2009.04.19 - In difesa degli indocili


"Paese che vai, assassino in divisa che trovi". Questa è la prima cosa che ho pensato leggendo che Ian Thomlinson, il manifestante deceduto durante le proteste anti-G20, non ha perso la vita a causa di un infarto, come voleva la versione ufficiale diffusa dalle autorità d'Oltremanica, bensì per un'emorragia interna, compatibile con un colpo inferto da un poliziotto (1).
Naturalmente, è opportuno tenere a mente che nessuno è colpevole fino a quando un Tribunale non emette una sentenza definitiva, però ovvi parallelismi con l'uccisione di Carlo Giuliani non possono non essere fatti. Per amore di giustizia, speriamo che in Inghilterra, a differenza di quanto accade da noi, non volino sassi in grado di deviare proiettili (o colpi di manganello, come in questo caso).

Non era però dei fatti del G20 che volevo parlare. Volevo infatti effettuare alcune riflessioni sul caso-Santoro. A mio avviso, Michele Santoro è il più valido giornalista televisivo italiano. Mi fanno sorridere quelli che dicono "Santoro è fazioso". Santoro, come tutti, ha una visione del mondo che inevitabilmente traspare da ciò che fa. Non vedo perché questa visione del mondo sia un peccato quando ce l'ha Santoro e non quando ce l'hanno i suoi colleghi. I faziosi sono altri, vale a dire coloro i quali finalizzano il proprio lavoro all'interesse di qualcuno. Non ho mai visto Santoro andare a passeggio con il suo "editore di riferimento", come invece vari suoi colleghi (molto più mediocri professionalmente e deontologicamente) sono soliti fare. L'ho visto invece criticato (ed "epurato") da destra e da sinistra non in quanto incapace di fare il giornalista (mestiere, ribadisco, nel quale dà lezioni a tutti), bensì perché indocile, non riconducibile a nessun partito, scomodo. Naturalmente, è legittimo che Santoro non piaccia, ma non che lo si critichi a prescindere. All'inizio del 2008 partecipai ad un incontro pubblico con un bravissimo giornalista politico che lavora in uno dei più venduti quotidiani italiani (non farò il suo vero nome, lo chiamerò Caio). Con il suo tipico modo di porsi - acuto, intelligente e disilluso - Caio ci spiegò, per così dire, come va il mondo. Egli ci disse che il quotidiano sul quale scrive non ha la minima autonomia intellettuale ed ogni suo articolo riflette gli interessi economici del suo editore. Ergo, i politici amici dell'editore vanno sempre e comunque trattati bene, si deve sempre essere governativi e le attività dell'editore (le quali sono in massima parte extra-editoriali) vanno difese in modo strenuo, anche quando solo palesemente lesive del bene pubblico. Caio aggiunse che, nella sua redazione politica come nella quasi totalità di quelle dei principali quotidiani del nostro paese, ci sono degli obiettivi che vanno colpiti in ogni occasione e senza riguardo. I principali di questi obiettivi sono Beppe Grillo e Michele Santoro: il primo perché capace di alterare gli equilibri politici italiani, il secondo perché irriguardoso nei confronti di tutto e tutti, colleghi compresi. Caio disse che, se voleva lavorare, doveva adeguarsi e, rispondendo ad una mia domanda, affermò che la sua sfida era quella di far passare pezzi di verità in mezzo alle cose che, di fatto, era costretto a scrivere.

