2010.10.18 - Causa ed effetto


Roberto Maroni lascia perplessi anche quelli che cercano di guardarlo con spirito caritatevole. Da giovedì scorso si è messo a gridare che la manifestazione della Fiom che si sarebbe tenuta sabato era a rischio di infiltrazione da parte di violenti di ogni risma, provenienti da Nord, Centro, Sud ed estero.
Subito l’oceanico stuolo di pennivendoli parassiti ha suonato la grancassa dell’ordine, dipingendo la Fiom come una congrega di fannulloni e farabutti complice dei peggiori assassini. La manifestazione di sabato è stata un successo: oltre 100.000 lavoratori in piazza, nessun cenno di disordine, una festa di popolo in cui i lavoratori italiani (quest’ultima porzione di persone nobili rimaste in questo paese stremato dalla disonestà diffusa) hanno espresso la loro contrarietà alla politica dei miserrimi padroni del vapore, siano essi al governo (Berlusconi), dietro le scrivanie (Marchionne) o nei sindacati gialli (Bonanni e Angeletti).

Dei lavoratori non parla mai nessuno: né quelli di destra, né i demagoghi assortiti che girano per il paese, né la sinistra parlamentare, la quale (tranne poche eccezioni) non si sa come pensi di battere Berlusconi. Forse crede che basti lisciare il pelo a Casini, poteri forti e salotti buoni? Proprio per questo la Fiom e il resto della Cgil meritano il rispetto di tutti: stanno cercando di difendere i diritti dei cittadini da attacchi concentrici e molto forti ed è un compito immane.

Non so se Maroni sia rimasto male nel vedersi sbertucciato – lui che non aveva saputo prevedere e prevenire i disordini avvenuti a Genova martedì scorso – e nel vedere che nessuno era venuto da fuori a mettere a ferro e fuoco Roma. Maroni è un piede di misura 39 messo in una scarpa di misura 45: è in una cosa più grande di lui. Farebbe pena se poi non ci si rendesse conto di essere governati da lui, il che sta a significare che siamo noi a doverci fare pena.

La ministra Gelmini, invece, ha pensato bene di ripristinare l’ordine a Livorno. Ecco cosa scrive “L’Unità” di oggi alla pagina http://www.unita.it/news/italia/104750/gelmini_da_minculpop_ispettori_a_livorno_per_monumento_a_pci

Gelmini da minculpop: ispettori a Livorno per monumento a Pci

di Mariagrazia Gerina



Il ministro Maria Stella Gelmini questa volta non ha perso tempo. Le è bastato sfogliare "Il Giornale" di Feltri e Sallusti, per decidere di inviare gli ispettori. «Altro che Adro, a scuola sventola la bandiera rossa», titolava ieri in prima pagina il quotidiano milanese. La prova? A pagina 7, una foto con la bandiera di Rifondazione e Comunisti italiani che sventola su un muro antico. Sotto la didascalia inserita in redazione non lascia spazio ad esitazioni: si tratta della «scuola materna San Marco di Livorno». «Livorno, a scuola sventola la bandiera comunista», sintetizza il titolo, rimettendo insieme tutti i pezzi del puzzle montato ad arte. Per "Il Giornale" è la prova provata che può nascere un altro caso Adro, questa volta con i colori giusti. E utili alla causa. Dimenticare quel che un sindaco della Lega, partito di governo, è stato capace di fare alla scuola italiana. «Il caso di Adro per settimane è stato il simbolo della presunta ingerenza della politica in un istituto scolastico. Ma nessuno si scandalizza se in una materna del centro storico della città toscana campeggia il vessillo del Pdci», recita la morale sallustiana. Insomma: tanto rumore per la scuola che il sindaco leghista aveva fatto costruire con i simboli del Sole delle Alpi e adesso come metterla con gli eredi del Pci che governano la città di Livorno?

Maria Stella Gelmini non ha dubbi su come rispondere all’appello. La lettura ha un effetto shock. Detto, fatto. Viale Trastevere sposa subito la crociata. Prima dell’ora di pranzo, parte la controffensiva. «Il ministero - recita una nota ufficiale - rende noto che è stata ordinata un'ispezione nella scuola dell'infanzia San Marco di Livorno. Il provvedimento si è reso indispensabile per verificare la notizia secondo cui sarebbe presente nell'istituto una bandiera del Partito dei Comunisti Italiani».

Le parole che seguono sarebbero state perfette per Adro: «La scuola è un'istituzione pubblica che deve garantire a tutti un'educazione imparziale ed autonoma rispetto a qualsiasi orientamento politico», ribadisce il ministro. Peccato che nel caso di Adro il ministro abbia impiegato otto giorni solo per chiedere, gentilmente, al sindaco di rimuovere i simboli leghisti dalla scuola fatta costruire a immagine del suo partito. Oscar Lancini gli rispose picche. Ma anche allora a inviargli gli ispettori, il ministro non ha pensato.

Adesso la musica è cambiata. Ma in effetti l’ispezione livornese potrebbe rivelarsi utile. Almeno per il ministro, che avrà l’occasione di ripassare un po’ di storia. La «bandiera rossa» che ha suscitato tanto allarme in viale Trastevere, infatti, sventola. Ma non sulla scuola San Marco. Che per altro da un po’ di tempo ha cambiato nome: si chiama «l’Alveare».

La parete di mattoni che si vede nella foto de "Il Giornale", invece, è quel che resta del teatro San Marco. Distrutto dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. «Tra queste mura il 21 gennaio 1921 nacque il Partito comunista italiano», recita la targa che vi fu apposta nel ‘49. Bordiga, Gramsci. Sui libri di storia c’è scritto tutto. Senza scomodare gli ispettori. Forse per questo, a Livorno, in effetti, per quella bandiera non si è «scandalizzato» nessuno.«Per i livornesi quel muro è una immagine storica di una certa forza, chi deponeva una corona, chi un fiore. Ed è rimasto nella tradizione della nostra città», racconta Patrizia Villa, segretaria locale della Flc-Cgil.

La scuola ha il suo ingresso dalla parte opposta, in via del Casino. «Fu costruita negli anni ‘70 al posto del vecchio teatro», racconta Lamberto Gianni, segretario cittadino di Sinistra e Libertà: «In questa città da sempre governata dalla sinistra non verrebbe in mente a nessuno di esibire i simboli della tradizione politica in una scuola».





La ministra Gelmini, spalleggiata da quegli uomini liberi che compongono la redazione de “Il Giornale”, ha dunque colpito ancora. Non ci è dato capire se a muovere queste persone sia la sola ignoranza o la meschinità, oppure – cosa più probabile – ambedue. Intanto, però, questo è quel che passa il convento.

Il 12 avevo scritto che Maricica Hahaianu non era più in pericolo di vita. Avevo sbagliato, purtroppo, perché questa infermiera rumena di 32 anni, colpevole appunto di essere rumena, è morta. Oggi finalmente chi le ha sferrato il pugno omicida è stato portato in carcere: si chiama Alessio Bortone. Quando è uscito di casa ha trovato vicini e amici (duecento persone, stando a quanto dicono i giornalisti) ad applaudirlo e a insultare le forze dell’ordine (1). Ignoranza e razzismo dominano il paese: Maroni e Gelmini la causa, Bortone l’effetto.





NOTE
(1): Cfr. http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/10/18/news/morte_maricica-8182453/