2014.02.18 - Qualche considerazione su Fabrizio Barca

Un finto Nichi Vendola, peraltro imitato male, ha fatto cadere in trappola Fabrizio Barca. I fatti sono noti e non li riassumerò in questa sede (1), né mi dilungherò in analisi critiche su certi modi di fare giornalismo: Giuseppe Cruciani non merita il mio tempo. 


Di Barca so una cosa, non fosse altro perché ho avuto modo di conoscerlo personalmente: è un uomo preparato e capace, due doti rare nel mondo della politica italiana. In questo sta la sua forza ma, temo (visti il contesto e l’andazzo) sta anche la sua debolezza.
Da una persona simile non mi aspettavo tanta ingenuità: non si spiattellano cose riservate al telefono. Detto questo, però, le parole di Barca credo meritino un’analisi. Egli ha detto che dietro a Matteo Renzi praticamente c’è il nulla. Avventurismo allo stato puro, nessuna visione progettuale, nessun addentellato con quella cosa nobile che è la politica. Se lo dice Barca, mi fido. Assai immodestamente, e me ne scuso, da lontano anche a me era parso che Renzi fosse e sia un signore che di poco è capace e che molto (troppo) si auto-valuta.
Barca ha affermato che viene tempestato di sms e telefonate da parte di Carlo De Benedetti e da giornalisti del suo gruppo editoriale, i quali fanno pressioni affinché lui entri nel costituendo governo Renzi. Le anime candide dovrebbero finalmente rendersi conto che i poteri forti in questo paese purtroppo esistono. Il sindaco di Firenze mi pare sia molto amato da queste centrali di potere. Le anticipazioni del libro di Alan Friedman sul “Corriere” non sono uscite a caso, ma a occhio e croce erano nel cassetto da qualche tempo e sono state tirate fuori nel momento che è parso opportuno più dal punto di vista politico che da quello editoriale. E di certo erano pro-Renzi.
Il presidente del Consiglio in pectore gode anche dell’appoggio di De Benedetti, il quale si muove per lui e gli procura ministri. Senza voler fare ironie, tutto quello che “la Repubblica” appoggia dal punto di vista politico si trasforma in un cavallo perdente. Ripeto, non mi va di scherzare e quindi non affermo che De Benedetti e Scalfari portino male, ma sono sicuro che essi abbiano una competenza politica peggio che bassa. Se gli esecutivi progressisti e tecnici italiani di questo ventennio hanno fatto schifo forse dipende dal fatto che la loro linea è stata almeno in parte dettata anche dalla “Repubblica”.
Quelli italiani sono poteri forti e al tempo stesso provinciali e gaglioffi. Sono una componente del nostro capitalismo e quindi non possono che essere familiari (ergo familisti) e parassitari. E poi, se si servono di Lucia Annunziata per cooptare Barca, significa anche che sono di una grettezza e di un’ignoranza cosmiche.
Barca è stato ingenuo. Molto. Però ha pronunciato parole apprezzabili. Quando ha detto di non voler far parte di un governo privo di progettualità ha certamente pensato a se stesso e al fatto che non si mette mai la faccia per qualcosa di cui non ci si può fidare. Tuttavia, tale comportamento non può essere etichettato come egoista. Barca ha dimostrato di avere non comuni visione e dimensione etica. Egli ha mostrato quale deve essere il paradigma valoriale e comportamentale di un uomo di Stato. Al tornaconto personale va anteposto il bene pubblico. Se è palese che un governo non ha le carte in regola per fare il bene del paese si deve avere la forza di non farne parte, anche se questo stesso governo (e chi lo appoggia) fa di tutto per tirarti dentro.
Ancora: Barca ha detto che quando ci sono degli imprenditori che spingono così tanto per insediare un esecutivo ci sono anche altrettante o più ragioni per diffidare dell’esecutivo in questione. Anche questa è una gran lezione. Il bene della collettività non coincide mai con gli interessi dei gruppi di pressione, ci fa capire Barca. È una cosa che a sinistra molto avevano dimenticato, infatuati se non addirittura folgorati da quello specchietto per le allodole che è la modernità.
Ha ragione il mio amico e collega Gregorio Sorgonà: l’arrivo di Renzi alla guida del Pd apre enormi spazi politici per la sinistra. Certo, deve essere una sinistra che rifugga dal velleitarismo e dal narcisismo di Nichi Vendola (nel cui partito regna un culto della personalità che pare di stare in Corea del Nord), come dalla sterilità propositiva di Paolo Ferrero. E, già che ci siamo, che rifugga pure dall’addottorato nientismo che alberga dalle parti di Paolo Flores d’Arcais e Guido Viale (quelli che vogliono candidare Alexis Tsipras alle elezioni europee senza mettere la parola “sinistra” sul simbolo e nel programma).
Involontariamente, Barca ci ha indicato come sfruttare questi spazi. Prestiamo attenzione alle sue azioni.

 


NOTE
(1): Cfr. http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/02/17/governo-barca-pressioni-da-de-benedetti-per-fare-ministro-ma-ho-detto-no/266333/