2012.11.06 - La morte di Pino Rauti
Anche Pino Rauti si è spento. Uomo molto colto (cosa rara tra i fascisti), figura estremamente controversa, ha trascorso la sua esistenza in bilico su un filo, sospeso tra legalità e illegalità.
A onor del
vero, nessuno dei numerosi procedimenti giudiziari intentati contro di lui ne
ha sancito la benché minima colpevolezza. Rimangono però responsabilità
politiche enormi e inaccettabili.
Si legga questo stralcio da un libro di Giulio Salierno, tratto da http://www.carmillaonline.com/archives/2012/11/004513.html
«Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie»: chi
era davvero Pino Rauti
di Giulio Salierno
Pubblichiamo,
ringraziando l'editore Minimum Fax per l'autorizzazione, alcune pagine del
fondamentale testo di Giulio Salierno Autobiografia di un
picchiatore fascista [Minimum Fax, Roma 2008 (I ed. Einaudi, 1976), cap. 4, pp.
133-37 e 142-45], nelle quali l'autore, all'epoca dirigente giovanile della
sezione Colle Oppio del MSI, racconta quali erano le tesi di Rauti sin dagli
anni '50.
Era ancora il turno delle sparate retoriche e
fideistiche. Stavo per tornare di nuovo nel salone degli uffici quando vidi
entrare in sezione Pino Rauti, il giovane leader della corrente spiritualista.
Rimasi sorpreso. Non speravo che al dibattito potesse prender parte un uomo del
suo calibro. Mi misi seduto in prima fila. Non volevo perdere neppure una
parola del suo intervento.
Alto, magro, ascetico, Pino Rauti si muoveva con
passi lenti, misurati. Sembrava indifferente alla curiosità che destava. Mi
ricordava un gesuita.
Si accostò al tavolo della presidenza, chiese la
parola e si sedette in attesa che gliela dessero. La sala si riempì di gente.
La sua presenza aveva richiamato tutti quelli che prima, per sfuggire alla noia,
si erano cacciati negli uffici. L’oratore di turno abbreviò il suo intervento
per cedere subito il microfono a Rauti.
Il capo degli evoliani inforcò gli occhiali e
cominciò a parlare a voce secca, distinta, e dopo un breve cappello d’obbligo
entrò immediatamente nel merito della discussione:
«Presentarci come pecore all’opinione pubblica è un
nonsenso. Significa raccogliere gli applausi di una massa di gente che, alle
prossime elezioni politiche, preferirà la DC a noi proprio perché ci
considererà deboli, inadatti a fronteggiare i comunisti e per di più sospetti
per il nostro passato. Io non credo alle elezioni, non credo ai partiti, e non
credo che il Parlamento rappresenti la nazione. Sono, quindi, convinto che
dobbiamo mutare tattica e strategia se vogliamo contare qualcosa nel nostro
paese. Dobbiamo essere lupi e farci conoscere come tali. Fingerci pecore
equivale non solo a esserlo, ma – e lo dico per gli ammalati di parlamentarismo
– significa anche impossibilità di raggiungere rilevanti risultati elettorali.
Crede la direzione, piegando il ginocchio, di trasformare il MSI, agli occhi
degli altri partiti, nel figliol prodigo a cui si spalancano le braccia per
accoglierlo? Illusione, follia o forse... tradimento».
L’assemblea ascoltava con attenzione. Le tesi di
Rauti non erano condivise dalla maggioranza dei presenti. Erano però apprezzate
per le critiche radicali che esprimevano nei confronti della direzione e per i
suggerimenti tattici e strategici che contenevano.
«Non possiamo sperare», continuava Rauti, «di poter
ripetere ciò che Mussolini fece nel 1922. Malgrado i legami esistenti e quelli
che si potrebbero incrementare con l’apparato statale, la polizia e l’esercito,
non è ugualmente possibile effettuare un colpo di stato o un’insurrezione di
destra tout court. Nel paese è in atto una guerra civile scatenata dalla
sinistra, una guerra civile che i comunisti conducono in modo nuovo: con la
forza della parola, della propaganda, dell’infiltrazione negli organismi
dirigenti dello stato. Noi non possiamo e non dobbiamo batterci sul terreno di
lotta scelto dall’avversario. Possiamo e dobbiamo, invece, smascherarne il
gioco, costringerlo a uscire allo scoperto. Obbligare la sinistra, e in
particolare i comunisti, a scegliere tra insurrezione o resa è il nodo di fondo
della politica italiana. I comunisti sanno che la via diretta, quella del
fucile per intenderci, sarebbe la loro rovina; dobbiamo obbligarli a
percorrerla o a emarginarsi nel ghetto politico dell’isolamento e della
debolezza. Solo così noi possiamo diventare l’arco di volta della lotta contro
il comunismo e, per batterlo, ottenere gli appoggi internazionali necessari per
conquistare il potere. Il punto è come arrivarci».
