2012.08.16 -Sull'Ilva di Taranto
La storia dell’Ilva di Taranto è paradigmatica dello sviluppo industriale italiano. Uno sviluppo basato sul clientelismo, sulla sottomissione dell’ambiente, non di rado incapace di innescare un circolo virtuoso dal quale possa scaturire una crescita dell’economia endogena.
Lo sviluppo industriale di marca statale ha creato più di una cattedrale nel deserto, segno che esso è stato male impostato. Non nego la buona volontà e la correttezza morale di molti che lo hanno voluto, ma sarebbe ingiusto non ammettere che, accanto a uomini probi e intelligenti, ve n’erano altri che erano delle autentiche canaglie e/o degli stolti.
L’imprenditoria privata che ha sostituito lo Stato ha dimostrato di non essere superiore a quest’ultimo, se non per l’incapacità di creare e incamerare corposi profitti.
L’Ilva di Taranto è una non irrilevante occasione occupazionale per Taranto (vi lavorano oltre 10.000 persone) ma è anche un elemento di cancerogenesi all’interno della città.
Così diceva l’edizione barese de “la Repubblica” del 12 agosto:
Taranto capitale dei tumori. Lo dice anche il ministero. E' maggiore del 15% l'incidenza dei tumori nell'area del sito dell'Ilva di Taranto, con un picco del 30% in più per quelli al polmone. E' quanto si legge nell'indagine epidemiologica 'Sentieri', coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità - anticipata da Repubblica in http://www.repubblica.it/salute/2011/04/13/news/inquinamento_dove_si_muore_di_pi-14898129/ - che verrà presentata il 18 settembre al ministero della Salute. Un dato legato all'inquinamento prodotto dall'Ilva: ''Molteplici studi di monitoraggio ambientale e campagne di misura delle emissioni industriali effettuati nell'area di Taranto - sottolinea il rapporto - hanno evidenziato un quadro di inquinamento ambientale diffuso, ma anche il contributo rilevante del polo industriale cittadino, in particolare il complesso dell'acciaieria, ai livelli ambientali di inquinanti di interesse sanitario''.
Il ministro Renato Balduzzi riceverà nei prossimi giorni anche nuovi dati sul rischio dal Centro per il controllo delle malattie. Lo studio dell'Iss è stato già pubblicato sulla rivista Epidemiologia e Prevenzione e riguarda tutti i Siti di interesse nazionale per le bonifiche (Sin), 44 in tutto. La ricerca ha trovato per l'area di Taranto un "eccesso di circa il 30% nella mortalità per tumore del polmone, per entrambi i generi, un eccesso compreso tra il 50% (uomini) e il 40% (donne) di decessi per malattie respiratorie acute”, e un aumento del 10% nella mortalità per le malattie dell’apparato respiratorio (1).
È un elemento di enorme inciviltà pensare che si possa dire a un uomo: “hai bisogno di lavorare, per cui la tua salute non conta nulla”, eppure questo elemento di inciviltà è stato una costante nella storia dell’Italia repubblicana ed è ancora vivo a Taranto (e non solo). Pietro Tino, docente di storia sociale a Roma Tre, mi raccontava di avere visto un operaio tarantino in televisione mentre diceva: “E’ meglio morire di tumore che morire di fame”. Questo dice tutto su quanto disperato sia il bisogno di lavorare in una città disagiata come Taranto.
Tuttavia, mi si perdoni l’ovvietà, in un paese minimamente rispettabile, non si dovrebbe morire né di patologie cancerose, né di inedia. In un paese come il nostro, poi, in cui il lavoro è l’elemento fondante della nostra Repubblica, tutto ciò suona doppiamente stonato.
Dove era la politica mentre accadeva tutto questo?
Dove erano i sindacati mentre la popolazione moriva di tumore per la diossina vomitata sulla città?
Dove erano e dove sono, dobbiamo chiederci.
Non fosse stato per la Magistratura, mai nessuno avrebbe sollevato il problema, nemmeno il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e gli uomini della sua giunta. La Magistratura è l’istituzione che da anni in questa nazione zoppa supplisce (volente o nolente) alla politica. Anche questo è un segno del totale sfaldamento del nostro paese.
Corrado Clini, il ministro dell’Ambiente, dice che i giudici hanno esagerato: egli non vuole denunciare i vertici dell’Ilva per la devastazione da loro compiuta, bensì i magistrati che l’hanno rilevata (2). Mi astengo dall’aggiungere altro sul ministro poiché credo sia impossibile commentarne le parole e le azioni mantenendosi nell’ambito della buona educazione.
