2010.04.07 - Una questione di sopravvivenza


Le elezioni regionali tenutesi alla fine di marzo hanno sancito l’ennesima sconfitta della sinistra. È davvero preoccupante l’incapacità del fronte progressista di uscire dal tunnel della crisi.
I politologi, come gli economisti, hanno la vista corta e l’attendibilità dei loro studi troppo spesso non è superiore a quella dell’oroscopo radiofonico che tutte le mattine accompagna la nostra colazione. La crisi della sinistra non origina quest’anno, o due anni fa, o con la famosa discesa in campo post-Tangentopoli di Silvio Berlusconi. Essa viene da molto lontano, dal cosiddetto riflusso della fine degli anni Settanta. Tutto ciò che a quella fase è seguito altro non è stato che un continuo smottamento in termini di linea politica, capacità di elaborare modelli di lettura/cambiamento della società, consenso ed in diversi casi perfino – è doloroso ammetterlo – onestà materiale. La morte di Berlinguer, il craxismo, la mediocrità (per usare un eufemismo) politica di Occhetto e della generazione che ha preso in mano le redini del Pci sono state le tappe che negli anni Ottanta hanno sancito lo smottamento di cui si è parlato sopra. Dopodiché c’è stato l’annus horribilis, il 1989, il crollo simbolico (ché quello reale, come molti avevano compreso, era avvenuto da qualche tempo) di un’utopia che si era trasformata in realtà oppressiva e sterile. Era inevitabile che il 1989 si traducesse in un momento di crisi, ma nel medio periodo poteva trasformarsi in una grande occasione. Si è trasformato invece nel nulla, mentre si creava una prima divisione. Da un lato, il troncone quantitativamente più rilevante dell’ex-Pci impegnato a rinnegare tutto ciò che potesse far ricordare l’idea di sinistra: il concetto di comunismo, i padri storici, i simboli, il nome e l’idea stessa di partito, la socialdemocrazia, fino a giungere a quell’equidistanza tra lavoro e capitale tanto cara a Veltroni e che rappresenta l’abbandono di ogni ipotesi di giustizia sociale. Dall’altro, il resto della truppa a scannarsi sul nulla. Con questo non voglio dire che ciò che in questi anni si è mosso alla sinistra del Pds-Ds-Pd sia stato solo velleitarismo e sterile nostalgia. Se affermassi una cosa del genere peccherei di ingiustizia, però sarebbe errato non riconoscere che se – nonostante l’enorme compressione dei diritti sociali di questo ultimo ventennio – ciò che si è soliti definire “sinistra radicale” non ha mai nemmeno lontanamente sfiorato il 10% qualche limite deve pur esserci. Se poi si pensa al fatto che attualmente quest’area politica si è suicidata prima inventandosi “La sinistra – l’Arcobaleno” (si chiamava così, non dimentichiamolo), poi frammentandosi in mille schegge (Prc, Pdci, Sel, Sinistra Critica, Pcdl, Verdi…), con il risultato di non essere più rappresentata né a Roma, né a Bruxelles, appare difficilmente contestabile il fatto che fino ad oggi la “sinistra radicale” ha fatto molto meno di quanto ci si potesse aspettare.

I progressisti non possono incolpare solo lo strapotere mediatico di Berlusconi. Fermo restando che l’Italia è una nazione in cui il lavaggio dei cervelli ad opera di tv e giornali è assai più alto che altrove, e non dimenticando che il sostanziale monopolio berlusconiano è un perenne attentato alla democrazia, non ci si può piangere addosso. L’elaborazione di un modello di società che abbatta il precariato, che persegua l’obiettivo della massima occupazione, che inizi finalmente a varare una strategia per la salvaguardia dell’ambiente e che metta i diritti civili e sociali in prima posizione è comunque possibile. Lo si faccia, dunque, senza indugio.

Se la sinistra perde, infatti, non è per colpa degli altri. Non è per colpa della destra (la destra fa il suo, orribile, mestiere), né di Beppe Grillo. Nessuna persona realmente di sinistra può votare per Mercedes Bresso o per Filippo Penati. Queste due persone (che purtroppo non sono mosche bianche, ma sono numericamente maggioritarie in seno al gruppo dirigente del Pd) non hanno nulla a che fare con la sinistra. Chi è di sinistra non può volere la Tav, chi è di sinistra non pensa che gli extracomunitari siano un pericolo e vadano cacciati. Per cui, perché condannare gli elettori piemontesi e lombardi che hanno punito queste due persone e chi le appogiava? Non sono loro il male. Il male è rappresentato da quella linea politica pervicacemente portata avanti dalla classe dirigente della sedicente sinistra di casa nostra. Di fronte ad essa, l’elettorato sceglie di votare altrove (anche a destra), di astenersi, di non recarsi alle urne, di votare le liste volute da Beppe Grillo.

Sarebbe ora invece che la sinistra tornasse a fare il proprio dovere, sia sotto il profilo programmatico, che sotto quello etico (siamo stati capaci di governare il paese con Mastella, il che è tutto dire). Cercare in modo perenne l’allargamento al centro significa aumentare ulteriormente l’annacquamento della propria identità e dei propri contenuti (leggasi “perdere l’egemonia”). Occorre invece rimotivare gli scontenti, convincere chi si astiene e chi non vota con programmi innovativi, bisogna avere il coraggio di ridefinirsi alla luce dei bisogni popolari e smetterla di dedicarsi alle alchimie politiche (strategie come quelle di D’Alema che in Puglia voleva candidare Boccia sono meno che misere).

Alla luce di tutto questo, Grillo è un problema? A mio avviso, no. Grillo ed il Movimento 5 stelle rappresentano una risorsa. Molti dei loro punti programmatici sono giusti e dovrebbero rappresentare l’asse portante di una coalizione progressista che si rispetti (il fatto che non lo siano testimonia l’arretratezza culturale della sinistra di casa nostra, duole dirlo). Chi si presenta con il Movimento 5 stelle lo fa perché non si vede valorizzato dai partiti progressisti, perché in essi non trova sbocco. La sinistra non sa più innervarsi con le forze vive della società e con chi ha idee innovative, e, se vuole tornare a vincere, deve riprendere a farlo. I problemi relativi alle liste sostenute da Grillo sono semmai altri: innanzitutto, esse non dureranno nel tempo; secondo, tendono a sfociare – inavvertitamente – nell’anti-politica. Ma, se la politica esistesse, di anti-politica non si parlerebbe nemmeno.

Cambiare direzione non è un’opportunità, è una questione di sopravvivenza. E non paia contraddittorio che per rimettersi in discussione si debba ritrovare le proprie origini: sono i miti del nuovismo e dello sviluppismo quelli che hanno rovinato la sinistra. Vengano messi da parte e si ritorni a pensare alla società, se ne trarranno solo benefici.