2012.07.14 - Alberto Asor Rosa e la sinistra italiana
Alberto Asor Rosa era e rimane un intellettuale lucidissimo.
La sua
capacità di analisi è di grande rilievo.
Non fa eccezione questo articolo pubblicato da “il manifesto” e reperibile
all’indirizzo http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/8051/
.
Ma dove sono i partiti?
ALBERTO ASOR ROSA
13.07.2012
Di sicuro il governo Monti non è il nostro governo. Ma qual è il nostro
governo? E, più esattamente: noi chi siamo? Andiamo per ordine.
Il governo Monti ha assunto come proprio obbiettivo la salvezza nazionale
(compito sicuramente da non sottovalutare da qualsiasi angolo visuale) e ha
avuto dalla sua fin dall'inizio formidabili strumenti di sostegno, pressione e
intervento, che gli hanno consentito di sopravvivere, e perfino in taluni casi
prevalere, in condizioni difficilissime. Però, cammin facendo, sempre più si è
chiarito che non si tratta di un governo tecnico (tecnico, dunque politico,
politico ma anche tecnico.... ricordate le discussioni all'inizio?) ma di un
governo ideologico. Per governo ideologico intendo un governo che fa discendere
la propria azione da uno schema precostituito, al quale la realtà va
progressivamente (e diciamo pure, talvolta ferocemente) adattata. Questa
ideologia è quella che promana da Bruxelles e s'incontra, e talvolta
(morbidamente) si scontra con quella di Berlino, per produrre alla fine una
sorta di surplus identitario che invade giornali, media e opinione pubblica,
risultando dominante, anzi (come comunemente si dice) pressoché unico.
Liberismo spinto e privatismo senza condizionamenti di sorta ne costituiscono i
presupposti. Le vittime designate: il pubblico e i diritti. Del resto, come
stupirsene? Quasi tutti i membri di questo governo vengono, in varie forme, dal
privato, e al privato inevitabilmente guardano come al loro luogo di elezione.
Per essere un governo tecnico-politico quello Monti s'è davvero allargato oltre
misura.
Date le premesse era lecito aspettarsi che esso si applicasse ad alcune urgenti
ragioni di restauro economico. Invece le medesime logiche-ideologiche sono
ormai applicate su larga scala anche nei settori della sanità, della
formazione, della ricerca e dell'ambiente. Il fatto che il nucleo dell'attacco
allo stato sociale sia collocato nella produzione e nel lavoro ci induce a
dimenticare, o a mettere in secondo piano, questi altri settori della
strategia, ma l'attacco è ovunque in atto.
Il governo Monti, insomma, è il governo a più ampio e organico spettro che ci
sia stato nella storia repubblicana.
Può fare a meno infatti dei condizionamenti e dei compromessi della sempre più odiata
politica (e cioè del "gioco democratico"), cose che molti
commentatori sempre più trionfalmente condividono ed esaltano. Alla fine del
processo la società costruita in sessant'anni di lotte intorno ai principi
della solidarietà e del mutuo soccorso sarà profondamente cambiata: e noi
avremo a che fare con una società della concorrenza e della forsennata lotta
per la sopravvivenza.
Del governo che noi vogliamo (o meglio: che noi vorremmo), questo almeno si può
dire: e cioè che dovrebbe avere l'intenzione ed essere in grado di andare al di
là sia del berlusconismo sia del montismo. È possibile questo? Se ce ne fossero
le forze, sarebbe possibile. Tecnicamente, infatti esistono le condizioni per
mirare ad attraversare la crisi senza rinunciare al patrimonio comunitario e
solidaristico che ci sta alle spalle, ossia senza continuare a massacrare le
vittime. Non parlo naturalmente di un governo radicale ed estremistico, ma di
un governo riformista, seriamente riformista: e cioè di quel modello
politico-sociale che in tutta Europa è l'unico ad offrire le condizioni oggi
per opporsi allo strapotere del liberismo e del capitale finanziario, senza
pensare di andare, come si diceva una volta, "fuori sistema".
Ma ce ne sono le forze? Qui comincia il discorso politico che partiti e
movimenti si rimpallano da mesi senza arrivare a delineare neanche alla lontana
non una soluzione ma un semplice, preliminare discorso. Prima di arrivarci
bisognerebbe chiarire un punto.
