2015.04.15 - Günter Grass
Un bellissimo ed esaustivo articolo sulla scomparsa di Günter Grass, grande coscienza critica del Novecento, spentosi a Lubecca il 13 aprile.
Da http://ilmanifesto.info/autobiografia-di-un-secolo/
Günter Grass, autobiografia di un secolo
— Giulio Schiavoni, 13.4.2015
Günter Grass.
Lo scrittore tedesco, scomparso a 87 anni, è stato una coscienza morale della
Germania. Attraverso i suoi libri, e con diversi registri linguistici, ha
lottato contro la rimozione della memoria
E così anche Günter Grass ci ha lasciato. La sua
voce critica e la sua vis polemica, a dire il vero, non echeggiavano
più, da qualche tempo, con la stessa frequenza che in passato. Il sentimento
quasi di un lento andarsene e come di un graduale distacco dall’arena
pubblica per ritrovare una natura e un linguaggio nella loro forza
piena e gratificante si poteva forse cogliere in uno dei suoi ultimi
testi narrativi, Grimms Wörter
(Le parole dei Grimm,
2010), uno splendido scritto sostenuto dall’amore per la lingua ma anche un
libro dell’addio: un prepararsi al congedo, un concentrarsi
sull’essenziale («Da vecchi ci si concentra sull’essenziale, e si
impara a osservare la natura», aveva confessato in una recente
intervista).
Se ne va con lui un intellettuale controverso,
scomodo nel senso pieno del termine, un tedesco che è stato considerato
a lungo come una sorta di «coscienza morale» della Germania, invitata
a fare i conti col proprio passato e a non nutrire illusioni
– a ridosso della caduta del Muro di Berlino — nei confronti di un processo
come quello della riunificazione tedesca gestita dal cancelliere Kohl,
salutata con impietoso scetticismo come rischio di una colonizzazione
capitalistica dell’Est europeo nel Discorso
di un senza patria (1990) e in romanzi come Il richiamo dell’ululone (1992)
ed È una lunga storia
(1995). Se ne va con Grass un polemista che ha fatto della sua battaglia
morale contro la rimozione, contro l’«oblio» (del passato nazista, della
«colpa», delle inadeguatezze) e del dovere della memoria (per dirla
con Primo Levi) un pilastro del proprio impegno esistenziale.
L’ora zero
L’engagement di Grass si è delineato già sul
finire degli anni Cinquanta, allorché s’è avviata la sua notorietà. Sono gli
anni della sua adesione alle istanze di rinnovamento culturale
e morale propugnate dal Gruppo 47 (impegnato nella ricerca di una nuova
sensibilità poetica e nella lotta contro militarismo e nazifascismo)
e al quale egli dedicherà nel 1977 il racconto che ha per titolo L’incontro di Telgte. Sono gli
anni della pubblicazione della Danziger Trilogie («Trilogia di
Danzica», composta fra il 1959 e il 1963 e costituita dal Tamburo di latta, da Gatto e topo e da Anni di cani), nella quale egli
rileggeva la storia tedesca a partire dal ricordo della sua città
Natale, Danzica, l’odierna Gdansk polacca, la sua Heimat perduta , schierandosi
contro la restaurazione di Konrad Adenauer e osteggiando la «fuga
dalla storia» praticata ad esempio mediante la teoria dell’«anno zero» (o
dell’«ora zero»), mediante il forzoso azzeramento dell’esperienza del terrore
che era ancora ben presente nelle menti: «Si cercava», scrive in un altro
passo del suo dialogo a distanza con il Nobel giapponese Kenzaburo
Oe, «di dare alla fine del terrore il significato di ora zero, come se si
potesse ricominciare tutto da capo, come se bastasse rimuovere le macerie,
come se fosse consentito cavarsela impuniti».
A partire da queste premesse, lo scrittore danzichiano
ha maturato negli anni successivi anche un proprio, più esplicito coinvolgimento
nella lotta politica, alternando fasi di aperta militanza nelle file del Partito
socialdemocratico tedesco (sostenendo fra l’altro la politica del futuro
cancelliere Willy Brandt) a momenti di maggiore distanza, nei quali si
è fatta più pressante la sua vena narrativa. E insieme non ha mancato
di dar prova della sua straordinaria versatilità artistica, di muoversi
agevolmente nei differenti registri linguistici e negli stili dei
vari io-narranti testimoniati dalla sua opera.
