2013.03.31 - Un uomo di nome Enzo Jannacci
Ci sono delle persone di fronte alle quali ogni evento diventa insignificante.
Una di queste persone è Enzo
Jannacci, un genio, un uomo di una bellezza e di un’intelligenza uniche.
Potremmo parlare di crisi di governo, di Beppe Grillo, di un Presidente della
Repubblica inetto e in malafede, di crisi economica, di disoccupazione e di
precarietà. Sono infatti mille gli argomenti da trattare in questi giorni.
Eppure c’è un evento che li sovrasta e li mette in secondo piano, la morte di
Enzo Jannacci.
Però non riesco a dire altro. Non trovo le parole per dire quello che
quest’uomo ha significato per me. Non ne sono capace.
Di Jannacci si diceva, giustamente, che le parole non riuscivano a star dietro
a tutto quello che gli passava per la testa. A me in questo momento invece non
viene in mente idea alcuna. Credo se ne siano andate alla ricerca di Enzo,
questo punto di riferimento essenziale che ora si è eclissato.
Riesco solo a dire grazie a Jannacci, non altro.
Grazie per aver cantato gli ultimi.
Grazie per aver amato puttane, barboni e operai.
Grazie per aver rispettato il popolo, per averlo amato visceralmente.
Grazie per essere stato comunista senza farlo mai pesare a nessuno.
Grazie per aver creduto profondamente in un Dio giusto e allegro, estraneo al
potere.
Grazie per aver contribuito a scrivere una sua biografia, firmata dal figlio
Paolo, in cui avrebbe potuto celebrarsi e invece si è preso in giro dalla prima
pagina all’ultima, senza dire niente di sé.
Grazie per aver curato quelli senza una lira e senza un parente cui rivolgersi
nel momento del bisogno.
Grazie per aver scritto tante cose assieme a Beppe Viola.
Grazie per aver lasciato il narcisismo ai mediocri.
Grazie per non aver giudicato mai nessuno, ma per aver compreso e accarezzato.
Grazie per essere stato l’unico uomo ad aver dovuto prendersi il torto in un
incidente in cui è stato tamponato. L’automobile che lo aveva centrato era
della Guardia di Finanza.
Grazie per non aver mai provato invidia nei confronti di nessuno. Diceva di Baglioni
che era il più bravo di tutti e che dinanzi a certe sue canzoni si inchinava.
Adorava anche Paolo Conte, Vasco Rossi e tanti altri. Non lo diceva per farsi
bello, ma perché lo pensava.
Grazie perché, quando una volta Fabio Fazio gli chiese quanti anni avesse
Paolo, rispose “Non lo so”. E quando Fazio, insistendo scherzosamente, fece “Ma
come non lo sai?!? È tuo figlio!!!” Jannacci replicò “Non lo so. So che è più
piccolo di me”. Era serio.
Grazie per “Quelli che…” e non mi pare necessario aggiungere il motivo.
Grazie per aver lavorato con Luciano Bianciardi, Giorgio Gaber, Paolo Rossi e
tanta altra gente meravigliosa.
Grazie per aver detto – quando qualcuno gli faceva notare che alcune persone
potevano non fidarsi di lui come cardiochirurgo per il suo comportamento sui
generis – che anche lui avrebbe avuto qualche perplessità se avesse dovuto far
curare suo figlio da uno come Adriano Celentano. Jannacci aveva studiato con
Barnard, per dire, ma era fatto così: si prendeva poco sul serio.
Grazie per averci insegnato il valore della modestia. Modestia intesa non come
falsità, ma come conseguenza di un nitore interiore più unico che raro.
Grazie perché le persone vere, le sole da cui si apprende qualcosa, sono quelle
che vivono davanti alla fresa sperando di partecipare a un musical, quelle che
fanno il palo senza averne il fisico (ma lo fanno con coscienza), le operaie
confuse che prendono coscienza di sé, i telegrafisti di stazioni periferiche e
chi lo faceva al Carcano in pe’.
Grazie per aver detto, e ancor prima pensato, che le cose, alla gente, è meglio
fargliele sapere. E perché quando arrivò sul palco e cantò “La fotografia” fece
fermare il mondo cambiando una vita: la mia.
Grazie per aver commesso un unico errore nella sua esistenza, quello di non essersi
mai stimato abbastanza.
Grazie perché, malgrado i meno attenti possano aver pensato il contrario, tutto
quello che diceva era chiarissimo.
Grazie infine perché, quando domani ci sarà un bisognoso, qualcuno si muoverà
per aiutarlo in quanto glielo ha insegnato un uomo di nome Enzo Jannacci.