2010.04.10 – Ikea
Mi è capitato due o tre volte di andare all’Ikea di Corsico, un non propriamente ridente – sia detto con tutto il rispetto – paesone dell’hinterland milanese.
Ci ho fatto spesa e ci ho anche pranzato. Il fatto che, come tutti sanno, all’Ikea si possa mangiare, far giocare i bambini e ricorrere a tutta una serie di servizi che vanno ben al di là della normale assistenza al cliente, crea una sensazione ambivalente.
Da un punto di vista è estremamente comodo, perché così si può fare ciò che si vuole in tutta calma. Quando si vede come sono strutturati i supermercati del gruppo scandinavo, a tutti viene in mente un pensiero provinciale: “Come sono organizzati questi svedesi”. I più colti iniziano a pontificare, il più delle volte ai danni delle famigliole innocenti, sui vantaggi e sulla bontà della cultura socialdemocratica scandinava. Quelli invece che non sono di sinistra, oppure ignorano ogni cosa della politica, iniziano a inanellare aneddoti più o meno veri sulla promiscuità degli (e soprattutto delle) svedesi. In ogni caso, dotti ed illetterati, progressisti e conservatori, vengono conquistati dalla filosofia-Ikea. E comprano.
Ecco, qui sta il punto: comprare. Ikea nulla c’entra con la socialdemocrazia o coi costumi sessuali o più in generale con gli usi e la cultura svedese. La catena di mobilifici in realtà vuol darci a credere il contrario (1), ma si tratta di un’operazione di mero marketing: ogni brand forte deve avere radici identitarie forti, virili, altrimenti non può reggere a lungo nell’immaginario collettivo e, quindi, sul mercato. Qui, tanto per finire fuori dal seminato, vengono in mente le idee formulate da George L. Mosse ne La nazionalizzazione delle masse a proposito del nesso tra nazionalismo moderno e ideale di virilità: il primo poggia sul secondo, e, poiché dal nazionalismo sono scaturite le peggiori dittature del XX secolo, se ne può dedurre che il nazi-fascismo è conseguenza della virilità. Quando si hanno gli stessi genitori non si può che essere fratelli, ed infatti questo pare essere il grado di parentela tra nazionalismo e capitalismo.
Ikea è una formidabile macchina commerciale che non si limita a vendere mobili, ma vende una filosofia, intesa evidentemente non come “amore verso la sapienza”, bensì come un insieme strutturato di valori: Ikea pensa al cliente, lo assiste, lo fa sentire come a casa, lo fa comprare in tutta tranquillità, gli fa pensare di essere importante perché lo fa scegliere da solo. Poco o nulla importa che la produzione dell’Ikea sia quanto di più standardizzato esista al mondo poiché a Singapore come a Bologna, a Buenos Aires come a Johannesburg, sono in vendita esattamente i medesimi prodotti. In questo risiede il suo successo: nella capacità di vendere un’idea ancor prima della merce, e di fidelizzare il cliente proprio attraverso quella stessa idea.
All’inizio parlavo di una sensazione ambivalente. Ebbene, il rovescio della medaglia personalmente l’ho scoperto mentre mangiavo al ristorante dell’Ikea. Non alludo – mi si perdoni il tono semiserio – ai mirtilli che fanno da contorno alla carne, che pure un po’ incrinano il mito della perfezione svedese (ma sia il colto che l’ignorante pensano comunque che Stoccolma valga bene una messa, per cui un welfare state come Iddio comanda o, a seconda della propria scala di valori, una biondona come Filippa Lagerback, fanno passare in secondo piano le aberrazioni culinarie scandinave). Mi riferisco al fatto che, in quel mondo apparentemente perfetto, in cui tutti sono tutelati, riveriti ed accuditi, in cui a prima vista non c’è spazio per disuguaglianze o ingiustizie di sorta, ad un certo punto è entrato un lavoratore addetto alla pulizia della cucina. Doveva liberare i tavoli dai resti del pranzo altrui, raccogliere il tutto in un apposito contenitore e buttarlo via. Tutto perfetto e organizzato, certo, come in qualunque altro reparto del mobilificio. Però una cosa mi ha colpito: quel lavoratore era un nero, l’unico in mezzo a decine e decine di lavoratori di pelle bianca addetti ad altre mansioni. Ciò che per molti sarebbe un dettaglio di trascurabile importanza, per me è stato il disvelamento di un’impostura. Anche in quel luogo, infatti, si riproponevano le stesse gerarchie sociali presenti in tutto il mondo. Bianchi padroni e neri lasciati ai compiti più umili. Quando poi siamo scesi a ritirare un mobile e ho visto che a mettere a posto i carrelli era un nordafricano fisicamente mal messo e dipendente di una società terza (incarnazione della cosiddetta esternalizzazione, o outsourcing) ho avuto la conferma che, ovunque si vada, ci sono sfruttatori e sfruttati, e che queste categorie si somigliano in modo sorprendente a ogni latitudine.
Ieri, navigando nel sito del “Corriere della Sera”, mi sono imbattuto in questa notizia, che vi invito a leggere: http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_aprile_9/ikea-sciopero-corsico-bagno-1602804893764.shtml . C’è “una forte conflittualità” a Corsico, sostengono i vertici dell’Ikea, i quali, però, da alfieri del capitalismo dei sogni, non possono non mettere in risalto che hanno “da sempre un canale di confronto aperto, sia a livello nazionale che territoriale, con le sigle sindacali”, proponendo alle organizzazioni dei lavoratori un incontro per lunedì 12 (dopodomani) al fine di “ripristinare un canale di confronto aperto e di dialogo costruttivo, per chiarire le posizioni e costituire la base per riavvio di un buon sistema di relazione tra le parti”. A parte il fatto, comunque non secondario, che i vertici italiani di Ikea danno l’impressione di conoscere poco la nostra lingua (il “canale di confronto aperto”, se lo si deve “ripristinare”, aperto non è), cronometrare il tempo che un lavoratore impiega per espletare le proprie funzioni fisiologiche è qualcosa che fa pendere l’ago della bilancia dalla parte dei lavoratori, a prescindere dalle ragioni che hanno determinato la “forte conflittualità” delle parti. Ikea non ce ne vorrà se, più che a un luogo di gioia e di uguaglianza, episodi come questo fanno somigliare il punto vendita di Corsico alle realtà produttive asiatiche descritte da Naomi Klein in No Logo. E Ikea non ce ne vorrà se il suo modo di tenere un “dialogo costruttivo” con i lavoratori somiglia troppo da vicino ai modi di fare di Videla e Pinochet. Per quanto lo si rivesta di giallo e blu, un ideale autoritario tale rimane.
PS: Vi invito alla lettura di questa bellissima recensione di Marco Belpoliti al libro di Alessandro Storti, Ikea (Egea, 2009): http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&ID_articolo=2429&ID_sezione=81&sezione . Credo faccia capire molte cose.
NOTE
(1): Cfr. http://www.ikea.com/ms/it_IT/about_ikea/the_ikea_way/swedish_heritage/index.html