2010.04.20 - I Berlusconi, Saviano e la mafia
Si sa: quando Berlusconi si presenta in conferenza stampa può succedere di tutto. Malgrado ciò, quanto accaduto venerdì 16 ha lasciato a bocca aperta più di uno. Il presidente del Consiglio ha affermato che “la mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo ma è quella più conosciuta” a causa delle pubblicità che le farebbero “le serie della Piovra […] la letteratura, Gomorra e tutto il resto” (1).
La frase ha indignato i commentatori più avveduti. Ne elenco quattro.
Massimo Gramellini ha proposto di bruciare tutti i libri che possono essere considerati “disfattisti”, dai Promessi sposi a Il nome della rosa (2).
Alessandro Robecchi ha scritto che il Silvio Berlusconi presidente del Consiglio non può sopportare se stesso in quanto editore dei libri di Saviano e che questo è un caso di schizofrenia molto grave (2).
Concita De Gregorio ha acutamente rilevato il paradosso di un Berlusconi che parla male di Saviano per non parlare dello scandalo di Dell’Utri, per il quale il Procuratore generale di Palermo chiede undici anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa (ma paradosso non è, e De Gregorio lo nota) (3).
Barbara Spinelli ha posto in evidenza, con un’analisi sopraffina che vi invito a leggere, come Berlusconi tema chi dice male del male (4).
Naturalmente, dinanzi a critici così capaci e colti, io posso aggiungere poco. Però qualcosa voglio permettermi di dirlo. Hannah Arendt nel suo Le origini del totalitarismo notò come ogni leader di un regime totalitario abbia bisogno di un nemico per auto-legittimarsi. Questo nemico, che Arendt definisce “oggettivo”, non è sempre lo stesso nel tempo, ma varia in quanto nessun totalitarismo ha interesse a mostrarsi come regime, bensì ambisce a dipingersi come assetto istituzionale movimentista in diuturno avanzamento verso il bene collettivo, che sulla sua strada trova sempre nuovi ostacoli (che nell’attuale vocabolario berlusconiano credo possano essere definiti come “odio”) da abbattere.
Voglio sperare che Berlusconi non sia un dittatore totalitario, e del resto la storia e la politologia ci dicono che è impossibile definirlo come tale, eppure certi passi della teoria della Arendt paiono terribilmente adattabili al suo caso. Berlusconi ha nemici ovunque. Per lui, tali sono i magistrati comunisti, i sindacati, i giornalisti della Rai, quelli della stampa, forse anche molti suoi compagni di partito (mi riferisco a Gianfranco Fini). Egli non governa, combatte il male ovunque sia annidato, nemmeno fosse Giovanna d’Arco.
Eppure, e ritengo questo dettaglio estremamente inquietante, tra i suoi numerosi e multiformi nemici non c’è la mafia, se non nella misura in cui l’annuncio di arresti eclatanti di esponenti di primo piano della criminalità organizzata serve a garantirgli consenso elettorale. Ma, al di là di questo distinguo, la mafia non è una nemica. Non per lui. Sono nemici i giudici che parlano male dello stalliere Mangano (che per Berlusconi, bontà sua, pare sia stato un eroe) e che condannano in primo grado Marcello Dell’Utri a nove anni di galera; sono nemici i pentiti che ricordano frequentazioni non propriamente consigliabili; sono nemici gli attori e gli sceneggiatori di film e serial tv come La piovra e similari; sono nemici Roberto Saviano e Gomorra. La mafia, invece, no.
Già: il berlusconimo, questo qualcosa in certi punti affine a un regime totalitario (e che noi storici non sappiamo definire dimostrando in modo incontrovertibile la nostra sostanziale inettitudine) non può ammettere che al suo interno ci sia un elemento nefando quale la criminalità organizzata. Del resto, il fascismo (che per Arendt non era nemmeno definibile come regime totalitario) proibiva ai giornali di pubblicare notizie sulla povertà della popolazione e sui crimini che si verificavano quotidianamente sul suolo patrio (vi ricorda qualcosa che vedete anche oggi?), figurarsi se Berlusconi può ammettere la pericolosità della mafia.
La mafia italiana per il presidente del Consiglio è la sesta nel mondo, come si è ricordato in apertura. A parte il fatto che in Italia di entità malavitose di tipo mafioso ve ne sono quattro e che quindi parlare di mafia italiana è già un’imprecisione grossolana, io vorrei sapere da dove esce questa classifica e che attendibilità abbia. Certo che non avrò risposta, aggiungo che parlare di mafia italiana come sesta nel mondo significa minimizzarne la forza militare ed economica, il potenziale bellico (l’aggettivo non è casuale) e quello finanziario. La mafia non può essere combattuta minimizzandola. Così facendo, si fa solo il suo gioco.
