2010.12.23 - Brevissime considerazioni sulla riforma Gelmini
La riforma dell’Università firmata dalla ministra Mariastella Gelmini è diventata realtà. Flavia Amabile su “La Stampa” ha illustrato in modo sintetico ma molto efficace le perplessità di chi non condivide questo provvedimento.
Chi vuole può vederle alla pagina http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=124&ID_articolo=1112&ID_sezione=274&sezione .
Molti miei articoli presenti in questo blog hanno un tono volutamente satirico. Stavolta cercherò di essere serio. Un provvedimento di ammodernamento dell’istituzione universitaria era necessario, ma il timore che quella del Governo, più che una riforma, rappresenti una controriforma, è molto forte.
Il fatto che – copio le parole di Flavia Amabile – “il Senato accademico avrà poteri molto più limitati: avanzerà proposte di carattere scientifico, sarà invece il Consiglio di amministrazione ad avere piena responsabilità per le assunzioni e delle spese. All’interno del Cda ci saranno almeno 3 membri esterni su 11” mina l’autonomia e la libertà della scienza: la ricerca va tenuta lontana dal condizionamento dell’industria privata, e lo stesso dicasi dell’insegnamento. La cultura deve essere pubblica e garantita dallo Stato, come dice la Costituzione.
In merito alle nuove modalità di assunzione dei ricercatori, io non ritengo del tutto sbagliato il cosiddetto 3+3: a mio avviso infatti è giusto che diventi docente chi è davvero bravo. Tuttavia, a dare senso al provvedimento in questo caso non è il quadro, ma la cornice in cui lo si inserisce. In anni in cui, sciaguratamente, si privatizza tutto e si riducono draconianamente il ruolo dello Stato e la spesa pubblica, è inevitabile che gli atenei non avranno i soldi per assumere nuovi docenti e che la quasi totalità dei ricercatori (a parte i super-raccomandati) alla fine del 3+3 non sarà assunta, anche se avrà prodotto risultati di assoluta eccellenza. Alle università converrà attuare un turn-over perpetuo di ricercatori precari invece che far salire di grado quelli che hanno finito i sei anni di contratto. Se poi a decidere gli impegni finanziari non saranno dei docenti, ma i manager dei Cda voluti dall’impresa privata, apriti cielo.
La riforma Gelmini non risolve i problemi di corruzione, e non solo perché consente la compresenza di mogli e mariti nel medesimo ateneo. La questione corruzione non è universitaria, è un male che attanaglia tutta l’Italia: chi pensa che essa sia elemento caratterizzante le sole aule scolastiche, spiace dirlo, fa solo della misera demagogia.
L’Università italiana, la quale sforna in continuazione persone preparate e capaci, ha bisogno di fondi. La riforma Gelmini, invece, afferma con tenacia che essa non deve produrre aggravi per lo Stato. E con cosa li paghiamo i docenti? Con cosa li attrezziamo i laboratori? Con cosa li compriamo i fogli per le fotocopie, i microfoni per i docenti, i libri per le biblioteche? Pensiamo davvero che i giovani possano acculturarsi passeggiando per i viali degli atenei? Non dimentichiamo un’altra cosa: come li facciamo studiare gli orfani, i figli dei disoccupati, dei precari, dei licenziati, dei sottoccupati? E i bisognosi, i fuorisede, i migranti, quelli che non hanno cognomi altisonanti, santi in paradiso e conti correnti segreti alle Cayman? O pensiamo che essi, proprio perché tali, non debbano istruirsi?
In bocca al lupo, Italia. Ne hai davvero bisogno.