato, di Berlusconi. Un continuo forte rumore di fondo che è cominciato subito ed è finito solo con la scena di mortadella e champagne consumati in aula il giorno della caduta di Prodi. Nel frattempo De Gregorio era stato acquistato, Ignazio Marino era stato rimosso da presidente della commissione Sanità perché si temeva che mandasse al voto il testamento biologico e il suo posto assegnato a una brava cattolica passata un po’ dopo al Pdl. Quel che Franca aveva capito era che eravamo già alleati con la gente di Berlusconi, come lo sono Alfano e Letta adesso. Ma era come una sorta di matrimonio gay prima del riconoscimento legale: bisognava fingere. E non esagerare in esibizioni. Franca esagerava. Vedeva la corruzione e la denunciava. Le giungevano email sui Cie e sui pasti negati ai bambini rom nelle scuole e le leggeva in aula. Il laborioso governo Prodi non faceva caso a un sostegno così tenace. E anche i senatori che avevano fatto eleggere Franca volevano “fare politica” piuttosto che denunciare sempre e subito vita e avventure di quella (questa) squallida Italia.
Franca Rame non si è mai rassegnata, fino a dimettersi. Diceva che anche il nostro parlare e discutere e le nostre inutili strategie del mattino (liquidate prima di sera da cedimenti continui della nostra parte dell’aula) si potevano dire e fare soltanto fuori dal Senato.
Nessuno credeva che si sarebbe dimessa, ma lei lo ha fatto pur di non parlare a poltrone come vuote e porte imbottite. Mai qualcuno ha dato così tanto per un Senato, una politica, una sinistra che volevano così poco.




NOTE
(1): Cfr. http://www.repubblica.it/politica/2013/05/31/news/finanziamenti_ai_partiti_oggi_il_primo_stop_cdm_spunta_l_ipotesi_del_bonus_mobili-60038338
(2): L’articolo di cui alla nota 1 dice così: “E' previsto il sistema del 2 per mille da destinare volontariamente a un singolo partito con la dichiarazione dei redditi. Per ragioni tecniche comparirà solo nella dichiarazione dei redditi 2014, ovvero quella che gli italiani compileranno nel 2015 e pertanto ai partiti prima del 2016 non arriveranno soldi, il cui totale dovrà comunque essere inferiore al tetto attuale del finanziamento pubblico per far risparmiare lo Stato (chi barra il 2xmille toglie soldi all'erario). Fino al 2016, dunque, rimarranno in vita i rimborsi tradizionali, anche se drasticamente tagliati di anno in anno”.
(3): Cfr. http://www.lastampa.it/2013/05/31/economia/visco-pianificare-il-calo-delle-tasse-5raXeYXwYeMYnVYYc26IZP/pagina.html