A loro volta, i vertici dell’Ilva dicono che, se si ferma la fabbrica tarantina, chiuderanno anche gli altri impianti siderurgici italiani della famiglia Riva. I lavoratori vengono utilizzati come merce di ricatto: “tu mi imponi di bonificare bloccando la produzione? Ebbene, io chiudo qui e altrove”. Per loro e per le loro famiglie non c’è riconoscimento della dignità.
Non cercate l’etica nel capitalismo, è molto più facile trovare un ago in un pagliaio. Per averne una conferma, pensate a come i capitalisti trattano l’ambiente, a Taranto e non solo: per loro, la natura è un serbatoio infinito di risorse da utilizzare e – dopo l’impiego delle stesse all’interno del processo produttivo – un enorme immondezzaio a cielo aperto. Il profitto toglie senso della misura e capacità di provare vergogna. Un capitalista perde con straordinaria facilità i freni inibitori, fateci caso.
Chi bonificherà l’impianto? Chi ha inquinato. In pratica, non avere seguito le norme più elementari anti-inquinamento consente due guadagni: il primo sta nell’abbattimento dei costi durante la fase di produzione, il secondo nell’aggiudicarsi i lavori di disinquinamento. Ci sono oltre 360 milioni di Euro in ballo, e su di essi Ilva lucrerà ancora. Per la cronaca, quei 360 milioni di Euro vengono dalle casse dello Stato, quindi dalle tasse della collettività. Noi, ingenuamente, speravamo che le nostre tasse servissero per finanziare la costruzione di ospedali, scuole e strutture di pubblica utilità, invece finiscono per foraggiare i responsabili dell’enorme incremento di mortalità tumorale a Taranto.
Ci sarà qualcuno che vede in modo favorevole tutto questo. Io reputo invece che si possa produrre acciaio senza devastare l’ambiente. Se l’Ilva, che dovrebbe pagare con i propri soldi la bonifica della zona, non ci riesce, si nazionalizzi la fabbrica e la si faccia gestire ai lavoratori. Peggio dei Riva non potranno certo comportarsi.
Infine, copio/incollo questo articolo di Guido Ruotolo tratto da http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/465626/ , invitandovi però a leggere anche quest’altro articolo: http://www.corriere.it/cronache/12_agosto_15/i-riva-vendiamo-fumo-diciamo-che-va-tutto-bene-giusi-fasano_cd215ae2-e6a5-11e1-aa6d-129c31caec0a.shtml . Tanto per capire chi sono i Riva.
Cronache
15/08/2012 - caso Ilva
"Perito del pm corrotto", coinvolti la proprietà e l'ex direttore di fabbrica
Per la Finanza, Riva e Capogrosso sapevano della bustarella. Le intercettazioni: "Contatti ministeriali per ottenere l'Aia"
Guido Ruotolo
inviato a Taranto
Una nuova tempesta giudiziaria potrebbe abbattersi sull’Ilva. In questo caso non si tratta di disastro ambientale, gli indagati sono incriminati per corruzione in atti giudiziari. In un rapporto della Guardia di Finanza si riportano decine di intercettazioni telefoniche dalle quali emerge che non solo Girolamo Archinà - l’uomo delle relazioni istituzionali dell’Ilva mandato a casa la settimana scorsa dal presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante - ma anche la proprietà, attraverso Fabio Riva, figlio del patron Emilio, era perlomeno consapevole della corruzione di un perito nominato dall’accusa, e dei tentativi di pilotare l’approvazione delle autorizzazioni ambientali.
La diossina degli altri
Per la Finanza, coinvolti nell’«attività corruttiva» del perito del pm, Lorenzo Liberti, ci sarebbero dunque Archinà e Fabio Riva, ma un ruolo l’avrebbe avuto pure l’ex direttore dell’Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso. Liberti per 10.000 euro avrebbe «addolcito» una consulenza negando che le quantità di diossine che hanno portato all’avvelenamento di centinaia e centinaia di pecore e capre, poi abbattute, erano prodotte dall’acciaieria.
È il 31 marzo del 2010, il passaggio di una busta con i soldi tra Archinà e il professore Liberti è avvenuto cinque giorni prima (documentato dagli 007 della Finanza) in un autogrill sulla Taranto-Bari, ad Acquaviva delle Fonti. Archinà parla con il ragionier Fabio Riva per raccontargli l’esito dell’incontro del giorno prima tra Liberti e il direttore dello stabilimento, Capogrosso. Riva: «Ieri come è andata?». «È andata secondo le aspettative...». Riva: «Come siamo messi?». Archinà: «Per quanto riguarda l’aspetto delle bricchette, la prossima settimana ci fa avere tramite un professore del Politecnico di Bari...».
