2011.01.20 - Quando muore un operaio
Gran parte delle cose che ci diciamo serve a consolarci. Le nostre esistenze cosa sono, in fondo, se non strade lastricate di illusioni? Una delle tante frasi consolatorie che popolano la nostra quotidianità è quella secondo cui siamo tutti uguali dinanzi alla morte. In realtà, essendo essa l’ultimo atto della vita, per essere tutti uguali dinanzi alla morte dovremmo avere tutti un’esistenza assimilabile per condizioni sociali ed economiche. Poiché non è così (e chi scrive sente il dovere di aggiungere la parola “purtroppo”), dobbiamo per forza giungere alla conclusione che anche la morte ha connotazioni di classe.
Prendete la vicenda dell’operaio Salvatore Catalano, 55 anni. Il 4 novembre 2010, in una fabbrica di Paderno Dugnano, si verifica un’esplosione che investe vari lavoratori. Un paio di essi, Sergio Scapolan e Arun Zeqiri, muoiono a distanza di pochi giorni dal fatto. Leonard Shehu e Salvatore Catalano, invece, resistono (quest’ultimo fino a un paio di giorni fa), pur se in condizioni drammatiche. Catalano, in questi due mesi e mezzo di coma, subisce un paio di interventi chirurgici alla settimana: il suo corpo, infatti, è per la quasi totalità devastato dalle ustioni e i medici dell’Ospedale Niguarda fanno l’impossibile per tenerlo in vita.
La constatazione numero uno è facile facile: quando succedono incidenti sul lavoro, mai rimangono coinvolti manager e amministratori delegati. Intendiamoci, chi scrive mai si augurerebbe che accada il contrario, ma vuole rimarcare come le sorti di chi riveste ruoli padronali siano diverse di quelle dei salariati, con buona pace dei fan di Marchionne e di quelli di Veltroni.
La constatazione numero due è altrettanto elementare: in questo paese, il Presidente del Consiglio in carica è solito frequentare ragazzine minorenni e organizzare rituali orgiastici denominati “bunga bunga” cui partecipano signorotti di età avanzata che si illudono di risultare ancora piacenti a giovani prostitute in cerca di carriera. Il Presidente del Consiglio in carica e i suoi amici di bagordi quando si trovavano all’opposizione erano scatenati nemici dei cosiddetti DICO e di ogni forma di unione civile. Ad applaudirlo c’erano gli alti prelati, quegli individui che ieri Michele Prospero ha giustamente definito “i più grandi maestri di relativismo e di gretto materialismo” (1). Qualcuno ricorderà quelle tristi manifestazioni denominate “Family day”, in cui signore impellicciate, persone in abiti talari che farebbero bene a pensare alla sporcizia delle proprie coscienze invece di presumere di poter indicare qualcosa a quelle altrui, bacchettoni, moralisti, fanatici, convertiti e pervertiti di ogni ordine e grado lanciavano i propri strali contro i comunisti senza Dio al potere, accusati di voler scardinare e distruggere la famiglia con le loro proposte di legge. Già, perché consentire a persone con saldi legami sentimentali di veder riconosciute le proprie unioni non era (e non è) visto da questi invasati infelici come un atto di civiltà, ma come un affronto alla loro morale superiore in quanto illuminata dalla parola di Dio. Solo la chiesa ha la possibilità di definire il giusto modo di amare, per cui l’unica unione legittima è quella tra due persone di sesso diverso celebrata da un prete.
Anche il più cieco dei ciechi può constatare la stridente differenza tra le idee espresse in piazza e i costumi osservati in casa da questi individui, però ai soldi e al potere si perdona tutto. Alla dignità dei lavoratori, invece, niente.
Salvatore Catalano e la sua compagna, Antonietta Riunno, lavoravano alla Eureco di Paderno Dugnano: operaio lui, custode lei. Sentimentalmente uniti da tempo, avevano anche una bambina, Irma, ma non erano sposati. Lo avrebbero fatto il 20 novembre, in Comune, se un paio di settimane prima non si fosse verificata quell’esplosione che avrebbe fatto perdere per sempre la conoscenza a Salvatore. Ora ad Antonietta e a Irma nulla spetta di Salvatore perché in Italia un’unione come la loro nulla viene considerata. Il merito della loro situazione è di questi moralisti sulle vite altrui che scorrazzano per le stanze del potere. A loro tutto è consentito, a chi lavora no. Perché quando muore un operaio, in fondo, si libera solo un posto di lavoro (2).
NOTE
(1): Cfr. Michele Prospero, Il mandante di se stesso, http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2011/mese/01/articolo/4022/
(2): Cfr. http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_gennaio_18/incendio-paderno-dugnano-morto-salvatore-catalano-181281163698.shtml