Parlò a lungo della strategia da seguire. Esponeva
i concetti in modo suasivo, eppure sfumato, indiretto, mediato. Voleva essere
certo che l’assemblea lo capisse, ma temeva anche di prestare il fianco ad
accuse precise: una cautela dettata dalla necessità. In parole povere, la
strategia da lui sostenuta avrebbe dovuto cominciare ad articolarsi nei
seguenti capisaldi fondamentali:
a) Tattica diretta. Dall’aggressione fisica ai
militanti della sinistra a uno stillicidio di provocazioni: una bottiglia di
benzina qui, un manifesto strappato là, una bomba qui, una scazzottata là. E
ciò allo scopo di far saltare i nervi all’avversario, trascinandolo alla rissa.
A forza di ricevere provocazioni, in un crescendo sempre più galoppante, i
comunisti avrebbero ceduto. Non avrebbero sopportato il disagio: si sarebbero
esasperati e avrebbero reagito, o sarebbero riusciti a stare calmi e buoni,
perdendo credito di fronte alla classe operaia
b) Tattica
indiretta. Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee
ferroviarie. L’opinione pubblica, sempre scontenta e avida di tranquillità, si
sarebbe indignata e avrebbe invocato l’ordine senza curarsi da quale parte
sarebbe venuto.
c) Esercito.
Dimostrargli la necessità-indispensabilità di assolvere al proprio ruolo
storico di difensore e custode dei destini e dell’avvenire della patria,
inducendolo a gettare il peso determinante della propria forza e organizzazione
nella lotta politica.
d)
Legami internazionali. Creare una rete europea e mondiale di
organismi, giornali, gruppi di pressione della destra estrema; entrare in
contatto con i governi e i servizi statali stranieri interessati a impedire
l’ascesa dei comunisti al potere nel nostro paese.
e) Indirizzo
economico. Non suggerire ai potentati capitalistici mirabolanti
soluzioni economiche, ma convincerli ad appoggiare un governo di estrema destra
come unica e reale, anche se forse poco gradita, soluzione in difesa dei propri
interessi.
f) Istituzioni. Stabilire solidi rapporti di
amicizia e se possibile di affari con gli uomini chiave di tutte le istituzioni
in cui fosse stato possibile infiltrarsi.
g) Chiesa.
Farle capire in modo discreto che il suo futuro era legato al consolidamento di
un vero regime di destra in Italia, mentre la DC poteva garantirgli solo il
presente.
Questi erano i punti che si coglievano, dietro la
maschera delle parole, nel discorso di Rauti, e sui quali, si capiva, dovevamo
far leva per cementare intorno alla destra le istituzioni e la maggioranza
della popolazione e costringere la sinistra a perdere senza battersi o uscire
allo scoperto per essere vinta dall’esercito.
«Dobbiamo avere il coraggio di affermare», proseguì
poi Rauti, passando dalle proposte politiche alle critiche di principio, «che
noi consideriamo l’economia e tutto ciò che a essa è inerente – salari,
stipendi, bisogni materiali – come un’appendice priva di valore dell’umanità.
Noi dobbiamo porre sullo stesso piano sia la struttura capitalistica che quella
socialistica. Al di là e al disopra dell’economia deve porsi un ordine di
valori superiori, politici, spirituali, eroici; un ordine che non conosce e non
concepisce classi economiche, e solo in funzione dello stesso possono definirsi
le cose per le quali vale davvero vivere e morire».
[...]
Qualcuno tirò fuori dalla tasca un gesso e tracciò
sull’asfalto un gigantesco fascio littorio. Rauti intervenne invitandolo a
disegnare sì un fascio, ma quello della rsi. La differenza formale tra i due
fasci è minima. Il littorio ha la scure sporgente a metà delle verghe annodate;
in quello della Repubblica di Salò, invece, la scure è sulla cima, sopra alle
verghe. A livello politico, però, la diversità è notevole. Per gli evoliani e i
«socializzatori» il fascio littorio era, tutto sommato, il simbolo di un regime
borghese e buffonesco, giustamente finito nella farsa del 25 luglio 1943. Con
il suo richiamo, Rauti intendeva invitare il disegnatore al rispetto della
correttezza ideologica.
«Voi “puri” siete peggio dei preti!», replicò
l’improvvisato pittore, cui non andava giù di essere colto in fallo.
«Per noi», rispose Rauti, «il nazismo è una
religione e la rivoluzione nazionalsocialista l’unico scopo della vita».
Intervennero tutti. Parlarono Aldo, Enzo, Mario e
la discussione si fece aspra e accesa. Il dibattito di poco prima in sezione ci
servì da stimolo. Fu uno scontro verbale tra attivisti. Niente pistolotti oratori.
