2013.03.06 - Contenti voi...

Si fa un gran parlare del presunto neo-fascismo del Movimento 5 Stelle.


La cosa mi pare sostanzialmente risibile.
Nessuno mi ha minacciato con il manganello malgrado io non avessi alcuna intenzione di votare per Beppe Grillo. E anche adesso che ribadisco di non aver dato il mio consenso al M5S non ho nessuno che mi telefona per dirmi che la mia casa sarà incendiata.
Non conosco Gianroberto Casaleggio e l’uomo non mi ispira alcuna simpatia, tuttavia prima di dargli del fascista starei attento.
La patente di mussoliniani che certuni, da sinistra, danno ai grillini è l’ennesima dimostrazione di quella presunzione di superiorità che caratterizza tanti, troppi progressisti. Il popolo non ha votato quelli che abbiamo votato noi? È evidente che il popolo ha sbagliato e quindi smerdiamo i suoi idoli senza alcuna pietà.
Trattasi di atteggiamento impudicamente vile. Il fenomeno Grillo va infatti analizzato con ben altri strumenti.
È vero, le parole sul fascismo della neo-capogruppo del M5S alla Camera, Roberta Lombardi, sono vomitevoli (1). Esse tuttavia riflettono un senso comune terribilmente diffuso, alimentato da giornalisti prezzolati e pseudo-storici repressi e disonesti. Non si tratta di una posizione peculiare del M5S, insomma. Questo non vuol dire che certe affermazioni siano meno gravi, per carità, ma forse ci aiuta a comprendere meglio la questione.
Cosa tiene insieme i grillini? Leviamoci dalla testa l’idea che il M5S sia mera anti-politica o che non possieda un programma. Chi pensa ciò è ancora nella fase auto-consolatoria della sconfitta. I grillini hanno delle idee, non li si sottovaluti, ma allo stesso modo si deve ammettere che il collante del loro stare insieme è una sorta di venerazione per il loro leader, visto come autentico taumaturgo.
Detta un po’ più chiaramente, se Grillo avesse detto di frequentare i centri sociali, assai probabilmente la signora Roberta Lombardi avrebbe scritto un peana per Askatasuna. Se Grillo avesse profuso lodi per i Savoia, la signora Lombardi si sarebbe dichiarata monarchica. Se Grillo si fosse detto cattolico, la signora Lombardi avrebbe messo il cilicio come Paola Binetti.
Non si tratta di convinzioni proprie, dunque. Il culto della personalità comporta un forte spirito di emulazione, un desiderio inconscio di essere più realisti del re. Sono dell’idea che alla base di tutto vi siano l’assenza di identità e di pensiero autonomo cui corrisponde un’ignoranza crassa analoga a quella di Mariastella Gelmini. Da qui a essere fascisti, tuttavia, credo che ce ne corra.

Sulla vicenda ha scritto parole giuste Massimo Gramellini. credo valga la pena riportarle per intero.

Da http://www.lastampa.it/2013/03/05/cultura/opinioni/buongiorno/richiesta-di-dimissioni-ao0YYAlI7S6nsnXiaTngkN/pagina.html


Buongiorno
05/03/2013
Richiesta di dimissioni

«Prima che degenerasse, il fascismo aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello Stato e la tutela della famiglia». Questo Paese senza memoria digerisce ormai qualsiasi oltraggio alla sua storia, ma se un politico di spicco della Casta avesse pronunciato parole simili, dubito che l’avrebbe passata liscia. Nemmeno Berlusconi, per citare un caso limite, si era mai spinto a tanto. I più sarcastici gli avrebbero chiesto in quale giorno, ora e minuto esatto un movimento giunto al potere con la violenza e la sospensione delle libertà fondamentali era degenerato in qualcosa di peggio. I più sensibili sarebbero sobbalzati davanti alla superficialità urticante di certe affermazioni. In particolare la seconda, perché per dire che il fascismo dei gerarchi corrotti e della retorica patriottica ammannita al popolo come una droga aveva «un altissimo senso dello Stato» bisogna avere un altissimo tasso di malafede o, peggio, di ignoranza. E non oso immaginare la reazione di Grillo. Gli avrebbe urlato da tutti i computer: sei morto, sei finito, sei circondato, arrenditi topo di fogna.
 
Purtroppo il pensiero sopra riportato è opera di Roberta Lombardi, neocapogruppo alla Camera dei Cinquestelle, che lo ha scritto su un blog non più tardi di un mese fa. Conosco tante persone che hanno votato Grillo per dare uno scossone al Palazzo. Ma nella lista degli scossoni desiderati dagli elettori non credo rientrasse l’apologia di fascismo. Perciò sono sicuro che la signora Lombardi presenterà entro stasera le sue scuse, seguite dalle sue dimissioni.


