2010.05.28 - Provinciali e province
Ieri sera Berlusconi si è presentato alla riunione interministeriale dell’Ocse, a Parigi. Dice: “Mica pizza e fichi!”.
Appunto.
In un autorevole consesso internazionale occorrerebbe tenere un comportamento doppiamente ispirato al contegno, invece Berlusconi è arrivato e si è permesso di citare Benito Mussolini (1). Ora, io spero si sappia chi è stato Mussolini: un dittatore, un individuo del quale ci si dovrebbe vergognare e dei cui atti si dovrebbe chiedere scusa un giorno sì e l’altro pure. Invece Berlusconi si è permesso di dire che Mussolini è stato “un grande dittatore”, pronunciando un giudizio di merito che non può essere consentito nella nostra Repubblica, la cui esistenza si basa sulla negazione di quei disvalori di cui Mussolini si fece portatore.
Berlusconi si è permesso di citare (a memoria, a quanto si dice) una frase dei Diari del duce, quella che afferma “Sostengono che ho potere, non è vero. Forse ce l’hanno i gerarchi, ma non lo so. Io so solo che posso ordinare al cavallo vai a destra o vai a sinistra, e di questo posso essere contento”. Chiaramente Berlusconi voleva dire che la impopolarissima manovra finanziaria di questi giorni non può dipendere da un uomo notoriamente generoso come lui, il quale ama il popolo e non imporrebbe un centesimo di tasse nemmeno sotto tortura. “Io non comando”, parrebbe dire Berlusconi, “la colpa è degli altri”. Se poi questi altri si chiamino Tremonti, Unione Europea o non so come, poco importa. A Roma direbbero con espressione colorita che “si sta parando il culo”, ma l’uomo è questo.
Di certo, nessun cancelliere tedesco potrebbe permettersi di citare, in patria o fuori, una o più frasi di Hitler. Sarebbe costretto alle dimissioni dopo mezz’ora. In Italia invece ci si è abituati a tutto, nulla desta più scandalo, nemmeno che il Presidente del Consiglio di una Repubblica nata per merito degli antifascisti si permetta di citare con malcelata simpatia una frase del padre del fascismo.
A proposito della manovra, la vicenda delle province sta assumendo toni da operetta. Prima è stato detto che quelle sotto i 220.000 abitanti sarebbero state tolte, poi la cosa è stata smentita, poi di nuovo confermata (con Bossi che urlava “Se cancellano la provincia di Bergamo, sarà guerra civile!”), poi smentita – forse definitivamente – dal Presidente del Consiglio in persona (2).
Su questo tema, l’uomo della strada non può non porsi una domanda: perché scegliere proprio il limite di 220.000 abitanti e non quello, più logico, di 250.000? O 300.000? O 500.000? O tutte, che a questo punto era la cosa più sensata? Chi scrive ha deciso di guardare su Wikipedia per vedere quante province italiane abbiano meno di 220.000 abitanti alla pagina http://it.wikipedia.org/wiki/Province_dell%27Italia . La risposta è 22. Di esse, 6 appartengono alla Sardegna, una alla Sicilia, una al Friuli e un’altra alla Valle d’Aosta: poiché si tratta di Regioni a Statuto speciale, non possono rientrare in alcun progetto governativo di eliminazione. Ne rimangono 13. Di queste, Belluno, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli e Sondrio confinano con stati esteri, per cui il Governo, temendo evidentemente i lanzichenecchi, avrebbe deciso (il condizionale a questo punto si impone) di non eliminarle. Da ciò ne deriva che ne sarebbero state cancellate nove: Isernia, Rieti, Vibo Valentia, Crotone, Biella, Fermo (ebbene sì, perfino Fermo è capoluogo di provincia, è proprio vero che in Italia una medaglia non la si nega a nessuno…), Massa Carrara, Matera, Ascoli Piceno.
Si noti che Belluno è governata da un presidente leghista, Verbano-Cusio-Ossola da un berlusconiano, mentre Vercelli è commissariata. Sondrio è invece il borgo natio del ministro Tremonti, e farne a meno pare brutto: si sa che quando si tratta di tagliare cose proprie, sorgono sentimenti che è difficile rimuovere.
Ma guardiamo in breve le province appena sopra i 220.000 abitanti, quelle che per un soffio sarebbero sfuggite alla scure dell’austerità. La prima di esse è Asti (220.156), guidata dalla pidiellina Maria Teresa Armosino, che di Tremonti è stata sottosegretaria. La seconda e la terza sono Imperia e La Spezia, feudi elettorali di quel simpatico ex ministro che non sa chi gli abbia pagato casa vicino al Colosseo. La quarta è Lodi (223.630 abitanti) situata in terra leghista e da un leghista guidata.
Non sarà che Tremonti e i suoi amici della Lega, i quali tanto criticano i politici “romani” attaccati al cadreghino, alla fin fine sono più realisti del re e più papisti del papa?
NOTE
(1): Cfr. http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201005articoli/55427girata.asp
(2): Cfr. http://www.corriere.it/economia/10_maggio_27/manovra-novita_7b5825ac-696a-11df-a901-00144f02aabe.shtml
Appunto.
