2010.07.01 - Gli arditi

L’enorme spazio che i mass media hanno dedicato alla morte di Pietro Taricone mi ha infastidito parecchio.

I Tg ne hanno trattato la vicenda come la notizia del giorno, i siti internet e le edizioni cartacee dei principali quotidiani italiani si sono prodigati in analisi sociologiche, commenti e quant’altro. Pietro Taricone (la cui morte ci spiace, sia chiaro) era un ragazzotto furbo che ha partecipato alla prima edizione del “Grande fratello” mettendosi in mostra per il suo bell’aspetto fisico e perché incarnava in sé gli stereotipi più deteriori del meridionale: un certo machismo, un’idea della donna non propriamente moderna (più vicina all’esemplare avicolo che all’essere umano, per intenderci), un atteggiamento opportunista e qualunquista di fronte a tutte le circostanze.

Il ragazzo, piuttosto ignorante ma dotato di discreta astuzia, ha poi sfruttato il successo mediatico costruendosi la fama di uomo allergico ai riflettori (cosa in sé ridicola: fosse stato così, non avrebbe partecipato al “Grande fratello”) e ritagliandosi una carriera di attore. Il suo talento era prossimo allo zero, ma la sua popolarità era tale che ottenere delle parti non era impossibile, ai danni, credo, di persone più capaci.

Taricone è oggi indicato come modello di vita, simbolo della capacità di emanciparsi da condizioni di partenza non facili in quanto è stato “uno che ce l’ha fatta”. Quando un paese si riduce a questo (vedere Taricone come modello sociale positivo) significa che il paradigma valoriale collettivo è quantomeno in crisi. I modelli di vita sarebbe bene cercarli altrove: nei precari che non si arrendono, nelle persone che si oppongono alla criminalità organizzata, in chi cerca nello studio e nel lavoro il riscatto individuale e collettivo. Vederli invece in un incolto sbruffoncello di quartiere sostanzialmente privo di talento lascia davvero perplessi, ma questo passa il convento. O meglio, questo lasciano passare i frati del convento (mi riferisco agli opinion makers e ai politici che plasmano la società con il loro operato), Se al decesso di Taricone si dedica molto più spazio di quanto non sia stato recentemente dedicato a Edoardo Sanguineti (i cui meriti socio-intellettuali sono davvero meritori di discussione e omaggio) significa anche che gran parte dei frati del convento, più o meno deliberatamente, opera per l’abbrutimento del paese.

In ogni caso, se ancora qualcuno pensasse ancora che in fondo Taricone fosse un bravo ragazzo, si legga questo articolo scritto da Stefania Maurizi per il sito del “L’Espresso”: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/taricone-e-il-club-degli-arditi/2129916 . Maurizi ha ricostruito alla perfezione la vicenda dell’aviosuperficie di Terni e delle persone che la frequentano, malgrado le ripetute proteste delle associazioni di sinistra locali: tra i vari paracadutisti, appunto, c’era anche l’ardito Taricone, quello che qualcuno ha indicato come l’uomo capace di indicare la via del riscatto ai giovani del Meridione.

A proposito di persone ardimentose e sprezzanti del pericolo, amanti della bella morte e animati dalla retorica fanfarona di D’Annunzio, ieri è uscita questa notizia: il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha affermato che se qualcuno provasse a mettere un casello sul Grande Raccordo Anulare al fine di obbligare i romani a pagare un pedaggio, ebbene, lui, l’ardito Alemanno, andrebbe sul posto con l’autovettura e sfonderebbe tutto. Poiché Alemanno si riferiva a esponenti del Governo Berlusconi, formato dagli stessi partiti che compongono la Giunta municipale di Roma, il tutto fin da subito ha denotato una certa schizofrenia politico-intellettuale, elemento peraltro non inedito nel primo cittadino capitolino.

Comunque, con un doveroso sforzo di immaginazione, abbiamo provato a immaginare il sindaco di Roma mentre, vestito con una divisa militare d’annata, facendo il saluto romano e intonando fieramente “Giovinezza”, si lancia a 180 km/h contro le barriere in cemento armato di un eventuale casello autostradale realizzato a Roma Nord. Ne abbiamo dedotto che, nonostante la sincera buona volontà del sindaco, il casello non ne trarrebbe danni sostanziali, mentre Alemanno, ahilui, ne uscirebbe malconcio. Poiché qualcuno deve aver fatto capire ad Alemanno che la sua logica (si fa per dire) non sarebbe delle più produttive, è da ritenere che le sue ambizioni da Italo Balbo della tangenziale siano destinate a rientrare, cosa che sinceramente ci rasserena.

Si sa, gli arditi urlano e strepitano, ma poco comandano. Alle parole di Alemanno, l’esponente leghista Cesarino Monti (che, sia detto con tutto il rispetto, dal nome di battesimo non pare esattamente un cuore impavido) ha seraficamente replicato: “Alemanno faccia quel che vuole, l'importante è che i danni al casello li paghi lui e che l'automobile non sia un'auto blu che paghiamo noi” (1). Poi, sulle intenzioni di Alemanno è calata l’indifferenza più totale.

Questo è ciò che significa non contare un cazzo
.


NOTE
(1): Cfr. http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_giugno_30/alemanno-furioso-pedaggio-gra-1703296877312.shtml