Mi spiace per Saviano. È uno dei pochi italiani dotati di robusta spina dorsale. Vedersi accusato di fornire “supporto promozionale alle cosche” deve essere una pugnalata. Un paese degno di essere chiamato tale fornirebbe quotidianamente sostegno morale a questo scrittore che sta sacrificando la sua esistenza alla lotta contro la camorra, ma qui le assonanze con il totalitarismo si fanno sentire per cui il capo dell’esecutivo può permettersi di accusarlo, de facto, di concorso esterno in associazione mafiosa, reato di cui è imputato (condannato in primo grado) il suo sodale Dell’Utri. Saviano ha replicato: “non ci sarà giorno in cui [io e quelli che vogliono sconfiggere le organizzazioni malavitose] taceremo” (5).
A questo punto, e anche questa è un’assonanza non secondaria con quanto scritto da Hannah Arendt, è scesa in campo Marina Berlusconi, figlia del presidente del Consiglio, presidentessa della Mondadori, nonché, come sostengono alcuni bene informati, donna destinata alla successione del padre alla guida del Pdl quando questi lascerà la politica. Marina, figliola prodiga, ha detto che suo padre ha tutto il diritto di criticare, che lei con queste stesse critiche concorda e che “una pubblicistica a senso unico non è il sostegno più efficace per l'immagine del nostro Paese”. Marina ritiene giusto il doppio senso e speriamo che presto, mostrandosi davvero l’editrice liberale che orgogliosamente dice di essere, pubblichi le ragioni di Riina, Provenzano, Cutolo, Schiavone e compagnia. Ne sentiamo un impellente bisogno. A Saviano, il quale giustamente pensa che le parole di Berlusconi possano far sì che lui sia un ospite poco gradito in casa Mondadori, Marina dice che le parole del padre altro non sono che “un bell’esempio di dialettica democratica”. Anzi, “quando sentirò di dover formulare una critica, nemmeno io starò zitta”, ha aggiunto la gagliarda figlia d’arte, mettendo a tacere questo giovane scrittore che farà fare un sacco di soldi alla Mondadori ma deve imparare a stare al suo posto. Ora hai giocato, sei diventato famoso, pare dire Marina, goditi la vita e lascia le cose serie a noi che più di te sappiamo come gira questo vecchio mondo (6).
Saviano ha controreplicato dicendo tra l’altro di aver “trovato le parole del capo del governo finalizzate a intimidire chiunque scriva di mafie e di capitali mafiosi e che “non può che stupire […] che un editore non critichi ma bensì attacchi lo stesso prodotto che manda sul mercato, e lo attacchi su un terreno così sensibile e decisivo come quello della cultura della lotta alla criminalità organizzata”, definendo l’uscita di Silvio Berlusconi “una dichiarazione pericolosa che andrebbe immediatamente rettificata” (7).
Chissà cosa scriverebbe Hannah Arendt, se fosse viva, dell’Italia di questi anni? Non ci è dato saperlo. Conosciamo però quel che scrive Saviano e lo condividiamo in ogni sua virgola.
PS: Come volevasi dimostrare, i tre uomini di Emergency sono stati scarcerati. Nessuna accusa a loro danno è stata provata. Noi occidentali amiamo esportare la democrazia con la guerra, ma non avendo ancora imparato cosa sia realmente la democrazia. per ora siamo bravissimi nell'esportazione di dittature et similari, direttamente gestite o appaltate. Quella del fantoccio Hamid Karzai (famoso per avere un fratello governatore della regione di Kandahar e sospettato di essere a capo di un'attività di spaccio di droga di proporzioni inimmaginabili) è una di queste. Vi stupisce ancora quanto successo a Lashkar-gah?
NOTE
(1): Cfr. http://www.repubblica.it/politica/2010/04/16/news/berlusconi_gomorra-3389710
(2): Cfr. il suo Il rogo di Gomorra in http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=41
(3): L’editoriale L’editore della mafia è stato pubblicato su “il manifesto” del 17 aprile ed è in http://www.alessandrorobecchi.it/index.php/201004/editoriale-leditore-della-mafia
(3) Cfr. il suo Torsoli di memoria in http://concita.blog.unita.it//Torsoli_di_memoria_1176.shtml
(4): Si veda il suo Il dovere del verbo in http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7230&ID_sezione=&sezione
(5): Si veda il suo “Il premier mi vuole zittire sui clan ma non tacerò mai”, in http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/lettera_saviano-3407443
(6): Si veda http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_marina_berlusconi-3427001
(7): Si veda il suo “Il mio dovere è difendere la libertà”, in http://www.repubblica.it/politica/2010/04/17/news/saviano_risposta_marina-3427068