2012.05.12 - Un'intervista a Eric Hobsbawm
Una bellissima intervista rilasciata da Eric Hobsbawm a Wlodek Goldkorn de “L’Espresso”.
La
copio/incollo da http://www.contropiano.org/it/cultura/item/8705-%E2%80%9Cil-capitalismo-di-stato-sostituir%C3%A0-quello-del-libero-mercato%E2%80%9D .
Mercoledì 09
Maggio 2012 17:27
“Il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato”
Lo storico Eric Hobsbawn ritiene che a fronte della crisi capitalista, il
“capitalismo di stato ha un grande futuro”. Lo dimostrano i Brics. “La sinistra
non ha un programma da proporre”.
Riportiamo una interessante intervista dello storico inglese Eric Hobsbawm al
settimanale l’Espresso.
“Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi”, inizia: «No. A
partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e
ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella
attuale, perché ci siamo ancora in mezzo".
La crisi in corso è differente
da quelle precedenti?
«Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del pianeta: dai
vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall’Atlantico verso l’Oceano
Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad
eccezione dell’Urss, oggi la situazione è diversa. L ‘impatto è differente in
Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra
differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l’economia
mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall’Occidente».
Cambieranno i rapporti di
forza, anche militari e politici?
«Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei
capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in
Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli
standard del benessere esistenti -ma io credo che queste nazioni siano in un
rapido declino -per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come
mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. È
chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui
l’insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente:
sostituita invece dall’ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del
lavoro salariato. È un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la
questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo».
Quello che sta dicendo porta
alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l’abbiamo
conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo,
capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto
creativo?
«L’“Economist” alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La
loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e
per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della
creatività. Ma c’è dell’altro: non è scontato che il capitalismo possa
funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito
dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro».
E l’innovazione?
«L’innovazione è orientata verso il consumatore. Ma il capitalismo del
Ventunesimo secolo non deve pensare necessariamente al consumatore. E poi: lo
Stato funziona bene quando si tratta dell’innovazione nell’ambito militare.
Infine: il capitalismo di Stato non è legato al dovere di una crescita senza
limiti, e questo è un vantaggio. Detto questo, il capitalismo di Stato
significa la fine dell’economia liberale come l’abbiamo conosciuta negli ultimi
quattro decenni. Ma è la conseguenza della sconfitta storica di quello che io
chiamo “la teologia del libero mercato”, la credenza, davvero religiosa, per
cui il mercato appunto si regola da sé e non ha bisogno di alcun intervento
esterno».
Per generazioni la parola
capitalismo faceva rima con libertà, democrazia, con l’idea che le persone
forgiano il proprio destino.
«Ne siamo sicuri? Secondo me non è affatto evidente associare i valori che lei
ha menzionato con determinate politiche. Il capitalismo di mercato puro non è
obbligatoriamente legato alla democrazia. Il mercato non funziona nel modo in
cui lo teorizzavano i liberisti: da Hayek a Friedmann. Abbiamo semplificato troppo».
Cosa vuol dire?
«Ho scritto tempo fa che abbiamo vissuto con l’idea di due vie alternative: il
capitalismo di qua il socialismo di là. Ma è un’idea stramba. Marx non l’ha mai
avuta. Spiegava invece che questo sistema, il capitalismo, un giorno sarebbe
stato superato. Se guardiamo la realtà: gli Usa, l’Olanda, la Gran Bretagna, la
Svizzera, il Giappone, possiamo arrivare alla conclusione che non si tratta di
un sistema unico e coerente. Ci sono tante varianti del capitalismo».
Intanto la finanza prevale.
C’è chi dice che il capitalismo potrebbe fare a meno della borghesia. È
un’intuizione giusta?
«È emersa con forza un’élite globale composta di persone che decidono tutto nel
campo dell’economia, e che si conoscono tra di loro e lavorano insieme. Ma la
borghesia non è scomparsa: esiste in Germania, forse in Italia, meno negli Usa
e in Gran Bretagna. È cambiato invece il modo in cui si accede a farne parte».
Vale a dire?
«L’informazione è oggi un fattore di produzione».
Non è una novità. Già i Rothschild
diventarono ricchi perché per primi seppero della sconfitta di Napoleone a
Waterloo,cosa che ha permesso loro di sbancare la Borsa…
«Intendo una cosa diversa. Oggi fai soldi perché controlli l’informazione. E
questo è un argomento forte nelle mani dei reazionari che dicono di combattere
le élites colte. Sono le persone che leggono i libri e che hanno vari gradi di
istruzione universitaria, a trovare gli impieghi redditizi. Gli istruiti sono
identificati ormai con i ricchi, con gli sfruttatori, e questo è un problema
politico vero».
