2012.11.08 - Il meglio deve ancora venire
Barack Obama ha vinto le presidenziali statunitensi. È una notizia di cui dobbiamo rallegrarci.
Obama nel suo
primo quadriennio è stato un buon presidente e il solo fatto di aver tentato di
garantire a tutti gli statunitensi l’assistenza sanitaria fa di lui un uomo da
rispettare. Avesse avuto la maggioranza in tutti e due i rami del Parlamento,
Obama avrebbe potuto fare di più e meglio, in quanto gli sarebbe stato
consentito di realizzare una più ampia politica di riforme sociali. Egli ha
dovuto invece mediare (purtroppo al ribasso, ma non certo per colpe a lui
attribuibili) con la maggioranza repubblicana, con i democratici moderati, con
l’operato delle lobbies (vero e proprio cancro della democrazia). Ciò che egli
è riuscito a portare a termine è stato realizzato nonostante questi soggetti,
il che non è poco.
Wall Street ha reagito alla vittoria obamiana con un netto ribasso (1). I
mercati stanno sempre contro il bene pubblico e sarebbe bene che il
quarantaquattresimo presidente degli Usa faccia di tutti per limitarne i
poteri.
Posto infine queste interessanti riflessioni di Vladimiro Giacchè. Le traggo
dal suo spazio Facebook (http://www.facebook.com/vladimiro.giacche/posts/375849242500833).
Vladimiro
Giacché – Fiscal cliff, ovvero il dirupo che Obama deve evitare
“Pubblico”, 8
novembre 2012
Si direbbe che per una volta i mercati finanziari
siano stati coerenti. Wall Street aveva generosamente finanziato la campagna
elettorale di Romney, e ha dato il benvenuto alla vittoria di Obama con perdite
intorno al 2%. Ma sarebbe semplicistico ridurre queste reazioni a semplice
partigianeria.
Gli occhi degli investitori sono rivolti al
cosiddetto “fiscal cliff” (“dirupo fiscale”), ossia ai 607 miliardi di dollari
di aumenti di tasse e tagli di spese che scatteranno automaticamente a gennaio
se repubblicani e democratici non saranno riusciti a trovare un accordo sulle
misure da prendere per affrontare il problema del debito pubblico, che ha
raggiunto la cifra impressionante di 16.200 miliardi di dollari. I democratici
puntano soprattutto sull’aumento delle tasse ai ricchi, mentre i repubblicani
preferiscono tagliare le spese sociali. Quello che preoccupa è la prospettiva
di uno stallo. Cosa tutt’altro che improbabile, se si considera che alla Camera
la maggioranza è saldamente nelle mani dei repubblicani. Questo potrebbe
comportare una replica del film già visto nell’agosto del 2011, allorché il
mancato accordo tra democratici e repubblicani sulle politiche di bilancio
indusse Standard & Poor’s ad abbassare il rating degli Stati Uniti sotto la
tripla A, per la prima volta nella storia. Allora la cosa non ebbe conseguenze
gravi sui titoli di Stato statunitensi soprattutto grazie all’acutizzarsi della
crisi del debito in Europa, che convinse molti investitori a considerare
nonostante tutto il dollaro e i titoli di Stato Usa come il porto più sicuro.
Anche ieri i titoli di Stato statunitensi a 2, 10 e
30 anni sono stati generosamente comprati. Perché anche questa volta i maggiori
problemi sembrano provenire dall’Europa: in Germania ordinativi e produzione
industriale sono caduti a settembre, rispettivamente, del 3,3 e dell’1,8 per
cento. È ormai molto probabile una recessione anche in Germania: il degno
coronamento della politica di austerity depressiva imposta ai paesi
dell’eurozona, che costituiscono il mercato di sbocco del 40 per cento
dell’export tedesco.
Da questo punto di vista la politica seguita in
questi anni da Obama appare senz’altro più lungimirante. Ma è pur vero che,
anche se il mercato immobiliare dà qualche timido segno di ripresa e l’economia
statunitense quest’anno crescerà del 2%, la situazione resta tutt’altro che
esaltante: nonostante una politica monetaria eccezionalmente espansiva (da 4
anni i tassi sono negativi in termini reali) e salvataggi su larga scala di
imprese finanziarie e manifatturiere, in questi anni è stata distrutta molta
capacità produttiva (la produzione è inferiore ai livelli pre-crisi), gli
investimenti delle imprese sono insoddisfacenti, il ritmo di riassorbimento
della disoccupazione è il peggiore dalla crisi del 1929 in poi, i salari
continuano a calare, e sono oltre 45 milioni i cittadini statunitensi che
ricevono sussidi pubblici per acquistare generi alimentari (i cosiddetti “Food
Stamps”).
La vera sfida che sta di fronte a Obama è questa:
come invertire la tendenza al declino industriale e ridurre livelli di
disuguaglianza che sono ai massimi dagli anni Venti del secolo scorso. Negli
ultimi decenni, negli Stati Uniti come in Europa, è stata molto in voga la
favola secondo cui soltanto bassi livelli di tassazione delle imprese e dei
cittadini più ricchi garantirebbero un buon tasso di investimenti e di crescita
economica. Recentemente questa teoria è stata smentita da uno studio, scritto
da Thomas Hungerford per il Centro Ricerche del Congresso americano, il quale
ha dimostrato, dati alla mano, che basse tasse alle imprese hanno poco a che
fare con investimenti e crescita, e molto a che fare, invece, con la
polarizzazione della ricchezza. Nell’immediato dopoguerra, quando l’aliquota
marginale più elevata era al 90% (!), il tasso di crescita annuo era del 4,2%.
Negli anni 2000, con l’aliquota più elevata scesa al 35%, la crescita non è
stata superiore all’1,7%. La cosa interessante è che questo studio è circolato
come un samizdat, in quanto i repubblicani ne hanno chiesto e ottenuto il
ritiro da parte del Centro. Speriamo che Obama sia riuscito a leggerlo lo
stesso.
NOTE
(1): Cfr. http://finanza.lastampa.it/Notizie/0,486066/Wall_Street_chiude_in_netto_ribasso_male_il.aspx