2010.06.16 - Ritorno di Ottocento

Qualcuno, beata ingenuità, pensava che bastasse togliere giacca e cravatta per fargli indossare un più sportivo e informale maglioncino e l’amministratore delegato sarebbe diventato più umano, solidale, quasi un compagno dell’operaio.

Sì, va bene, anche se l’amministratore delegato continua a recarsi al lavoro in elicottero e l’operaio con mezzi di locomozione più umili, cosa conta, dicevano gli ingenui. In fondo è un pendolare anche lui, e poi non glielo leggi in faccia un atteggiamento più cordiale, disinvolto, poco gerarchico?

La risposta è no, anche sforzandomi e predisponendomi con uno stato d’animo iper-tollerante, non glielo leggo. Che l’abito non faccia il monaco è acquisizione plurisecolare della saggezza popolare: essa non va sacrificata sugli altari della modernità e della civiltà dell’immagine (civiltà in questo caso è parola grossa e me ne scuso). Se poi si legge l’accordo-capestro che la Fiat (gruppo di cui il manager con maglioncino ed elicottero è amministratore delegato) ha sottoposto alle organizzazioni sindacali al fine di determinare le nuove modalità di produzione dello stabilimento di Pomigliano d’Arco (esse sono qui: http://www.repubblica.it/economia/2010/06/14/news/il_testo_dell_accordo_su_pomigliano-4840160/?ref=HRER1-1 ) ci si rende conto che, malgrado l’inesorabile passare gli anni e il più evitabile cambiamento dei look, il padrone tale rimane e l’operaio pure. Mutano i nomi e gli abiti, insomma, ma non lo spirito e il modo di fare, per cui Marchionne è Valletta nella stessa misura in cui lo era Valletta medesimo, forse con la sola differenza che questo non aveva la faccia tosta di ergersi ad amico del lavoratore.

Lo spirito del testo Fiat su Pomigliano d'Arco è tipico della seconda ondata della globalizzazione. Un uomo mediamente democratico, viste le distorsioni del modello economico mondiale, direbbe: “Cerchiamo di esportare all’estero i diritti minimi di cui godono i lavoratori occidentali”. Il padrone (chiamiamolo col suo nome, santo Iddio) invece dice: “Cerchiamo di innalzare i profitti, tentiamo di importare in Occidente condizioni di lavoro analoghe a quelle delle fabbriche dei paesi più poveri. Non esportiamo diritti, importiamo doveri (per gli altri)”.

Così non sorprende che i lavoratori campani si vedano spostata la mensa a fine turno (sarebbe bello se Marchionne rimanesse ogni giorno otto ore senza toccare cibo, così potremmo avere da lui un’autorevole opinione sulla validità del provvedimento), che vengano sottoposti a ritmi lavorativi infernali, che possano essere richieste loro 80 ore di straordinario (due settimane di lavoro!) senza preventivo accordo sindacale e senza la possibilità di rifiutare, che le pause di riposo all’interno del turno vengano ridotte da complessivi 30 a complessivi 20 minuti (purtroppo non è stato prevista la fornitura di un pannolone assorbi-urina e feci per i lavoratori pagato con i fondi pubblici, Marchionne ha ancora molto da imparare) e che ai sindacati sia riservato il solo diritto di dire “Sissignore!”.

Dice: ma i sindacati si saranno opposti ad una soluzione del genere. No, la risposta anche qui è negativa. Cisl e Uil hanno fatto a corse per apporre per primi la firma sul capestro (in questa sede non si considera l’operato dei nero-gialli di Ugl e Fismic). La sola Fiom-Cgil ha detto no. È molto probabile che quest’ultima uscirà sconfitta dall’evoluzione degli eventi, perché i rapporti di forza sono quelli che sono (non mi riferisco tanto alla fabbrica, ma all’Italia nel suo insieme), ma le va dato atto di aver difeso la dignità del lavoro e dei lavoratori nonché di aver mostrato al paese le miserie dell’imprenditoria nostrana. In questo ritorno di Ottocento non è poco.