Oggi si fanno soldi senza
produrre beni materiali, con derivati, con speculazioni in Borsa.
«Però si continua a fare denaro anche, e soprattutto, producendo beni
materiali. È cambiato solo il modo con cui viene prodotto quello che Marx
chiamava il valore aggiunto (la parte del lavoro dell’operaio di cui si
appropria il padrone, ndr.) Oggi lo producono non più gli operai ma i
consumatori. Quando lei compra un biglietto aereo on line, lei con il suo
lavoro gratuito paga per l’automazione del servizio. È quindi lei a creare il
plusvalore che fa il profitto dei padroni. È uno sviluppo caratteristico della
società digitalizzata».
Chi è oggi il padrone? Una
volta c’era la lotta di classe.
«Il vecchio proletariato ha subito un processo di outsourcing; dagli antichi
Paesi verso i nuovi. È là che dovrebbe esserci la lotta di classe. Però i
cinesi non sanno cosa sia. Seriamente: forse invece ce l’hanno la lotta di
classe, ma non la vediamo ancora. Aggiungo: la finanza è una condizione
necessaria perché il capitalismo vada avanti, ma non è indispensabile. Non si
può dire che il motore che muove la Cina sia solo la voglia di profitto».
È una tesi sorprendente, la
può spiegare?
«Il meccanismo che sta dietro all’economia cinese è il desiderio di restaurare
l’importanza di una cultura e di una civiltà. È l’opposto di ciò che succede in
Francia. Il più grande successo francese degli ultimi decenni è stato Asterix.
E non è un caso. Asterix è il ritorno al villaggio celtico isolato che resiste
all’urto del resto del mondo, un villaggio che perde ma sopravvive. I francesi
stanno perdendo, e lo sanno».
Intanto in Occidente abbiamo
i banchieri centrali che ci dicono cosa fare. Si parla di conti, numeri, ma non
dei desideri degli umani e del loro futuro. Si può andare avanti così?
«A lungo termine, no. Ma sono convinto che il vero problema sia un altro:
l’asimmetria della globalizzazione. Certe cose sono globalizzate, altre
super-globalizzate, altre non sono state globalizzate. E una delle cose che non
lo sono state è la politica. Le istituzioni che decidono di politica sono gli
Stati territoriali. Rimane quindi aperta la questione come trattare problemi
globali, senza uno Stato globale, senza un’unità globale. E questo riguarda non
solo l’economia, ma anche la più grande sfida dell’esistente, quella
ambientale. Uno degli aspetti della nostra vita che Marx non ha visto è
l’esaurimento delle risorse naturali. E non intendo l’oro o il petrolio.
Prendiamo l’acqua. Se i cinesi dovessero usare la metà dell’acqua pro capite
utilizzata dagli americani non ce ne sarebbe abbastanza nel mondo. Sono sfide
dove le soluzioni locali sono inutili, se non a livello simbolico».
C’è un rimedio?
«Sì, a patto che si capisca che l’economia non è fine a se stessa, ma riguarda
gli esseri umani. Lo si vede osservando l’andamento della crisi in atto.
Secondo le antiquate credenze della sinistra la crisi dovrebbe produrre
rivoluzioni. Che non si vedono (se non qualche protesta degli indignati). E
siccome non sappiamo neanche quali sono i problemi che stanno per sorgere, non
possiamo nemmeno sapere quali saranno le soluzioni».
Può fare qualche previsione
comunque?
«È estremamente poco probabile che la Cina diventi una democrazia parlamentare.
È poco probabile che i militari perdano tutto il loro potere nella maggior
parte degli Stati islamici».
Lei ha sostenuto la necessità
di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato.
«Guardi la storia. L’Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è
stata una sonora sconfitta. Dall’altro lato, il tentativo ultraliberista è pure
miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico
con il privato, ma quale è l’oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di
tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell’economia e basta. Non è
vero che il benessere è legato all’aumento del prodotto totale mondiale».
Lo scopo dell’economia è la
felicità?
«Certo».
Intanto crescono le
diseguaglianze.
«E sono destinate ad aumentare ancora: sicuramente all’interno dei singoli
Stati, probabilmente tra alcuni Paesi e altri. Noi abbiamo un obbligo morale
nel cercare di costruire una società con più uguaglianza. Un Paese dove c’è più
equità è probabilmente un Paese migliore, ma quale sia il grado di uguaglianza
che una nazione può reggere non è affatto chiaro».
Cosa rimane di Marx? Lei, in
tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo…
«Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo,
ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione,
la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il
capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni
giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in
quanto partito di classe».
In Occidente si parla sempre
meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?
«Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre.
Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non
sono certo centrali nella società».