2010.05.12 - Nella vita nulla accade a caso
Emilio Fede ha criticato Roberto Saviano. “la Repubblica” ci offre un sunto di questo ennesimo exploit intellettuale del genero di Italo De Feo (1), uomo da cui il direttore del Tg4 ha ereditato il feroce anti-comunismo (e, secondo i maligni, anche qualcosa di più).
Non è la prima volta che Fede dileggia l’autore di Gomorra (2), suscitando per questo reazioni piuttosto ferme. Ma Fede alle critiche verso di lui è impermeabile, e d’altronde lo possiamo capire. Il suo scopo non è informare, ma servire. Non raccontare, ma mistificare.
Personalmente rabbrividisco quando sento chiamare giornalista un uomo simile. Giornalisti erano uomini come Enzo Biagi, che non facevano sconti a nessuno e anteponevano la rettitudine etica ad ogni altra considerazione. Giornaliste erano Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, che per non accontentarsi delle verità di comodo sono state freddate senza indugio. Fede è altro che preferisco non dire.
Recentemente ho avuto modo di partecipare al Festival internazionale di giornalismo di Perugia, cui Roberto Saviano è stato invitato per discutere di libertà informativa con Al Gore. Mi sono state raccontate le condizioni di vita quotidiana dello scrittore campano, le rigidissime norme di sicurezza cui è stato sottoposto anche durante il suo soggiorno umbro. Ammetto di essermi domandato dove Saviano trovi la forza per sopportare tutto questo: non gli è possibile stringere mani, passeggiare da solo, entrare in una casa che prima non sia stata bonificata dalla sua scorta. È una prigionia perenne, quasi una morte civile, di fronte alla quale ci si deve inchinare: pochissime altre persone avrebbero sacrificato la propria esistenza ad una causa come ha fatto Saviano.
Nella vita nulla accade a caso. Saviano vive sotto scorta, Fede tra le meteorine. Saviano denucia, Fede cela. Saviano tenta di smuovere le coscienza, Fede di sopirle. Poteva il secondo parlare bene del primo?
NOTE
(1): Cfr. http://www.repubblica.it/politica/2010/05/10/news/emilio_fede_saviano-3956164
(2): Mi permetto di rimandare al mio articolo Firmare la propria condanna a morte scritto il 22 settembre 2008.
Non è la prima volta che Fede dileggia l’autore di Gomorra (2), suscitando per questo reazioni piuttosto ferme. Ma Fede alle critiche verso di lui è impermeabile, e d’altronde lo possiamo capire. Il suo scopo non è informare, ma servire. Non raccontare, ma mistificare.
Personalmente rabbrividisco quando sento chiamare giornalista un uomo simile. Giornalisti erano uomini come Enzo Biagi, che non facevano sconti a nessuno e anteponevano la rettitudine etica ad ogni altra considerazione. Giornaliste erano Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, che per non accontentarsi delle verità di comodo sono state freddate senza indugio. Fede è altro che preferisco non dire.
Recentemente ho avuto modo di partecipare al Festival internazionale di giornalismo di Perugia, cui Roberto Saviano è stato invitato per discutere di libertà informativa con Al Gore. Mi sono state raccontate le condizioni di vita quotidiana dello scrittore campano, le rigidissime norme di sicurezza cui è stato sottoposto anche durante il suo soggiorno umbro. Ammetto di essermi domandato dove Saviano trovi la forza per sopportare tutto questo: non gli è possibile stringere mani, passeggiare da solo, entrare in una casa che prima non sia stata bonificata dalla sua scorta. È una prigionia perenne, quasi una morte civile, di fronte alla quale ci si deve inchinare: pochissime altre persone avrebbero sacrificato la propria esistenza ad una causa come ha fatto Saviano.
Nella vita nulla accade a caso. Saviano vive sotto scorta, Fede tra le meteorine. Saviano denucia, Fede cela. Saviano tenta di smuovere le coscienza, Fede di sopirle. Poteva il secondo parlare bene del primo?
NOTE
(1): Cfr. http://www.repubblica.it/politica/2010/05/10/news/emilio_fede_saviano-3956164
(2): Mi permetto di rimandare al mio articolo Firmare la propria condanna a morte scritto il 22 settembre 2008.