La signora Lombardi non si è ancora dimessa, il che ci spiace. Sinceramente, dubito che l’auspicio di Gramellini (che faccio mio) si traduca in realtà, ma non è su questo che vorrei riflettere. A me piacerebbe che a sinistra ci si rendesse conto di due cose.
La prima è che gli e le esponenti del M5S intellettualmente sono poca cosa.
La seconda è che, malgrado quanto appena scritto, queste persone hanno inflitto una sconfitta sonora alla sinistra, il che vuol dire che il nostro livello è bassino. Però su questo argomento non vedo ancora alcuna riflessione articolata. Scorgo molte demonizzazioni immotivate e ridicole, le quali altro non fanno che rafforzare Beppe Grillo.
Contenti voi…

Posto infine una delle poche analisi intelligenti lette in questi giorni.

Da http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/9151/

Democrazia appesa a un software

Alberto Piccinini
04.03.2013

Un viaggio tra influencer e troll nel complicato mondo dei commenti grillini pro e contro la fiducia. «On line il 90% dei contenuti è creato dal 10% degli utenti». La massima del marketing virale firmata Gianroberto Casaleggio ricorda e capovolge quel «Siamo il 99%», slogan lanciato dai movimenti Occupy in tutto il mondo.

Una delle più note massime di Gianroberto Casaleggio - pubblicata sul suo sito 3 anni fa - recita così: «On line il 90% dei contenuti è creato dal 10% degli utenti. Questi utenti sono gli influencer». L'espressione non è sua, ma dell'esperto americano di marketing Paul Gillin, che l'ha coniata per primo. Aggiorna, se vogliamo, all'era della Rete, le vecchie ricerche anni '50 del sociologo Paul Lazarsfeld, che osservò il ruolo degli opinion leader nella diffusione a due fasi della comunicazione mediatico-politica, e definì la loro «influenza», appunto.
«Gli influencer - continua Casaleggio - vanno valutati come asset strategici delle aziende». Hanno blog, postano video, sono attivi sui social network, e perciò possono convincere a vendere auto, telefonini, vacanze, pannolini. Come ben sa, aggiungiamo, chi si avventura sui siti che propongono «l'opinione degli utenti» a proposito di prodotti e servizi sul mercato: opinioni spesso finte, pagate, sollecitate secondo le regole del marketing virale. Nel post di Casaleggio sugli influencer non si fa cenno alla politica, e neppure al ruolo degli influencer nello spostare voti. Il fenomeno è entrato da qualche tempo nelle agende degli studiosi di comunicazione. Non andrebbe tuttavia dimenticato che un saggio sul legame tra marketing e politica lo diede Forza Italia nel 1993, che in mancanza di internet usò la rete dei venditori Publitalia per dare una struttura territoriale al movimento.
Il legame tra marketing e politica o - detta in altri termini - la questione della democrazia interna al moVimento, lo sappiamo, è quello che ha fatto storcere il naso a parecchi. Fino al giorno delle elezioni, questo genere di sospetti e ironie sono stati rilanciati e dibattuti ampiamente dalla Rete. Con scarso successo, si direbbe (e certamente con notevole sottovalutazione della profondità del fenomeno). Ma il dibattito non è certo finito e anzi attende i «grillini» alle loro prime mosse da cittadini eletti (vedi l'intervista a Wu Ming ieri su questo giornale). Lunedì prossimo i cittadini eletti del MoVimento si incontreranno a Roma con Grillo, Casaleggio e con lo «staff». Ecco una buona occasione per cercare di capire qualcosa di più concreto di quel che accadrà.
Nel frattempo, luogo privilegiato per l'osservazione resta il blog di Beppe Grillo. Tra i 100 più popolari del mondo, secondo quello che è quasi uno slogan. Ieri il blog si apriva con il post del «mercato delle vacche» («il solito modo puttanesco di fare politica», «Bersani è fuori dalla storia»), nel quale Grillo avverte che il movimento non si può fermare con «i soliti giochini di palazzo». Per chi è abituato a raccontare la politica attraverso lo schermo della tv, l'istantaneità della battuta o dello scazzo tra politici, tutt'al più a cogliere l'espressione di chi - militante, simpatizzante - in carne ed ossa partecipa a una manifestazione di piazza (è successo pure ai grillini nel rush finale della campagna elettorale) leggere un blog come quello di Grillo, specie nella parte riservata alle «opinioni», è un'impresa non poco faticosa, lenta, spesso frustrante.