Sempre convinto di poter agire sulla realtà in
virtù della parola e della scrittura, egli ha ritenuto di dover prendere
la difesa degli sconfitti e dei dissenzienti, ricorrendo per tutta la
vita più alla polemica e alla «rabbia» che alle schilleriane «grazia
e dignità». Ha ritenuto di dover comportarsi da «libero denigratore»
della propria patria, secondo la formulazione da lui usata dialogando nel
1995 con Kenzaburo Oe, scrittore poco più giovane di lui che aveva conosciuto
la piaga dell’imperialismo nipponico e delle sue nefaste conseguenze
e al quale ha confessato: «Continuiamo a invecchiare, caro amico,
eppure siamo rimasti dei bambini segnati. Entrambi abbiamo dovuto imparare,
per vie simili e grazie alla nostra memoria da scrittori, a sopportare
Lei il Suo Giappone e io la mia Germania. Siamo abituati a rimanere
in disparte e a firmarci per così dire come liberi denigratori della
nostra patria. In questo caso la critica è la massima espressione
dell’amore verso il nostro paese. Ecco perché Le scrivo: per via di tutto
quello che ci accomuna, e anche perché credo e spero che le nostre
lettere possano rivelarsi di interesse pubblico».
Ambiguità di un’epoca
Personalità complessa e prodigiosamente
vitale (pittore e grafico, scultore, poeta, autore di testi teatrali,
saggista, narratore e oratore politico), a partire dal Tamburo di latta, il suo primo
bestseller, Grass finì così al centro dell’attenzione internazionale, catalizzando
gli amori e gli odi della critica a ogni sua prova letteraria,
sino a ottenere il Nobel per la letteratura nel 1999, anno in cui ha
pubblicato la raccolta di racconti Il
mio secolo. Molti i temi che via via erano intanto finiti al
centro del suo osservatorio. Se nella cosiddetta «Trilogia di Danzica»
egli aveva denunciato le ambiguità dell’era adenaueriana, nelle opere successive
egli ha tematizzato la distanza dal velleitarismo dei movimenti di contestazione
extraparlamentari in Anestesia
locale (1969), ha espresso le sue riserve nei confronti della politica
di lento riformismo della socialdemocrazia in Dal diario di una lumaca (1972), ha portato
l’attenzione sull’emancipazione femminile nel superbo romanzo-fiume Il rombo (1977) e ha
riflettuto sulla funzione sociale degli scrittori e della letteratura
nell’Incontro di Telgte
(1979).
I tabù svelati
Negli anni Ottanta ha poi spostato la propria
attenzione sull’impegno ecologistico e sulla possibilità di una
catastrofe ecologica o magari di un disastro nucleare o sul calo
demografico della popolazione europea e sull’impoverimento del terzo
mondo (in romanzi come Parti mentali,
La ratta e Mostrare
la lingua, oppure nella serie di disegni Legno senza vita). E in
anni a noi più vicini ha riaperto il discorso sul passato, affrontando
anzitutto il tabù delle vittime tedesche della Seconda guerra mondiale nel Passo del gambero (2002)
e avventurandosi nella recente tardiva, clamorosa e controversa
rivelazione autobiografica (in Sbucciando
la cipolla, 2006) sui propri brevi trascorsi adolescenziali
nelle file delle Waffen SS. Quella confessione autobiografica – accolta, non
solo in Germania ma anche in Italia e nel resto d’Europa da attacchi
personali che lo lasciarono sconfortato, anche se molti amici non lo abbandonarono)
— lo fece tornare più che mai nel mirino della critica e del pubblico
internazionale, confermando — quasi paradossalmente — l’autenticità del
suo impegno civile malgrado le ombre e le cadute. Si trattò di un testo,
anch’esso, in cui — tutto sommato — lo scrittore danzichiano confermò di
voler continuare a restare sulla breccia per denunciare senza estremismi
le storture della sua amata e odiata Germania o per leggere il
presente in controluce facendo tesoro delle esperienze passate, adottando
– tutto sommato — la scrittura anche come una forma di terapia dello choc
che l’impatto con la storia produce.