2013.04.14 - Servile con i forti e arrogante con i deboli
Giorgio Napolitano ne è convinto. “Farmi rieleggere è una non soluzione”, ha dichiarato al suo giornalista di riferimento, Mario Calabresi (ognuno ha i cantori che si merita, è ovvio) (1), aggiungendo che il lavoro dei dieci saggi da lui nominati non andrebbe buttato via.
L’opera
di Gaetano Quagliariello & co rappresenta infatti uno dei più rilevanti
contributi di scienza della politica dell’età contemporanea. Occorre ridurre il
numero dei parlamentari, si deve cambiare la legge elettorale, si deve fare la
legge sul conflitto di interesse ma non con spirito di parte, occorre favorire
la crescita economica: sono quattro tra i punti caratterizzanti il lavoro dei
saggi napolitaniani. A chi obietta che tali punti rappresentano un concentrato
di banalità prive di senso e prospettiva ricordo che i dieci saggi hanno anche
evidenziato che bisogna aspettare almeno un paio d’ore dai pasti prima di
tuffarsi in acqua (altrimenti si rischia una congestione), che chi è di salute
cagionevole è bene stia attento agli spifferi e alle correnti d’aria, che a
cena è bene stare leggeri, che il colesterolo va tenuto sotto controllo e che,
signora mia, le mezze stagioni non ci sono più.
Già, perché buttare via un lavoro così prezioso? Perché non dedicargli un
monumento, intitolargli una piazza, celebrarlo annualmente come il 1° maggio?
Io proporrei perfino di inserirlo come una postilla nella Costituzione
italiana.
Parlare di una possibile rielezione di Napolitano significa non rendersi conto
della gravità dei problemi del paese, i quali sono stati tutti aggravati da un presidente
della Repubblica politicamente inetto e moralmente pessimo. A lui dobbiamo il
governo Monti e il fiscal compact in Costituzione, nonché la messa a tacere
delle indagini sulle telefonate affettuose tra lui e quell’altro nano della
politica e del pensiero di nome Nicola Mancino. Servile con i forti (vedi il
caso della grazia-barzelletta ad Alessandro Sallusti e di quella a Joseph
Romano) e arrogante con i deboli (non si è stati miglioristi a caso), osannato
da una stampa appecoronata, Napolitano non è una soluzione, ma un problema. Non
voglio dire “il” problema (sarebbe esagerato), ma un problema.
Chiunque, allora, sarebbe in grado di essere un presidente migliore di lui? Non
è detto. In questi giorni stanno circolando nomi che reputo pessimi. Le ministre
Paola Severino e Anna Maria Cancellieri (perché questo paese è così arretrato
che il genere sessuale è diventato un merito a prescindere dalle azioni e dallo
spessore politico), Emma Bonino (idem, l’essere umano più sopravvalutato
d’Italia), Romano Prodi (non a tutti sono bastati anni di governi inconcludenti
e sdraiati sul senso comune di destra. Si può eleggere un presidente della
Repubblica per il solo merito di non essere gradito a Silvio Berlusconi?),
Franco Marini, Anna Finocchiaro e perfino Gianni Letta (a quel punto, perché
non direttamente qualche discendente dello stalliere Vittorio Mangano?).
Circolano, per fortuna, anche nomi degnissimi: Gustavo Zagrebelsky, Stefano
Rodotà, Gino Strada (sul quale i puristi della politica storceranno il naso,
ovviamente, come se l’essere estremisti e integerrimi fosse un difetto e non il
migliore dei pregi), Giancarlo Caselli, Milena Gabanelli sarebbero persone
adattissime a coprire questo incarico. Di certo, segnerebbero un’enorme
discontinuità con Napolitano.
Si è discusso molto, in questi giorni, delle “quirinarie”, vale a dire delle
elezioni primarie promosse dal M5S per la scelta del candidato alla Presidenza
della Repubblica. Si tratta di un modello che ha fatto emergere la debolezza
del M5S stesso. Chi ha criticato Grillo e Casaleggio per la ripetizione
dell’elezione evidenziando un conflitto di interessi (ripetere la votazione
comporta un maggior afflusso di utenti al sito, quindi una sua maggiore
appetibilità pubblicitaria, un maggior numero di inserzionisti e un maggior
guadagno per i due leader del M5S) forse ha un po’ semplificato la questione,
ma in sostanza non ha torto. Le modalità di finanziamento del movimento
grillino sono oscure e di esse pare beneficiare più la premiata ditta Grillo &
Casaleggio che non il partito. Luigi Lusi, Francesco Belsito e altri loro
emeriti colleghi, in confronto, potrebbero risultare perfino dei dilettanti.
C’è poi una questione più strettamente politica. I grillini molto probabilmente
faranno del loro candidato l’unico uomo da votare, rinunciando a ogni
possibilità di trattativa con gli altri partiti. Ora, è chiaro che gli eccessi
sono sempre e comunque da condannare, ma non si può pensare che ogni dialogo
sia un inciucio. La politica è confronto (magari aspro, ma confronto), dialogo
e compromesso. Non sta scritto da nessuna parte che un accordo sia sempre e
comunque al ribasso, anzi. Se i grillini diranno “Noi voteremo solo il
candidato X perché è il nostro” potrebbero ritrovarsi in mano il cerino
dell’inconcludenza. Questo evidenzierebbe ancora di più che essi, pur portatori
di esigenze e istanze condivisibilissime, sono politicamente mediocri.