In un autorevole consesso internazionale occorrerebbe tenere un comportamento doppiamente ispirato al contegno, invece Berlusconi è arrivato e si è permesso di citare Benito Mussolini (1). Ora, io spero si sappia chi è stato Mussolini: un dittatore, un individuo del quale ci si dovrebbe vergognare e dei cui atti si dovrebbe chiedere scusa un giorno sì e l’altro pure. Invece Berlusconi si è permesso di dire che Mussolini è stato “un grande dittatore”, pronunciando un giudizio di merito che non può essere consentito nella nostra Repubblica, la cui esistenza si basa sulla negazione di quei disvalori di cui Mussolini si fece portatore.
Berlusconi si è permesso di citare (a memoria, a quanto si dice) una frase dei Diari del duce, quella che afferma “Sostengono che ho potere, non è vero. Forse ce l’hanno i gerarchi, ma non lo so. Io so solo che posso ordinare al cavallo vai a destra o vai a sinistra, e di questo posso essere contento”. Chiaramente Berlusconi voleva dire che la impopolarissima manovra finanziaria di questi giorni non può dipendere da un uomo notoriamente generoso come lui, il quale ama il popolo e non imporrebbe un centesimo di tasse nemmeno sotto tortura. “Io non comando”, parrebbe dire Berlusconi, “la colpa è degli altri”. Se poi questi altri si chiamino Tremonti, Unione Europea o non so come, poco importa. A Roma direbbero con espressione colorita che “si sta parando il culo”, ma l’uomo è questo.
Di certo, nessun cancelliere tedesco potrebbe permettersi di citare, in patria o fuori, una o più frasi di Hitler. Sarebbe costretto alle dimissioni dopo mezz’ora. In Italia invece ci si è abituati a tutto, nulla desta più scandalo, nemmeno che il Presidente del Consiglio di una Repubblica nata per merito degli antifascisti si permetta di citare con malcelata simpatia una frase del padre del fascismo.
A proposito della manovra, la vicenda delle province sta assumendo toni da operetta. Prima è stato detto che quelle sotto i 220.000 abitanti sarebbero state tolte, poi la cosa è stata smentita, poi di nuovo confermata (con Bossi che urlava “Se cancellano la provincia di Bergamo, sarà guerra civile!”), poi smentita – forse definitivamente – dal Presidente del Consiglio in persona (2).
Su questo tema, l’uomo della strada non può non porsi una domanda: perché scegliere proprio il limite di 220.000 abitanti e non quello, più logico, di 250.000? O 300.000? O 500.000? O tutte, che a questo punto era la cosa più sensata? Chi scrive ha deciso di guardare su Wikipedia per vedere quante province italiane abbiano meno di 220.000 abitanti alla pagina http://it.wikipedia.org/wiki/Province_dell%27Italia . La risposta è 22. Di esse, 6 appartengono alla Sardegna, una alla Sicilia, una al Friuli e un’altra alla Valle d’Aosta: poiché si tratta di Regioni a Statuto speciale, non possono rientrare in alcun progetto governativo di eliminazione. Ne rimangono 13. Di queste, Belluno, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli e Sondrio confinano con stati esteri, per cui il Governo, temendo evidentemente i lanzichenecchi, avrebbe deciso (il condizionale a questo punto si impone) di non eliminarle. Da ciò ne deriva che ne sarebbero state cancellate nove: Isernia, Rieti, Vibo Valentia, Crotone, Biella, Fermo (ebbene sì, perfino Fermo è capoluogo di provincia, è proprio vero che in Italia una medaglia non la si nega a nessuno…), Massa Carrara, Matera, Ascoli Piceno.
Si noti che Belluno è governata da un presidente leghista, Verbano-Cusio-Ossola da un berlusconiano, mentre Vercelli è commissariata. Sondrio è invece il borgo natio del ministro Tremonti, e farne a meno pare brutto: si sa che quando si tratta di tagliare cose proprie, sorgono sentimenti che è difficile rimuovere.
Ma guardiamo in breve le province appena sopra i 220.000 abitanti, quelle che per un soffio sarebbero sfuggite alla scure dell’austerità. La prima di esse è Asti (220.156), guidata dalla pidiellina Maria Teresa Armosino, che di Tremonti è stata sottosegretaria. La seconda e la terza sono Imperia e La Spezia, feudi elettorali di quel simpatico ex ministro che non sa chi gli abbia pagato casa vicino al Colosseo. La quarta è Lodi (223.630 abitanti) situata in terra leghista e da un leghista guidata.
Non sarà che Tremonti e i suoi amici della Lega, i quali tanto criticano i politici “romani” attaccati al cadreghino, alla fin fine sono più realisti del re e più papisti del papa?
NOTE
(1): Cfr. http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201005articoli/55427girata.asp
(2): Cfr. http://www.corriere.it/economia/10_maggio_27/manovra-novita_7b5825ac-696a-11df-a901-00144f02aabe.shtml