2009.09.18 - Far finta di non essere assassini
Lo scrissi tempo fa: la morte di un militare è la morte di un lavoratore. Ieri ne sono morti sei, e quindi ci sono, almeno per il mio modo di vedere le cose, sei caduti sul lavoro in più.
A nulla valgono le obiezioni del tipo "ma è un militare e quindi deve mettere nel conto il rischio di morire, data la pericolosità delle sue mansioni". Pensate forse che un elettricista non svolga un lavoro rischioso? E' sempre a rischio di rimanere fulminato, eppure se gli capita qualcosa lo piangiamo tutti, come è giusto che sia.
Ci sono però delle cose che mi danno fastidio, su tutte "il mito eterno della patria e dell'eroe", per dirla con Francesco Guccini. Io non sono legato all'idea di patria, non rivendico la mia italianità (è un concetto che reputo meno che ridicolo), non faccio il tifo nemmeno per la nazionale di calcio né per gli atleti della nazione in cui sono nato, tifo per chi mi è umanamente simpatico e non mi interessa cosa ci sia scritto sul passaporto. Proprio per questo, quando sento dire "era un guerriero", "è stato un eroe", "era lì per difendere la nostra patria", provo fastidio. I sei soldati che sono morti in Afghanistan non erano degli eroi (gli eroi esistono nelle menti degli idioti) ed erano lì perché ce li avevano mandati e/o perché li avevano economicamente incentivati ad andarci. La cosiddetta patria non si difende in Afghanistan, dove siamo per la follia di George W. Bush (a proposito, ripassatevi un po' di storia della politica estera degli Usa, così saprete che i cosiddetti taliban vennero foraggiati con soldi ed armi circa trent'anni fa dagli Usa in funzione anti-sovietica. Chi semina vento raccoglie tempesta) ed in aperta violazione dell'Articolo 11 della Costituzione italiana, vilipeso sia da destra che da sinistra. E se la patria si difendesse lavorando (idea che, lo ripeto, mi fa ridere) credo che più di un soldato la difendano i medici che salvano le vite umane, gli operai che costruiscono ciò che quotidianamente utilizziamo per vivere, gli agricoltori che ci danno da mangiare, i preti di frontiera che combattono la mafia... e, si badi bene, è tutta gente che rifiuta la patente di eroe. Non voglio mancare di rispetto a chi è morto (oggi al Tg2 ho scoperto di aver conosciuto, tempo fa, la fidanzata di un soldato italiano deceduto), ma non posso non dire una cosa che può risultare antipatica, vale a dire che questi soldati sono vittime tre volte. In ordine di tempo: la prima perché vengono mandati al macello senza un valido motivo (ammesso che ci siano validi motivi per essere dilaniati da 150 kg di esplosivo e che uno di questi possa essere l'insana voglia di dominio sul mondo che gli Usa nutrono, in modo particolare quando sono governati da presidenti repubblicani, incolti e dediti all'alcool); la seconda è quella legata alla morte fisica vera a propria; la terza è quella della retorica verso "i nostri poveri ragazzi con il tricolore", verso "i nostri eroi in divisa", come se quelle morti non fossero state evitabili. Per i politici guerrafondai e per quei pennivendoli prezzolati che li appoggiano è facile dire "poveri ragazzi": serve a lavarsi la coscienza e a far finta di non essere assassini.
Un'ultima cosa. Per domani era prevista la manifestazione dei giornalisti italiani in difesa della libertà di stampa. Si è scelto di annullarla e di rinviarla in segno di rispetto per i sei soldati italiani uccisi. Un segno di buona creanza e di rispetto, indubbiamente. Se, però, invece di sei militari fossero morti sei manovali edili, temo che la manifestazione ci sarebbe stata lo stesso. Non ce l'ho con i militari, ci mancherebbe altro. Ce l'ho con certa stampa (anche progressista, ahimè), la quale temo pensi (spero inconsciamente) che esistono morti di serie a e morti di serie b.