PS: Copio incollo questo articolo di Marco Travaglio. Lo condivido pienamente e
mi offre l’opportunità di esprimere la mia solidarietà ad Antonio Ingroia, una
persona perbene che sta pagando duramente la sua rettitudine umana e
professionale.
Da http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/ingroia-calcio-dellasino/561584/
Ingroia, il calcio dell’asino
di Marco Travaglio | 13 aprile 2013
Uno straniero che si trovasse a passare in Italia
in questi giorni, nel leggere certi titoloni contro Antonio Ingroia, penserebbe
che l’ex pm di Palermo sia stato colto con le mani nel sacco a rubare, a dire
falsa testimonianza, a trescare con mafiosi, a coprire assassini, a corrompere
minorenni.
“Ingroia, vai a lavorare”. “Ingroia ha mentito
anche a se stesso” (Libero). “L’antico vizio di sentirsi il più antimafia di
tutti. Ecco perché ha fallito il giudice palermitano coccolato dai media” (La
Stampa). “Il finale grottesco del giudice Ingroia” (Repubblica). Cos’ha fatto
Ingroia per meritarsi tutto questo?
Si è candidato in politica come decine di suoi
colleghi, ha perso le elezioni, ha chiesto il permesso di lavorare in un
incarico extra-giudiziario – quello di commissario delle esattorie siciliane –
a metà stipendio. Ma il Csm gli ha risposto picche confinandolo in Val d’Aosta
(l’unica regione dove non era candidato). La prima destinazione, ineccepibile
dal punto di vista delle regole, era quella di giudice: solo che ad Aosta gli
organici giudicanti sono tutti coperti, dunque Ingroia sarebbe stato “in
soprannumero”: avrebbe percepito stipendio pieno scaldando una sedia. A quel
punto il Csm s’è accorto che la porcata era troppo sporca persino per i suoi
standard e l’ha nominato pm, derogando al divieto di funzioni requirenti
per chi si è candidato. Lui ha annunciato ricorso: deroga per deroga, c’è
un posto ben più consono alla sua storia e competenza: quello di sostituto alla
Procura nazionale antimafia, che ha competenza su tutta Italia e funzioni di
puro coordinamento di indagini altrui, dunque non striderebbe troppo col
divieto di tornare in toga dove ci si è candidati.
Resta da capire perché Ingroia non può fare il
commissario delle esattorie siciliane, crocevia di interessi illegali e spesso
anche mafiosi, che richiede proprio un uomo della sua esperienza. La risposta
dei sepolcri imbiancati è che l’incarico non ha attinenza con l’attività
giudiziaria, dunque un magistrato non può ricoprirlo. Ingroia ha chiesto di
esser sentito, per spiegare che così non è. Ma non l’hanno neppure degnato di
una risposta. Che strano. Un anno fa il Csm autorizzò la giudice Augusta
Iannini in Vespa, dal 2001 distaccata al ministero della Giustizia, a passare
al Garante della privacy: che attinenza avrà mai quel ruolo con la giustizia?
Del resto, in questi anni, Palazzo dei Marescialli ha autorizzato vari magistrati
a fare gli assessori nella regione in cui fino al giorno prima erano pm (Russo
nella giunta siciliana Lombardo e Marino nella giunta Crocetta): funzioni non
elettive, ma di nomina politica, ben più delicate di un’esattoria. Perciò
ha ragione da vendere Ingroia a denunciare il trattamento contra personam di un
Csm presieduto da Napolitano, la cui voce fu da lui casualmente ascoltata
intercettando Mancino.
Fare due più due è facile, ma anche legittimo.
Eppure commentatori che non hanno mai scritto una riga in difesa di Ingroia
quand’era massacrato perché indagava sui potenti, oggi lo massacrano perché s’è
dato alla politica. Il solito Francesco Merlo, su Repubblica, lo accusa financo
di aver “usato le indagini antimafia per uscire dalla magistratura” e di “danneggiarla”
dando ragione a Sallusti. Ora – a parte il fatto che Sallusti non è in carcere
grazie a Merlo che chiese per lui la grazia e a Napolitano che la concesse –
dov’era Merlo quando Ingroia veniva isolato con i suoi colleghi perché osava
indagare sulla trattativa Stato-mafia? Se gli piaceva tanto il pm Ingroia,
perché non l’ha difeso quando tutti lo attaccavano? Il Fatto è stato il primo a
criticare la scelta di Ingroia di fare politica (non perché non ne avesse
diritto, ma perché rischiava di scendere di livello anziché salire). Ma pure a
solidarizzare con lui e i suoi colleghi isolati e linciati da tutti. Anche da
quanti ora si esercitano nello sport italiota più diffuso e più vile: la
bastonata allo sconfitto, detta anche il calcio dell’asino.
NOTE
(1): Cfr. http://www.lastampa.it/2013/04/14/italia/politica/il-trasloco-dal-colle-farmi-rieleggere-una-non-soluzione-t279ugWWmMyhmST2iDIViN/pagina.html