Dopo poco meno di due ore dall'apparizione del post di Grillo i commenti sono 2222. Ma sono più di 18.000 quelli linkati alla prima bordata contro Bersani «morto che parla». «Buongiorno Beppe - esordisce l'elettore Marco alle prese con un dubbio lecito - Non credo che tu li legga, correggimi se mi sbaglio, c'è qualcuno preposto a leggerli e segnalarti quelli degni di nota? Un salutone». Ad ogni modo, una lettura il più possibile veloce dei commenti suggerirebbe ancora di dividere in parti approssimativamente uguali l'appello alla responsabilità («la campagna elettorale è finita. E' ora di mettersi al lavoro», «come si fa a votare sui punti senza dare la fiducia al governo?») e l'accordo pieno con l'intransigenza di Grillo («tutti a casa», lettere maiuscole). Con qualche ulteriore corollario anti-Bersani: governo tecnico ma non come quell'altro, governo 5 stelle vediamo se votano i nostri provvedimenti, se la cavino da soli. Eccetera.
Dal punto di vista giornalistico potrebbe anche andar bene. Ma non è così semplice. In un blog ci sono i troll. In ogni luogo della Rete dove è consentito l'intervento degli utenti, troll è colui che disturba la comunicazione, il provocatore, il pazzo. E ci sono i fake, che adottano identità posticce per confondere le proprie intenzioni. E' opinione abbastanza comune tra i partecipanti al blog di Grillo (probabilmente militanti della prima ora), che gli interventi «responsabili» siano in realtà delle manovre di disturbo del Pd meno elle. E che ci siano gruppi di troll pagati dal Pd, secondo i più duri. Suggestivo. O comunque, di provocatori e «infiltrati». «Ma cari italioti del Pd e Pdl che continuate a scrivere su questo blog spacciandovi per attivisti del M5S, ma perchè non vi fate un blog tutto vostro e la smettete di rompere i coglioni?!». Lo scrive Alessandro da Codogno.
Pure una certa (giustificabile) paranoia, insomma, aleggia nel blog di Grillo. E fa il paio con tutto quel che sappiamo, da vecchi frequentatori della Rete: l'impolitezza dei commenti, spesso il loro segno antropologico più che politico, l'estremismo verbale o direttamente trash. Con l'ingegnosità folle di certe proposte: «facciamo in modo che chi è veramente un 5 stelle possa avere il suo post contrassegnato da un simbolo» (riassumo questo perché non lo trovo più, ma l'ho letto). E così via. E c'è il sospetto, sempre fondato, che nell'era della Rete «l'opinione"» il post di commento, siano in realtà dei feticci. Feticci della discussione, della democrazia, dell'audience, che in realtà pochi o nessuno (se non chi li ha scritti) leggeranno fino in fondo. Ma questo è un effetto collaterale della democrazia digitale. Appartiene, da sempre, alla democrazia in genere, come gran parte dei problemi che ci si trova ad affrontare anche in questo caso.
E allora? Una delle preoccupazioni più serie che affiorano dalle migliaia di post della giornata, prende spunto proprio da un motto di Grillo: «uno vale uno». O in altre parole: chi decide? Dove? Come? Leonardo: «Scusate una piccola parentesi tra fiducia si/no: ma non dovevamo decidere dal basso, uno vale uno?? Fate presto una piattaforma e leviamo tutte le beghe: votiamo a maggioranza. La piattaforma presto, LA PIATTAFORMA!!!». Che questa sia una questione percepita come molto seria dagli amministratori del blog lo si capisce da un post che compare subito dopo, pubblicato in apertura di pagina. «Leggo con stupore presunti esperti discutere a nome del M5S (...) Il M5S dispone di un programma che sarà sviluppato on line nel tempo da tutti i suoi iscritti. La piattaforma, uno spazio dove ognuno veramente conterà uno, è in fase di sviluppo dopo il rallentamento dovuto all'anticipo delle elezioni».
La piattaforma. E' in fase. Di sviluppo. Si può e deve metaforicamente sparare su Bersani, ma quando nel corso della conferenza stampa post elettorale della non-vittoria ha usato più volte la parola «palingenetico» a proposito del movimento di Grillo, beh, non andava così lontano dal vero. La piattaforma, probabilmente il famoso meetup, oppure quel Liquid Feedback che consente dar forme e mimare on line proposte, dibattito e decisioni di un'assemblea virtuale e potenzialmente infinita, non è ancora pronta, dicono dal moVimento. Si aggiungerebbe sommessamente che «inventare» un'assemblea e il suo modo di funzionamento è quasi un paradosso, come tanti altri in questa storia. Ma pazienza.
Anzi no. Messa così sembra davvero una scusa pietosa: non c'è democrazia perché non abbiamo ancora il software! C'era un pensiero che avevo in testa quando ho iniziato a scrivere citando la teoria degli influencer di Casaleggio. Ricordate? On line il 90% dei contenuti è creato dal 10% degli utenti. Un pensiero scemo, un lampo, una sensazione. E' lo slogan del movimento Occupy: «Noi siamo il 99%». Lo dedico al nuovo lumpenproletariat della comunicazione, al feticcio dell'elettore perso nei meandri della Rete, sospeso tra le sirene degli influencer e la sua solitaria rabbia: il 99% di quelli che scrivono post in Rete che nessuno leggerà mai, confusi tra post che nessuno ha mai scritto, e post che nessuno scrive e nessuno legge. Ritrovarlo, e con lui una via d'uscita in questa storia, se va avanti così non sarà facile.