Il «leader» degli spiritualisti era abilissimo e politicamente lucido. Le sue
tesi chiare e affascinanti.
«Dobbiamo metterci in testa», disse a un certo
punto, «che siamo in guerra contro questo sistema. E come in guerra, il piano
generale delle operazioni deve essere stabilito studiando, conducendo e
coordinando le differenti azioni sui singoli fronti, adeguandole e dosandole
per le diverse situazioni, alternando le une alle altre nei periodi “caldi” o
“freddi”, a seconda della situazione strategica generale».
«Delineata la struttura d’attacco», proseguì Rauti,
«occorre preparare gli uomini, gli organismi, i mezzi. Ci sono due settori a
cui bisogna porre una cura particolare: quello relativo alla fase di propaganda
e infiltrazione, e quello, invece, relativo all’ultima fase, quella
dell’azione. Quest’ultima, però, interviene in un tempo successivo e difficile
da stabilirsi in anticipo».
L’analisi di Rauti fu minuziosissima: passò dalla
validità dei riflessi condizionati come forma di propaganda all’eventuale
utilizzo di elementi fuoriusciti opportunamente indottrinati. Costoro possono
rientrare in Italia per svolgere i compiti loro affidati, può trattarsi al
limite di costituire un partito o di trasformarne uno esistente; oppure di
creare organismi camuffati di fiancheggiamento o infiltrazione diretta negli
organi dello stato.
Il capo degli «evoliani» parlò ancora dei mezzi di
propaganda, sviscerando il concetto di irrazionalità e sostenendo la necessità
di azioni che facessero leva su elementi irrazionali e inconsci. Spiegò la
necessità di servirsi di slogan, simboli e miti e soprattutto di evocare come
mito un’idea-forza. «Non è necessario», affermò, «che il mito sia giusto,
bello, morale o vero: basta che colpisca, sia convincente e verosimile. Convincente
non sul piano razionale, ma su quello emotivo e inconscio. Deve colpire, e
colpire forte: magari allo stomaco. Colpire per la sua incisività, e quando
questa venga a mancare, colpire per qualche particolare trovata a effetto».
Non avevo obiezioni da formulare dal punto di vista
tecnico. Avevo avuto modo di constatare nella prassi la giustezza delle sue
osservazioni. Anche in questioni futili o banali.
«La guerra rivoluzionaria», continuava a spiegare
Rauti, «deve estendersi a macchia d’olio, penetrare negli ambienti più
consistenti e influenti della vita del paese. Allargandosi, l’infiltrazione
s’impadronisce di organi a carattere nazionale. Di solito si inizia con la
stampa. Dobbiamo sfruttare l’aiuto diretto o indiretto di certe istituzioni chiave
dell’apparato statale e quello di alcuni servizi stranieri per arrecare, col
concorso di plurime e diverse attività clandestine e pubbliche, il maggior
danno possibile ai nostri avversari, intaccandoli nell’apparato organizzativo,
nella capacità di risposta a un’offesa esterna, nel morale e soprattutto nelle
alleanze che hanno con gli altri settori della popolazione. Solo così gli
attentati, le bombe, acquistano peso politico. La dinamite e la rivoltella
devono diventare immagini, pubblicità subliminale. Il loro ruolo effettivo deve
essere quello di agire a livello dell’emotività individuale e collettiva.
Opporre alla ragione le istanze del profondo della psiche umana».
Aldo e Mario erano quelli che sollevavano le
maggiori obiezioni. Aldo soprattutto insisteva sul perché dell’azione. «Sono
d’accordo», gli disse, «che il colpo di stato è un piatto che va servito caldo,
e io stesso odio l’abito borghese e amo e credo solo nella tuta mimetica, ma
voglio sapere a vantaggio di chi e per conto di chi debbo uccidere o farmi
uccidere».
La discussione proseguì per molto tempo e la chiuse
Rauti, nel momento in cui ci separammo per andarcene a letto, dicendoci:
«L’Europa deve riprendere la vocazione di sempre, la vocazione che ispira le
grandi idee. Gli europei considerano oggi i loro problemi non in rapporto alle
questioni politiche sul tavolo, ma secondo i riflessi del Patto Atlantico e del
Patto di Varsavia. Così noi europei stiamo alla finestra di fronte a tutti i
grandi problemi, tra cui in Italia, e non solo in Italia, c’è in prima fila
quello del comunismo. E dal modo con cui noi lotteremo contro il comunismo si
deciderà la sorte non solo del nostro paese, ma del continente. Il marxismo
attualmente è in espansione. Ma se noi sapremo finalmente aprire gli occhi sulla
guerra rivoluzionaria, se sapremo reagire in misura adeguata, allora e soltanto
allora potremo riprenderci e vincere».
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