2008.11.11 - Del male
Credo sia impossibile non essere rimasti colpiti dalla morte di Miriam Makeba.
Si dice, forse con una buona dose di retorica, che il sogno di tutti i musicisti è quello di morire sul palco. Makeba era una donna che aveva abbinato alla sua arte un grande impegno sociale (1). Alla sua età aveva voluto venire a cantare a Castel Volturno non per soldi, bensì perché c'era da impegnarsi contro la camorra e contro il razzismo. La vita a volte riserva percorsi di una crudeltà indicibile e quella di Makeba si è spenta in modo beffardo. E' come se il male (della società) avesse sconfitto il bene dopo avergli lasciato un po' di tempo per sfogarsi. Qualcuno riderà di questa morte, mi pare ovvio. Altri ne piangeranno. Purtroppo sono gli stessi che ridevano e piangevano anche ieri, le parti non si sono invertite.
Si può desiderare che il male (inteso non come entità filosofico-spirituale bensì come sommatoria degli uomini che compongono una struttura avente la finalità di perseguire obiettivi di dominio di alcune persone su altre) "pianga", abbia male? Sarebbe molto politically correct ed illuminista (tanto per usare in modo superficiale un aggettivo davvero pesante) rispondere di no, che non è giusto auspicare una cosa simile. A me però rimane nella testa e nel cuore una poesia di Primo Levi che si intitolava "Ad Adolf Eichmann" (chi la conosce sa di cosa parlo), la quale in sostanza altro non è che un'invettiva in versi. Per carità, non voglio confondere eventi storici molto diversi tra loro e darne una lettura banalizzante, ma pare difficile rispondere con il perdono a prevaricazioni che si protraggono negli anni. La mia è un'opinione (nemmeno granché qualificata, va da sé), tuttavia credo che un uomo sia dato non solo dai suoi aspetti più nobili, ma anche dai suoi sentimenti più duri. Vale per tutti, ovvio.
NOTE:
(1) http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/spettacoli_e_cultura/makeba-muore/makeba-muore/makeba-muore.html