2015.04.16 - Eduardo Galeano
Il 13 aprile si è spento anche Eduardo Galeano, straordinario scrittore uruguaiano.
Per
capire chi fosse davvero Galeano vi invito a guardare il video contenuto in http://www.lastampa.it/2015/04/13/multimedia/cultura/eduardo-galeano-e-il-diritto-di-vivere-Oetq7fB0fJggCd5MZZpJ7M/pagina.html .
Qui Galeano tra l’altro affermò: “E se delirassimo per un momento? Se
guardassimo oltre l’infamia per provare a indovinare un altro mondo possibile?
L’aria sarà ripulita da tutto il veleno che non venga dalle paure umane e dalle
umane passioni. Si inserirà nei codici penali il delitto di stupidità, commesso
da coloro che vivono per possedere e guadagnare, invece che vivere per il fatto
stesso di vivere. I politi non crederanno che ai poveri piace sfamarsi di
promesse. I bambini di strada non saranno trattati come spazzatura, perché non
ci saranno bambini di strada. L’istruzione non sarà il privilegio di coloro che
possono pagarla e la polizia non sarà la maledizione di chi non può comprarla.
La giustizia e la libertà, gemelle siamesi condannate a vivere separate,
torneranno a unirsi, schiena contro schiena. Saremo imperfetti, perché la
perfezione continuerà a essere il noioso privilegio degli dei. Ma in questo
mondo semplice e fottuto saremo capaci di vivere ogni giorno come se fosse il
primo e ogni notte come se fosse l’ultima”.
Aggiungo poi questo scritto tratto da
http://www.internazionale.it/notizie/2015/04/13/eduardo-galeano-specchi-scrittura
La scrittura cura la cattiva memoria
Dalla
fondazione della scrittura in Iraq al perché è importante scrivere. Un estratto
da “Specchi. Una storia quasi universale” (Sperling & Kupfer), ultimo libro
pubblicato in Italia dallo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano.
La fondazione
della scrittura
Quando l’Iraq non era ancora l’Iraq, nacquero là le
prime parole scritte. Sembrano orme di uccello. Mani abili le disegnarono, con
cannucce affilate, sull’argilla.
Il fuoco, che aveva cotto l’argilla, le conservò.
Il fuoco, che distrugge e salva, uccide e dà vita: come gli dèi, come noi.
Grazie al fuoco, le tavolette di fango continuano a raccontarci, adesso, quel
che era stato raccontato migliaia di anni fa in quella terra fra i due fiumi.
Ai nostri giorni, George W. Bush, forse convinto
che la scrittura fosse stata inventata in Texas, ha scatenato con allegra
impunità una guerra di sterminio contro l’Iraq. Ci sono state migliaia e
migliaia di vittime, e non solo di gente in carne e ossa. È stata assassinata
anche molta memoria.
Numerose tavolette di fango, storia viva, sono
state rubate o distrutte dai bombardamenti. Una delle tavolette diceva:
Siamo polvere e nulla.
Tutto quel che facciamo non è altro che vento.
La pietra che
parla
Quando Napoleone invase l’Egitto, uno dei suoi
soldati trovò, sulle rive del Nilo, una grande pietra nera, tutta incisa di
segni.
La chiamarono Rosetta. Jean François Champollion,
studioso di lingue perdute, passò la sua giovinezza ad arrovellarsi su questa
pietra. Rosetta parlava in tre lingue. Due erano state decifrate. I geroglifici
egizi no. Continuava a essere un enigma la scrittura dei creatori delle piramidi.
Una scrittura molto ingannevole: Erodoto, Strabone,
Diodoro e Orapollo avevano tradotto ciò che avevano inventato, e il sacerdote
gesuita Athanasius Kircher aveva pubblicato quattro volumi di sciocchezze.
Tutti erano partiti dalla certezza che i geroglifici fossero immagini che
integravano un sistema di simboli, e che i loro significati dipendessero dalla
fantasia di ogni traduttore.
Segni muti? Uomini sordi? Champollion interrogò la
pietra Rosetta durante tutta la sua giovinezza, senza ricevere altra risposta
che un ostinato silenzio. Il poveretto era ormai roso dalla fame e dallo
scoraggiamento, quando un giorno si prospettò una possibilità che nessuno aveva
mai avanzato: e se i geroglifici fossero suoni, oltre a essere simboli? Se
fossero anche qualcosa di simile alle lettere dell’alfabeto?
Quel giorno si aprirono le tombe e il regno morto
parlò.
Scrivere no
Circa cinquemila anni prima di Champollion, il dio
Thot era andato a Tebe e aveva offerto a Thamus, re dell’Egitto, l’arte dello
scrivere. Gli spiegò quei geroglifici, e disse che la scrittura era il miglior
rimedio per curare la cattiva memoria e la poca sapienza.
Il re rifiutò il regalo: «Memoria? Sapienza? Questa
invenzione produrrà l’oblio. La sapienza risiede nella verità, non nella sua
apparenza. Non si può ricordare con la memoria altrui. Gli uomini
registreranno, ma non ricorderanno. Ripeteranno, ma non vivranno. Verranno a
sapere molte cose, ma non ne conosceranno nessuna».
Scrivere sì
Ganesha è un panzone perché gli piacciono moltissimo
le caramelle, e ha delle orecchie e una proboscide da elefante. Ma scrive con
mani da uomo. Lui è maestro di iniziazioni, è colui che aiuta la gente a
iniziare le sue opere. Senza di lui, in India niente avrebbe un inizio.
Nell’arte della scrittura, e in tutto il resto,
l’inizio è la cosa più importante. Qualsiasi principio è un grandioso momento
della vita, insegna Ganesha, e le prime parole di una lettera o di un libro
sono fondanti tanto quanto i primi mattoni di una casa o di un tempio.