2012.02.22 - Sergio Luzzatto e gli storici che scrivono male
Ha ragione (e la cosa non capita di rado) Sergio Luzzatto. Gli storici italiani troppo spesso scrivono male. Pensiero involuto? Può darsi. Ignoranza? È probabile. Arroganza? Pure. O probabilmente, tutte e tre le cose messe assieme.
Scrivere bene, in modo piano e
leggibile, cercando la scorrevolezza e perseguendo l’obiettivo della
comprensione di un pubblico largo, è un dovere.
Il nitore espositivo dovrebbe essere l’obiettivo di ogni persona colta. Innanzitutto
perché evita l’orribile tentazione di sentirsi dei nobili che hanno il diritto
di chiudersi in una torre d’avorio, secondariamente perché l’intellettuale ha
il dovere morale e politico di arrivare alle masse per migliorarne il livello
culturale, infine – e non è poco – perché chiarezza equivale a buona
educazione.
Ma lascio la parola a Sergio Luzzatto (uno che ragiona bene e scrive meglio),
riportando questo suo articolo apparso su “Il Sole 24 Ore” di domenica 19
febbraio 2012.
Da http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-02-19/cari-colleghi-storici-meno-081833.shtml?uuid=AaHKf7tE
Cultura-Domenica
> Archivio 19 febbraio 2012
Cari colleghi storici, meno lati oscuri
Sergio Luzzatto
Bene ha fatto Filippo La Porta, sull'ultimo numero di questo supplemento
domenicale, a sottolineare quanto sia criptica la "teoria critica"
nostrana, lanciando un appello: Critici italiani, parlate chiaro! Ha fatto
talmente bene che viene voglia di estendere il suo appello, oltre i confini
della critica letteraria e filosofica, a un altro campo della nostra produzione
saggistica: il campo della storia. Dove il problema dello «scrivere oscuro»
(secondo i termini di una magnifica riflessione di Primo Levi) è tanto più
grave in quanto non viene neppure riconosciuto per tale: dove la malattia dello
scrivere oscuro è talmente diffusa da somigliare a un'inavvertita pandemia.
Ha ricordato La Porta la battuta di un grande storico del primo Novecento,
Gaetano Salvemini, che, docente a Harvard, aveva interiorizzato lo scrivere
chiaro degli anglosassoni e preso in uggia l'oscurità delle lettere italiane
fino al punto di affermare che nulla sarebbe rimasto neppure della Scienza
nuova di Vico, se soltanto la si fosse tradotta in inglese... Concedendo meno
alla facezia, è da ricordare qui la battuta di un grande storico del secondo
Novecento, Carlo Ginzburg, lui pure aduso all'accademia anglosassone. Il più
internazionalmente noto degli storici italiani ha spiegato di sottoporsi quando
scrive a un'autoverifica preventiva. Per ogni frase della sua prosa, Ginzburg
si domanda se sarebbe in grado di redigerla anche in inglese e in francese. Se
la risposta è positiva, procede nella scrittura in italiano. Se la risposta è
negativa, preferisce lasciar perdere...
Battute a parte, il caso di Ginzburg vale a porre la questione del rapporto fra
trasparenza e influenza: cioè della correlazione – almeno nel campo degli studi
storici – fra una prosa letterariamente scorrevole e un profilo
scientificamente autorevole. Vuoi vedere che, facendoti leggere, riesci persino
a farti tradurre, e addirittura a farti riconoscere all'estero? La cosa è di
particolare rilievo nell'ambito delle discipline umanistiche, per le quali (a
differenza di quelle scientifiche) l'inglese non rappresenta necessariamente la
lingua veicolare. Nelle humanities, il criterio della traduzione all'estero
appare tendenzialmente probante. Se un editore americano o francese o tedesco o
polacco o giapponese o brasiliano affronta il rischio economico di investire
sulla traduzione di un saggio storico scritto in italiano, ci sono buone
probabilità che quel saggio abbia un valore aggiunto per la ricerca internazionale.
Se, viceversa, i libri di uno storico italiano restano confinati al Bel Paese
dove il sì suona, ci sono buone probabilità che non meritino un destino
migliore.
Naturalmente, come tutte le generalizzazioni, anche questa ammette eccezioni.
In linea di massima, è ultrasensato supporre che i rari storici italiani
tradotti all'estero valgano di più delle legioni di storici italiani la cui
produzione non supera la barriera delle Alpi (a volte, in realtà, neppure la
barriera degli Appennini). Ma sarebbe ultrasbagliato elevare la ragionevole
supposizione sino a farne una legge universale. A fronte del caso di Carlo
Ginzburg stanno numerosi controesempi di storici italiani che non hanno avuto
mai o quasi mai l'onore di una traduzione, e che pure sono stati maestri della
disciplina internazionalmente riconosciuti.
Limitiamoci a evocare quattro nomi e cognomi, fra i primi che vengono a mente
come campioni della storiografia italiana nel Novecento: Delio Cantimori,
Marino Berengo, Rosario Romeo, Renzo De Felice. È impressionante constatare
come nessun libro dei primi tre autori sia mai stato tradotto né in inglese né
in francese, e come gli studi di De Felice stesso siano stati tradotti poco e
male. Il che, evidentemente, non ha impedito a Cantimori, Berengo, Romeo, De
Felice, di influenzare in maniera decisiva il dibattito storiografico sulla
storia moderna e contemporanea d'Italia: anche perché i cultori stranieri di
tale storia – com'è ovvio – leggevano correntemente l'italiano.
Vale tuttavia la pena di chiedersi quanto il gusto accademico nostrano dello
scrivere oscuro abbia contribuito (e contribuisca) ad alimentare un paradosso:
il paradosso di una cultura storica italiana insieme felicemente cosmopolita e
infelicemente provinciale. Felicemente cosmopolita, perché gli editori italiani
traducono libri di storia con una generosità ben superiore a quella dei
colleghi stranieri. Infelicemente provinciale, perché la storiografia italiana
anche più meritevole, non circolando abbastanza all'estero, rimane spesso esclusa
dal dibattito internazionale.
Anche qui saltano agli occhi esempi concreti, concretissimi. Come l'esempio del
Risorgimento. È questo un campo in cui la storiografia italiana ha compiuto
notevoli progressi nell'ultima dozzina d'anni, in particolare grazie agli studi
di Alberto M. Banti. Ma fuori d'Italia, il tono del dibattito sul Risorgimento
italiano continua a venire dettato da oltre Manica. Dopo Denis Mack Smith
cinquant'anni fa, adesso sono Lucy Riall e Christopher Duggan che illustrano
urbi et orbi la storia del nostro Risorgimento, senza che gli studiosi italiani
riescano a farsi sentire se non quando pubblicano direttamente in inglese (il
che pur càpita, per fortuna, complice la famosa fuga dei cervelli).
Dovremmo forse concludere – memori delle battute di Salvemini e di Ginzburg –
che l'italiano è lingua non grata alla storia? No: dovremo concludere piuttosto
che gli storici italiani restano gravemente malati, e pandemicamente malati, di
scriveroscurite. «Chi parla male pensa male», protestava il Nanni Moretti di
Palombella rossa. Primo Levi, lui, era stato anche più severo di così: «Chi non
sa comunicare o comunica male, in un codice che è solo suo o di pochi, è
infelice, e spande infelicità intorno a sé. Se comunica male deliberatamente, è
un malvagio, o almeno una persona scortese, perché obbliga i suoi fruitori alla
fatica, all'angoscia o alla noia».