NOTE
(1): Mi riferisco ovviamente al post che Roberta Lombardi ha pubblicato sul suo sito in data 21 gennaio 2013. Lo copio/incollo per intero da http://robertalombardi.wordpress.com/2013/01/21/italia-sotto-formaldeide/ :

Italia sotto formaldeide

Ultimamente sento e leggo molti ardimentosi paladini dello status quo difendere a spada tratta sindacati, associazione di categoria, partiti e vecchie ideologie e mi chiedo perché.
Perché così tante persone, scontente dello situazione attuale, comprensibilmente preoccupate per il futuro loro e dei loro figli, giustamente indignate di fronte alla pochezza morale ed intellettuale di una classe dirigente inadeguata sotto TUTTI I PUNTI DI VISTA difendono ancora strenuamente i simboli di un modo di pensare e creare la società VECCHI e che hanno ESAURITO la loro missione storica?
Se parliamo delle ideologie, penso all’episodio recente di “Grillo che apre a Casapound”. Prima questione: qualcuno mi dice, finchè esistono loro il fascismo non sarà morto, quindi non mi dire che questa ideologia non rappresenta una minaccia presente. Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia. Quindi come si vede Casapound non è il fascismo ma una parte del fascismo. E quindi solo in parte riconducibile ad esso. Seconda questione, e questo per me è il punto fondamentale, sono 30 anni che fascismo e comunismo in Italia non esistono più. Invocarne lo spettro a targhe alterne è l’ennesimo tentativo di distrazione di massa: ti agito davanti il noto spauracchio perché voglio far leva sulle tue paure per portarti dalla mia parte. Non sono i fascisti o i comunisti che ci hanno impoverito, tolto i diritti, precarizzato l’esistenza, reso un incubo il pensiero del futuro.
Se parliamo dei sindacati chiedendone l’abolizione, ti tacciano di voler tornare indietro alla rivoluzione industriale. Anche qui, i sindacati hanno esaurito una missione nel momento in cui si sono trasformati in grumi di potere che mercanteggiano soldi, cariche, proprietà con quelli che dovrebbero essere i loro interlocutori dall’altra parte della barricata ma che sono diventati i loro complici di inciuci alle spalle dei lavoratori. Non si tratta di negare la fondamentale funzione che storicamente hanno avuto, ma oggi non è più così e quindi meglio pensare a qualcosa di nuovo che tuteli i diritti dei lavoratori.
Discorso simile per le associazione di categoria: potevano avere un senso nel medioevo ma delle corporazioni hanno perso lo spirito mutualistico per trasformarsi in caste e castine o lobby che cercano sponde politiche ad ogni tornata elettorale. Organizzano tavole rotonde con i vari candidati e cercano di tirarli dalla loro parte lusingandone la voglia di consenso. Presidenti o segretari ti chiamano chiedendoti una candidatura che porterebbe al tuo movimento tanti tanti voti di cui non sai che fartene, se quello che cerchi sono cittadini attivi e non automi della croce sulla scheda elettorale.
Purtroppo la storia , soprattutto la nostra, ci ha dimostrato che ogni filtro o intermediario posto tra cittadino e cittadino nel tempo si è trasformato in una barriera allo sviluppo di rapporti sociali, economici, lavorativi.
Una società fluida ed interconnessa permette uno scambio paritario e la creazione dinamica di reti che si compongono intorno ad idee. Questo è il salto nel vuoto di cambiare il proprio modo di pensare in modo radicale e nuovo.
Passiamo dalla società delle divisioni alla società delle connessioni.
Il cambiamento è una sfida complessa, ma se non siamo pronti ora che non abbiamo più nulla da perdere a mettere in gioco tutto noi stessi inventandoci un nuovo modo di intendere la società intorno a noi, se non rompiamo il barattolo pieno di formalina in cui la nostra società si conserva da troppi decenni, dobbiamo essere consapevoli che domani non avremo un’altra possibilità.