Michele Santoro stavolta ha peccato di lesa maestà perché ha illustrato le inefficienze governative in merito al terremoto che ha colpito l'Abruzzo. Siccome di vicende che lasciano perplessi in merito a quell'evento ce ne sono diverse (dall'assenza di una minima strategia di prevenzione al fatto che le costruzioni de L'Aquila e dintorni sono state fatte in un modo truffaldino), un paese con un minimo di decenza avrebbe dovuto esprimere apprezzamento verso un giornalista del servizio pubblico il quale, invece di voltarsi dall'altra parte, denuncia brutture ed inefficienze. Siccome in Italia il concetto di decenza è purtroppo stato rimosso, ecco che Santoro viene processato con l'accusa di essere un cattivo giornalista (cosa che fa ridere), un sovversivo, uno che abusa della libertà d'espressione (queste parole vengono da Aldo Grasso, a dimostrazione che l'invidia è un vizio assai diffuso). Si invoca la censura, si chiede una puntata riparatrice e qualcuno in cuor suo rimpiange i bei tempi dell'Agenzia Stefani, quando queste cose non potevano verificarsi. Non solo vari politici, di governo come di sedicente opposizione, ma anche non pochi giornalisti sono evidentemente infastiditi dal fatto che Santoro ha troppa visibilità. Chissà dove è finito lo spirito di solidarietà tra colleghi? Vespa dice che Santoro è un privilegiato che guadagna troppo, Floris tace (anche se non è detto sia un male), dal gruppo Mediaset vengono solo attacchi, la carta stampata tiene famiglia e quindi latita (a parte alcune nobili eccezioni). Poi, poiché ci si rende conto che Santoro sarà anche criticabile, ma ha denunciato cose vere e quindi cacciarlo proprio non si può, la Rai sospende Vauro, il quale, essendo comunista dichiarato, può essere preso a pesci in faccia da chiunque. A Vauro è mossa l'accusa di aver scherzato sui morti con una vignetta che, riferendosi al Piano casa di Berlusconi, mostrava un abruzzese, il quale, dinanzi a delle casse da morto, commentava l'idea dell'aumento delle cubature in questo modo: "Quelle dei cimiteri". La vignetta in questione era ovviamente dura, ma era bellissima, esilarante e struggente, direi addirittura chapliniana per la capacità di far ridere, piangere ed indignare al medesimo tempo. Questo, però, per chi comanda è troppo (non sia mai che il popolo ragioni!), quindi Vauro è stato sanzionato. Nella norma, ad essere sanzionati (da un punto di vista politico) avrebbero dovuto essere quegli esponenti istituzionali locali e nazionali che non si sono prodigati per porre in essere un piano di prevenzione nei confronti di un evento più che annunciato. Dovevano essere rimossi, saltare come birilli. Invece sono lì a puntare l'indice contro chi li critica.

Santoro non ha effettuato puntate riparatrici, ha difeso l'operato suo, della sua redazione e di Vauro, promettendone il ritorno in trasmissione giovedì prossimo. Non possiamo che essergliene grati. Del resto, cosa sia il mondo delle comunicazione televisiva italiana lo ha denunciato ieri su "La Stampa" il sempre intelligente e gradevolissimo Massimo Gramellini, il quale nella sua rubrica "Buongiorno" ha scritto:



Meno male che Silvan c'è
 

L’ultimo caso di uso criminoso della tv pubblica ha per protagonista il mago Silvan, sì proprio lui, quello che da cinquant’anni lancia messaggi in codice: «Sim-sala-bim». Nel corso di Domenica In, il vecchio illusionista comunista (tutti ricordano quando si fece rinchiudere nella tomba di Lenin e dopo due ore ne uscì Fassino) agita la bacchetta magica sotto gli occhi compiaciuti della conduttrice Lorena Bianchetti. «Poi la impresteremo a Berlusconi» sussurra, alludendo (immagino) a una frase del premier, «Non ho la bacchetta magica», riferita ai tempi di ricostruzione dell’Aquila.

A nessuno sfugge il codardo oltraggio. Di sicuro non alla Bianchetti che, non potendo sbianchettare il mago, provvede seduta stante a imbiancare se stessa, trasformando il bel sorriso di poco prima in una maschera di cera. Mentre l’ignaro Silvan continua il giochino di prestigio, la sventurata placa con ampi gesti un funzionario che dietro le telecamere le sta gridando di strozzarlo in diretta. Appena il mago finisce i sim-sala-bim, lei lo affronta a muso duro: «La tua battuta è assolutamente personale». E parte in quarta con un monologo sull’impegno delle istituzioni nella tragedia. Ma la cosa più straordinaria non è il monologo della Bianchetti. È la faccia di Silvan. Si guarda intorno, alla ricerca di qualcuno che gli spieghi se si tratta di uno scherzo o di una puntata-pilota del «Lecchino d’oro». Davanti allo schermo, osservo la sua bacchetta magica con nostalgia. Mago della mia infanzia, ti prego, fammi scomparire in un mondo di schiene dritte.




Non mi soffermerò sui motivi per i quali Lorena Bianchetti conduce "Domenica In" (basta fare una ricerca su Google per saperlo). Certo è che in questo Paese alle Lorene Bianchetti di ogni ordine e grado si consente di avere spazi pubblici e di alzare l'indice presupponendo di avere capacità, rettitudine e cultura per parlare di temi molto, troppo seri. Battiato definirebbe questa gente "parassiti senza dignità", ed ognuno di chi legge può decidere se essere d'accordo o meno con il cantautore siciliano. Io dico solo che un paese in cui gli indocili come Santoro e Vauro (ma anche come Gramellini e Battiato) fossero la regola forse sarebbe serioso, ma sarebbe di gran lunga preferibile alla melassa cialtrona di questa repubblica delle banane in cui siamo costretti a vivere.




NOTE
(1): Si veda http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=115126