Girolamo Archinà, annotano gli uomini della Finanza, «dice al Fabio Riva che consegnando in anteprima le analisi, potrà iniziare a lavorare (sul Liberti) affinché non nasconda che il profilo è identico, bensì che attesti che comunque le emissioni di diossina prodotte dal siderurgico siano in quantitativi notevolmente inferiori a quelli accertati all’esterno».
Una succulenta occasione
Emilio e Fabio Riva, padre e figlio, si confessano al telefono. E Fabio conferma al padre che conosceva la perizia Liberti ben prima della richiesta di incidente probatorio del 28 giugno del 2010. Fabio: «La perizia tecnica sembrava andasse tutto bene... non lo so che caz... è successo...». Sempre il figlio rivolgendosi al padre: «Però è succulenta la cosa di beccare un Riva giovane... eh papà...». Emilio Riva: «Ma non c’è niente... tanto hanno dimostrato che l’abbattimento delle pecore non c’entra con la nostra diossina, ecco... è quell’altra causa...».
L’Aia addomesticata
Che fatica ottenere l’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale, che adesso il ministro dell’Ambiente Corrado Clini vuole aggiornare prima possibile. Stiamo parlando di quell’Aia concessa il 4 agosto del 2011 dopo un inter burocratico di ben sette anni.
La commissione che la istruisce si chiama l’Ipcc, e Giorolamo Archinà si dà un gran da fare per ottenere l’autorizzazione. Scrive il rapporto della Finanza: «L’effettiva e buona riuscita dei contatti si rileva, come si accennava in precedenza, dai costanti aggiornamenti che egli fornisce ai vertici aziendali, con i quali ovviamente condivide le strategie da porre in atto, recependo le direttive che di volta in volta vengono impartite. Nello specifico emerge come anche a livello ministeriale fervano i contatti non proprio istituzionali per ammorbidire alcuni componenti della Commissione Ipcc Aia; con i predetti le relazioni vengono mantenute da tale Vittoria Romeo e in parte anche dall’avvocato Perli».
I parchi scoperti
Vittoria Romeo è al telefono con Fabio Riva: «Allora dicevo ad Archinà, se Palmisano, che è quello della Regione, tira fuori l’argomento in Commissione, siccome l’Arpa (Agenzia regionale protezione ambientale) deve ancora dare il parere sul barrieramento e a noi serve un parere positivo per continuare a dimostrare che non dobbiamo fare i parchi...». Fabio Riva: «È chiarissimo. Però siccome noi non possiamo assolutamente coprire i parchi perché non è fattibile... tanto vale rischiarla così». Vittoria Romeo: «Valutiamo se la cosa in questi giorni la teniamo al livello di Ticali, Pelaggi, Mazzoni (presidente e membri della commissione ministeriale Ipcc, ndr) oppure...». Fabio Riva: «No, picchiamo... picchiamo duro...».
Che termini da combattimento. Del resto quando il direttore dell’Arpa, Giorgio Assennato, firma una relazione che denuncia che i monitoraggi dell’aria nel quartiere Tamburi - siamo nel giugno del 2010 - hanno rivelato la presenza di benzoapirene nell’aria che proveniva dalle cokerie dell’Ilva e che in assenza di un ridimensionamento di quelle emissioni, si dovrà ridurre drasticamente la produzione e condizionarla alle condizioni meteo, la reazione dell’Ilva promette sfracelli. Girolamo Archinà dice ad Alberto Cattaneo, ex consulente esterno oggi dirigente Comunicazione dell’Ilva: «Dobbiamo distruggere Assennato».
Riva serpente
C’è un incontro tra il governatore della Puglia Nichi Vendola, Fabio Riva, Girolamo Archinà e il direttore dell’Ilva Capogrosso, tra le carte della Finanza. Fabio Riva ne parla con il figlio Emilio (omonimo del nonno), il quale suggerisce al padre: «Facciamo un comunicato stampa fuorviante, tanto “per vendere fumo” dicendo che va tutto bene e che Ilva collabora con la Regione».
Archinà con la linea della «trasparenza» non va molto d’accordo. Vuole comprarsi i giornalisti, tagliargli la lingua. «Mi sto stufando perché fino a quando io so’ stato accusato di mantenere tutto sotto coperta, però nulla è mai successo... nel momento in cui abbiamo sposato la linea che sicuramente è più corretta, della trasparenza... non ci raccogliamo più... La situazione è complicata e se non si ha l’umiltà di dire ritorniamo tutti a nascondere tutto...».
NOTE
(1): Cfr. http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/08/12/news/tumori_taranto-40843428/ .
(2): Cfr. http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/465623/