L'antipolitica dilaga in Italia non perché ci sono troppi partiti prepotenti e
cattivi, ma perché non ci sono partiti. Ognuna delle formazioni politiche, di
destra e di sinistra, che si contendono il campo, è un organismo provvisorio e
caotico, tenuto insieme dal prestigio (spesso poco attendibile) di un capo.
L'unico partito meno non partito degli altri è indubbiamente il Pd: argomento
che gli assicura almeno alcune chances di partenza rispetto alle altre
formazioni concorrenti o convergenti. Ma che partito è anche il Pd? Il frutto
dei colossali errori commessi fra il 1989 e gli anni '90, un organismo non
coeso e spesso incoerente e al proprio interno contraddittorio, per niente
simile ai grandi partiti riformatori europei. Sono questi gli anni in cui per
molte, e anche molto serie, ragioni si è consumata la catastrofe delle vecchie
forme di organizzazione politica italiana, la Dc, il Pci, il Psi, e nulla le ha
seriamente sostituite. È un punto di vista nostalgico, novecentesco? Non pare:
in Francia Hollande non è concepibile senza il Partito socialista; in Germania
l'alternativa alla Merkel non è concepibile senza la Spd. In Italia, al
contrario, persino l'ondata delle spinte rinnovatrici, che pure da molte parti
positivamente si leva, non fa che moltiplicare la confusione in atto e il
cacicchismo (anche a sinistra) che sembra proprio di questa fase storica della
vita politica italiana (persino il Movimento 5 Stelle, che s'oppone a tutto,
può esser fatto rientrare perfettamente all'interno di questo schema, anzi ne
rappresenta il prodotto più tipico).
Costruire la prospettiva di un serio governo riformista post-berlusconiano e
post-montista coincide dunque con la prospettiva di costruire un serio partito
riformatore, democratico e socialista, capace di rappresentarne l'anima e di
costituirne il detonatore, anche elettorale. Tronti dice che con la seconda
Repubblica sono finite le due sinistre, ora ce n'è una sola. In teoria può
anche esser vero. Ma in pratica che vuol dire? Affinché l'operazione storica di
superamento di quella che io chiamo la decadenza italiana - quella viziosa e
corrotta del berlusconismo e quella per bene e violenta del montismo - si
realizzi, ci vuole qualcosa di più di una formula.
L'unica strada possibile per sapere chi siamo e se e con chi possiamo stare
insieme è quella dei contenuti. Io ne propongo due: lavoro e ambiente. Niente
di pacifico e di scontato, beninteso. Le mie esperienze degli ultimi anni mi
spingono anzi a pensare che siano due fondamentali campi tematici in potenziale
conflitto fra loro, soprattutto in tempo di crisi. Ma senza un programma che si
proponga invece di metterli in perfetta coerenza fra loro e li faccia lavorare
l'uno a favore dell'altro, non andremo da nessuna parte, perché le due
questioni, messe insieme, fanno la nostra storia futura, anzi, la storia umana
futura (a livello mondiale, beninteso).
La mia proposta è che il Pd e le altre forze orientate a lavorare per il nuovo
governo riformatore indicano per l'autunno una grande assemblea programmatica,
aperta a chiunque sia interessato a parteciparvi in questa prospettiva, nel
corso della quale si discutano i contenuti, le forme e le condizioni
dell'intera operazione (che per l'appunto dovrebbe fin dall'inizio esser
duplice, di partito e di governo).
Si parla tanto di rapporti da costruire o ricostruire fra politici e società
civile. Quale altro modo migliore di questo per verificarne opportunità e
modalità? L'egemonia si conquista mettendosi a confronto e dunque a rischio,
non chiudendosi nelle estenuanti e inconcludenti trattative tra forze, piccolo
o grandi, organizzate.
Una terza via non esiste: o c'è risposta su questo punto o non ce n'è alcuna.
Se non si opera in questo senso, si va nell'altra direzione possibile: quella
che metterà insieme (continuerà a mettere insieme) berlusconismo (anche senza
Berlusconi) e montismo (anche senza Monti). Di ciò già si mormora e sussurra
nelle celate stanze del potere: una grosse koalition, realizzata però in Italia
senza le forti identità partitiche, che altrove l'hanno prescelta e in qualche
modo controllata. Cioè ancora una volta fuori e contro la politica: cioè,
tendenzialmente, sempre più tendenzialmente, fuori e contro la democrazia. I
tempi sono stretti, non c'è molto tempo per pensarci.