2010.12.13 - Morire lavorando
I lavoratori, si sa, non godono di buona stampa. Sono accusati un giorno sì e l’altro pure di essere il freno a mano tirato dell’economia, l’ostacolo allo sviluppo e al benessere. Gente come Sergio Marchionne pensa che quelli che si sporcano le mani alla catena di montaggio abbiano eccessivi diritti e guadagnino pure troppo.
È vero, lui mensilmente intasca quanto oltre trecento operai suoi sottoposti, ma manager e padroni del vapore non sono soliti spaccare il capello in quattro, per cui su certi dettagli preferiscono sorvolare. In verità, non si accorgono nemmeno dell’altra contraddizione tipica del loro modo di ragionare: come può il lavoratore essere un ostacolo al benessere collettivo se guadagna troppo? Oppure – che è dire la stessa cosa – come si può incrementare la qualità della vita dei lavoratori se gli si vuole calare lo stipendio e farli lavorare di più?
Non affannatevi troppo ad aspettare le risposte dei grandi condottieri d’azienda. Se sentono porre domande del genere, infatti, scappano subito adducendo impegni, briefing, meeting e altre amenità del genere. In realtà, corrono verso le loro scrivanie, dove non possiamo fare a meno di immaginarli seduti con i piedi sul tavolo e l’atteggiamento canagliesco di chi misura tutto con il denaro. Oppure si dirigono verso le loro ville a Saint Moritz, Cortina, Cannes et similari, perché dopo un po’ sono stressati dal dover sempre trovarsi davanti gli operai, con quel loro odore di povero e precario che si sente da mezzo chilometro di distanza. Ah, questi lavoratori, sempre con il mutuo da pagare, i libri dei figli da comprare, la quarta settimana in cui dover tirare la cinghia, perennemente immersi in questi problemi pustolosi che non sia mai si rivelino contagiosi e colpiscano anche chi la mattina viene al lavoro dalla Svizzera in elicottero. Non sarà meglio stargli lontano? Non sarà meglio evitarli, i sottoposti, almeno nel fine settimana? Non sarà meglio trattarli male perché si deve far vedere chi è che comanda? Tanto, poi, se muore un operaio ce n’è un altro fuori, disoccupato, pronto a subentrargli e a dover accettare condizioni di lavoro peggiori.
Cos’è un lavoratore per molti imprenditori? Un elemento avente la funzione di accrescere il capitale investito e nulla più, esattamente come un macchinario, ma con la differenza che quest’ultimo non si lamenta mai, mentre l’operaio pretende pure il sindacato e le ferie.
Chi pensa che questo sia un quadro “vetero” o è un povero illuso oppure fa cognome Veltroni (che poi, sia detto con tutto il rispetto, è la stessa cosa). Per averne una prova si legga l’articolo sottostante, tratto da http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/379844/ .
Ovviamente, fino alla sentenza definitiva nessuno è colpevole. Si obietterà che fino alla sentenza definitiva si può morire, ma è solo la controprova delle differenze esistenti tra capitalisti e lavoratori.
Cronache
13/12/2010 -
La strage dell'amianto a Bagnoli
La denuncia della lentezza delle bonifiche in tutta Italia causa di numerosi decessi fino al 2060
ALBERTO GAINO
TORINO
Sui lavoratori dell’Eternit di Bagnoli un’indagine epidemiologica non s’era mai fatta. L’ha voluta la Procura della Repubblica per questo processo. I dati sono significativi: rispetto ai 2336 uomini e donne che dal 1939 alla chiusura hanno lavorato nello stabilimento napoletano della multinazionale dell’amianto i morti sono stati 900 e di questi ultimi il 35.22% è stato colpito da tumori professionali legati all’esposizione all’asbesto. Ai 317 ex dipendenti Eternit deceduti «per cause di lavoro» vanno aggiunti 151 tuttora ammalati. «Si tratta di una forte concentrazione» commentano gli autori della ricerca, Massimo Menegozzo, docente universitario a Napoli, e Pietro Comba, dirigente dell’Istituto Superiore di Sanità.
Per Guariniello e il pm Gianfranco Colace che lo affianca, è l’ennesima conferma dell’accusa di disastro doloso ai vertici dell’Eternit. Anche se, in cifre percentuali, l’ha rilevato lo stesso Comba, si trovano altrove le aree più colpite in Italia dalle concentrazioni di decessi rispetto ai casi di morte «attesi» nella popolazione generale: nell’ordine sono Casale Monferrato (altra sede di stabilimento Eternit, il primo e il più grosso), Sant’Olcese, La Spezia, Broni, Deiva Marina (ancora in Liguria) e Collegno, in provincia di Torino.
