2007.01.01 - L'incompreso



L’anno non poteva chiudersi meglio.
Saddam Hussein è stato impiccato, il mondo ha un satrapo di meno e la democrazia ha trionfato ancora. Mi pare che ci sia di che essere soddisfatti.
È un po’ questa la posizione di George Bush jr, il quale ha commentato l’esecuzione dello stesso Hussein con la morigeratezza dei toni che conosciamo bene: “l’esecuzione della condanna a morte del ex dittatore irakeno è una pietra miliare per la costruzione della democrazia a Bagdad” ha affermato soddisfatto il Presidente degli USA.

Tuttavia, pare che Bush sia piuttosto isolato in questa sua posizione esultante. Le associazioni di tutela dei diritti umani da tempo vanno denunciando che il processo intentato al Raìs sia stato quantomeno farsesco: all’imputato, infatti, non solo è stato negato il diritto alla difesa, bensì sono stati sostituiti i giudici originari (pare su pressione statunitense) con altri più “colpevolisti” ed un paio di avvocati difensori dello stesso Hussein sono stati uccisi.

Gli stati ed i governanti europei hanno affermato compattamente che la condanna a morte del dittatore è un atto eticamente non condivisibile ed un errore politico, in quanto farà di un mediocre sanguinario come Saddam Hussein un martire del fondamentalismo. Perfino Silvio Berlusconi, che di Bush è un intimo, ha espresso con fermezza la sua contrarietà all’uccisione di Saddam Hussein.

Povero Bush, è rimasto solo. L’opinione pubblica americana non lo capisce più ed anche fuori dai patri confini il credito politico di cui egli gode è prossimo allo zero. Trovandosi nella sua medesima situazione, un qualsiasi uomo politico si chiederebbe dove sta sbagliando. Bush, invece, da l’impressione di ragionare seguendo una celebre massima di Roberto Freak Antoni (“Tutti dicono che una volta toccato il fondo non si possa che risalire. A me succede invece di cominciare a scavare”) e di domandarsi perché il mondo non lo capisce e non lo ringrazia.

Potremmo cavarcela dicendo che tutti ringrazieremmo subito e con sincerità George Bush jr qualora egli annunciasse il suo ritiro immediato dalla politica. La realtà, però, è più complicata. Se Bush se ne andasse domani, il mondo purtroppo non tornerebbe indietro verso giorni migliori. La radicalizzazione dello scontro tra occidente e mondo arabo che questo ex alcolizzato ed i suoi amici teo-con hanno provocato ha prodotto guasti immani, sanabili non si sa né in che modo né in quanto tempo. Non chiederemo un tribunale per Bush, e meno che mai una sua condanna di qualsiasi entità (per nostra fortuna non siamo come lui), ma non possiamo non esprimere il nostro sdegno per come quest’uomo (ed i suoi alleati a livello internazionale, a cominciare da Tony Blair) abbiano calpestato la democrazia ed il diritto internazionale introducendo nozioni aberranti come quella della “guerra preventiva”.

Ripeto: nessun tribunale per Bush, ma non si abbia l’ipocrisia di non ritenere la logica che anima la sua politica estera come criminale. Lui continuerà a sentirsi incompreso, è vero, ma noi avremo finalmente imparato a chiamare le cose con il loro nome ed avremo iniziato a gettare un ponte di distensione verso il Medio Oriente. Non è poco, mi pare.