2012.04.29 - Le centrali a carbone e l'inquinamento
Volete sapere come l’Enel devasta l’ambiente e mina la salute pubblica?
Basta leggere questo articolo de “Il fatto quotidiano”, firmato da Marco Atella
e Andrea Di Stefano.
Da http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/29/centrali-carbone-dellenal/212586/
“Il carbone dell’Enel fa un morto al giorno e costa due miliardi
l’anno”
Greenpeace Italia anticipa al Fatto Quotidiano il suo rapporto
su Enel, basato sulle ricerche della fondazione olandese SOMO e della European
Environmental Agency (EEA). Investimenti minimi nelle nuove rinnovabili,
sostegno anacronistico al carbone e nucleare all’estero
di Marco Atella e Andrea Di Stefano
Un morto al giorno, 366 l’anno per la precisione. Sono quelli riconducibili
all’inquinamento prodotto dalle centrali a carbone dell’Enel secondo la
proiezione della Fondazione Somo per Greenpeace Italia. Applicando i parametri
dell’Agenzia Europea per l’Ambiente alle emissioni in atmosfera delle centrali
della compagnia ex pubblica emerge che “le morti premature associabili alla
produzione di energia da fonti fossili di Enel per l’anno 2009 in Italia sono
460. I danni associati a queste stesse emissioni sono stimabili come prossimi
ai 2,4 miliardi di euro. La produzione termoelettrica da carbone costituisce
una percentuale preponderante di questi totali: a essa sono ascrivibili 366
morti premature (75%), per quell’anno, e danni per oltre 1,7 miliardi di euro
(80%)”. Un responso implacabile che la Fondazione ha trasmesso all’Enel
ricevendo, purtroppo, risposte molto elusive.
“Lo sviluppo delle fonti di energia rinnovabili unito alla perdurante
stagnazione della domanda di energia elettrica sta rendendo difficile la
copertura dei costi di produzione degli impianti convenzionali, mettendo a
rischio la possibilità di tali impianti di rimanere in esercizio”. L’ha
dichiarato un mese fa Paolo Colombo, presidente dell’Enel, seguito a ruota
dall’amministratore delegato Fulvio Conti, che ha chiesto di “correggere le
forme di incentivi per le fonti rinnovabili” calibrando meglio i sussidi nel
prossimo decreto allo studio del governo nazionale, per “dare impulso ad altre
filiere”.
Il mondo sta cambiando, la produzione di energia è sempre più diffusa e
decentrata, ma l’Enel non vuole mollare: il suo vecchio mondo, quello delle
grandi centrali a gas, carbone, uranio, olio combustibile deve essere
preservato. “Enel è entrata a gamba tesa sul tema dell’incentivazione alle
rinnovabili – ha dichiarato a Repubblica.it il senatore del PD Francesco
Ferrante – . Le cose sono due: o si tratta di disinformazione o di una sorta di
confessione di chi guarda al passato e ha paura del futuro”.
Per Greenpeace Italia non ci sono dubbi: Enel ha paura delle rinnovabili perché
è ancorata al passato o si affida a tecnologie di dubbia efficacia. “Se si
eccettua l’idroelettrico, che in Italia è semplicemente un’eredità di
investimenti passati e in altre regioni, come in America Latina, è collegato a
progetti potenzialmente ad alto impatto ambientale, gli investimenti di Enel
nelle rinnovabili sono minimi, specialmente in Italia ed Europa, dove la
riduzione delle emissioni di Co2 è affidata al nucleare o a improbabili
tecnologie come la cattura e sequestro del carbonio (Carbon Capture Storage o
CCS)”, ha dichiarato Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia.
Nel suo rapporto, che ilfattoquotidiano.it ha ottenuto in anteprima, Greenpeace
non si limita a puntare il dito, come ha già fatto più volte in passato, sul
mix energetico “anacronistico” di Enel, ma analizza per la prima volta i costi
esterni delle centrali Enel a carbone e petrolio. “Si tratta dei costi per
l’ambiente, l’agricoltura e la salute dei cittadini. Sono voci di costo che non
compaiono nei bilanci, perché la società non li paga. A pagare è però
l’ecosistema nel suo complesso”.
Greenpeace fa riferimento a un rapporto della fondazione olandese SOMO, che
uscirà nei prossimi mesi, e allo studio della EEA (European Environmental
Agency), l’agenzia per l’ambiente
dell’Unione Europea, uscito nel novembre del 2011. Lo studio
dell’EEA individua i 20 impianti di produzione di energia più inquinanti in
Europa. In Italia il primato spetta alla centrale a carbone Federico II di
Brindisi, gestita dall’Enel, i cui costi esterni (calcolati dall’EEA)
ammontavano a 707 milioni di euro nel 2009: una cifra che supera i profitti che
Enel ottiene dalla centrale. “E’ un gioco pericoloso, che non vale la candela”,
continua Onufrio. “I profitti sono ottenuti con un prezzo altissimo per
l’ambiente e la salute”. Greenpeace Italia ha esteso la metodologia utilizzata
dallo studio dell’EEA a tutte le centrali a carbone gestite da Enel in Italia
ed è arrivata a conclusioni preoccupanti: “I costi esterni delle centrali a
carbone sono di 1,7 miliardi di euro – oltre il 40% dell’utile che Enel ha
ottenuto a livello consolidato, in tutto il mondo, nel 2011”, si legge nel rapporto.
“Se alle attuali centrali si dovessero aggiungere quelle di Porto Tolle e
Rossano Calabro – che potrebbero presto essere convertite da olio a carbone – i
costi esterni potrebbero toccare la quota di 2,5 miliardi di euro all’anno,
suddivisi in costi per la salute, danni alle colture agricole, costi da
inquinamento dell’aria e da emissioni di Co2”.
Al
termine del rapporto, Greenpeace chiede ad Enel di effettuare al più presto una
valutazione dei costi esterni delle centrali a combustibili fossili, riportando
i risultati all’interno del bilancio di sostenibilità. Tra i quesiti rivolti ad
Enel non mancano i riferimenti al progetto per la centrale a carbone di Galati,
in Romania, “in un’area già colpita da decenni di inquinamento dell’industria
pesante rumena” e alla centrale Reftinskaya GRES, nella regione di
Ekaterinburg, in Russia, che sarebbe stata accusata di “violazioni di norme
ambientali” da parte delle autorità locali. Altre domande riguardano i reattori
nucleari Cernavoda 3 e 4, che Enel gestisce in Slovacchia e il progetto Baltic
NPP a Kaliningrad, in Russia, per la costruzione di un nuovo reattore nucleare.
Alcune delle domande di Greenpeace sono state inoltrate alla società dalla
Fondazione Culturale Responsabilità Etica (Banca Etica) azionista “critico” di
Enel dal 2007. Enel sarà tenuta a rispondere entro il giorno dell’assemblea,
prevista per lunedì 30 aprile. Tra gli azionisti saranno presenti, oltre alla
Fondazione di Banca Etica, anche il vescovo guatemalteco Alvaro Ramazzini –
delegato dai Missionari Oblati – e l’attivista colombiano Miller Armin Dussan
Calderon, professore dell’Università Surcolombiana e presidente di Assoquimbo,
associazione dei comitati locali colombiani che presidiano il territorio contro
la costruzione della diga Enel di Quimbo in Colombia. Ramazzini e Calderon
porteranno in assemblea la voce delle popolazioni del sud del mondo impattate
dai progetti idroelettrici della compagnia italiana. L’assemblea potrà essere
seguita online sul sito del Fatto Quotidiano e su Twitter (#nonconimieisoldi e
#azionisticritici).