«C’è coerenza in tutto ciò» spiegherà più tardi il professor Benedetto Terracini, il maggior esperto italiano di epidemiologia dei tumori professionali e consulente in questo processo per la parte civile Regione Piemonte. «L’amianto è nel nostro ambiente da 120 anni. In un primo periodo le fibre colpivano i lavoratori delle cave di asbesto e della produzione di cemento-amianto. Più recentemente, gli operai della cantieristica navale (La Spezia, Deiva, paese di mare vicino al cantiere di Riva Trigoso, ndr.) e ora quelli impegnati nella manutenzione delle tubazioni per fluidi caldi nella chimica e chi ne subisce l’inquinamento ambientale senza aver mai trattato per lavoro l’amianto».
«Quest’ultima è la realtà prevalente degli anni 2000 - integra il professore - con 900 nuovi casi di mesoteliomi in Italia ogni 12 mesi, accanto ai 700-800 di cancro al polmone dovuti all’esposizione all’amianto e a qualche centinaio di nuovi malati di asbestosi. Dobbiamo dire che la bonifica dei materiali contenente amianto, avviata dal 1992, procede con grande lentezza. In Piemonte si smaltiscono ad esempio 30-50 mila tonnellate l’anno di amianto e a causa di questa continua esposizione ambientale si avranno numerosi morti sino al 2060».
Accade sempre di tutto ad ogni nuova udienza del processo. Il motivo è sotto gli occhi di tutti: ballano risarcimenti per miliardi di euro, se non ora e qui, almeno in futuro. Sullo slancio di un’eventuale sentenza di condanna le migliaia di vittime potranno rivolgersi ai giudici civili per farsi liquidare i danni. Udienza numero 32, la difesa ha eccepito ancora una volta la nullità del dibattimento per «l’impossibilità» di esaminare la consulenza epidemiologica dell’accusa per lo stabilimento Eternit di Bagnoli «prima del controesame».
Il tribunale ha risposto all’avvocato Astolfo Di Amato (difensore di Stephan Schmidheiny) che «un conto è fare domande dopo aver ascoltato una relazione, altro è verificarne la fondatezza sulla base dei documenti, cosa che si più fare sempre in seguito. Altro ancora è chiedere una perizia». Tradotto tutto ciò in un’ordinanza, Di Amato ha rieccepito e il presidente Giuseppe Casalbore questa volta si è un po’ arrabbiato: «Che siamo giudici schizofrenici? Decidiamo e un minuto dopo ci smentiamo? Si riservi questi argomenti per altri giudici, caso mai costituissero motivi di impugnazione».
Le pretese nullità avanzate da Di Amato e colleghi ormai si contano nell’ordine delle decine di eccezioni, con sottolineatura e no della «violazione del diritto di difesa» e invocazione del rispetto dell’articolo 111 della Costituzione. Guardando alle spalle dell’avvocato Guido Carlo Alleva, mentre brandiva la fiaccola della «parità dei diritti», questa volta le schiere di legali, collaboratori, consulenti, segretarie e addetti stampa della difesa Schmidheiny sembravano meno fitte del solito.
Ciò non toglie che l’ennesimo consulente della difesa del multimiliardario svizzero Schmidheiny, l’«associato» di medicina del lavoro torinese Canzio Romano, salga sulla pedana e dica: «I libri matricola dell’Eternit di Bagnoli sono scarsamente leggibili». Guariniello: «I nostri consulenti se ne sono avvalsi, e dire che voi giocavate in casa» rivolto alla difesa. Il professor Romano: «Non sono stato in grado di fare il mio lavoro».
Cosa intenda per il suo lavoro lo chiarisce subito dopo passando alla critica dello stesso tipo di consulenza svolta per conto dei pm sui lavoratori Eternit di Casale: «Scarsamente scientifico» è la sua sintesi. «Per insufficienza delle tecniche di diagnosi adottate», bolla. Estese ai «metodi di rilevazione». Ce n’è per tutti. Pure per il Registro nazionale dei mesoteliomi, massima autorità in questo settore. Chi sarà mai questo docente associato di medicina del lavoro la cui autorevolezza scientifica nel campo della epidemiologia, più che fondarsi su pubblicazioni, si rinnova da una consulenza all’altra per conto di questa o quella difesa di imputati.