2008.09.04 - Pressappochismo_002
Veltroni non è solo. Non so se la cosa è consolante, ma è così.
Prendete la riforma della scuola firmata mediante decreto legge dalla ministra Gelmini.
Ogni alunno corre il rischio di essere bocciato con il 5 in condotta e si reintroduce il maestro unico nella scuola elementare. Chi scrive non è un pedagogo e quindi ha limitate competenze in materia, ma ha l'impressione di trovarsi dinanzi ad una restaurazione e non ad una riforma. Soprattutto, pare proprio che più che per motivi pedagogico-didattici, essa venga attuata per tagliare le spese statali. Ieri mattina ero in macchina e, mentre guidavo, ascoltavo quell'enorme monumento alla stupidità che sono i network radiofonici. Cambiando stazione, mi sono imbattuto in un programma di Rtl 102.5. Dopo alcune affermazioni di nessun senso, i due conduttori cedevano la linea a Mario Giordano (il direttore de "Il Giornale"), giustamente invitato a tenere una rubrica in quanto Berlusconi ha tutto il sistema dei media contro di lui e quindi non riesce a far arrivare al popolo le proprie opinioni. Giordano, con quel senso di devozione canina che caratterizza coloro i quali sono sul libro-paga del Presidente del Consiglio, è partito a spron battuto in una appassionata difesa della riforma Gelmini. Egli ha citato dati che riferivano del calo degli alunni delle scuole dell'obbligo in questi ultimi decenni affiancandoli ad altri che attestano il coevo aumentano del personale docente, deducendone che l'attuale configurazione didattica con tre insegnanti serve solo ad assegnare posti di lavoro inutili. Per di più, rincarava la dose Giordano, la nostra scuola elementare funziona male, e quindi bene ha fatto Gelmini a re-introdurre la figura dell'insegnante unico. A parte il fatto che non si sa da dove Giordano abbia tirato fuori le cifre che attestano la scarsa qualità delle scuole elementari italiane (dati desunti dalla stampa di ieri mattina affermano l'esatto contrario), il direttore de "Il Giornale" dimentica che in questi ultimi anni sono sorte esigenze didattiche che negli anni Settanta non erano nemmeno immaginabili. Oggi gli alunni delle scuole elementari apprendono una lingua straniera e l'informatica (per fare solo un paio di esempi) e tutto questo ha richiesto un necessario incremento quantitativo del personale docente. Ma, in preda al peggior brunettismo, Giordano ci ha detto che tutto ciò è uno squallido spreco di denaro pubblico, dimenticandosi solo di infilarci una filippica contro i comunisti. Sperando che presto il simpatico giornalista inizi a tessere le lodi degli anni in cui i ragazzini troppo vivaci venivano messi in ginocchio sui ceci, va detto che la precisione e la preparazione non sono propriamente il suo forte. Massimo Solani, sulle colonne de "L'Unità", ha ironizzato su di lui e sul Guardasigilli Angelino Alfano (1): quest'ultimo, intervistato dallo stesso Giordano, ha infatti lodato Giovanni Falcone ricordando alcuni passi di un vecchio libro-intervista scritto da "Marcello" Padovani, dal titolo "Cose di Cosa nostra".
Mario Giordano, dal canto suo, annuiva riferendosi al libro-intervista di "Marcello" Padovani. Peccato, nota sornione Solani, che né Alfano né Giordano sapessero che Padovani non si chiami "Marcello", bensì Marcelle, e che quindi sia donna (per di più, francese). Peccato, soprattutto, che quel libro non lo abbiano mai letto e lo citino a sproposito.
Se non è solo Veltroni, non lo è nemmeno Giordano. Lucetta Scaraffia, dalle colonne de "L'Osservatore romano", ha espresso forti dubbi sul fatto che - uso termini semplici e non eccessivamente scientifici - un essere umano sia effettivamente morto nel momento in cui il suo encefalogramma è piatto. Nel pieno del caso di Eluana Englaro, Scaraffia ha espresso la sua opinione. Un'opinione tanto legittima quanto affrettata. Se infatti era ovvio attendersi una forte condanna da parte della comunità scientifica nei confronti di Scaraffia, meno lo era la estremamente marcata presa di distanza (leggasi: sconfessione) da parte del Vaticano. Il Pontificio Consiglio per la pastorale della salute ha infatti ha detto che quella di Scaraffia è solo un'opinione che non rispecchia affatto le posizioni papali in materia di morte cerebrale e trapianti (3). Come si vede, anche al Papa (che non sarà né simpatico, né progressista, ma non è certo un pressappochista) da fastidio che ci sia qualcuno/a più papista di lui.
Infine: Claudio Magris, con la sua enorme raffinatezza culturale, ci ammoniva l'altro giorno a non essere troppo esterofili ed a non denigrarsi più di tanto (4). Magris ha ragione. La ministra della Giustizia francese, Rachida Dati, ha rivelato (ma oggi si dice "fare outing") di essere incinta. Subito dopo ha anche affermato di avere una vita privata molto complicata e di non voler rivelare in pubblico il nome del padre del/la nascituro/a (5). In Italia come all'estero (e su questo credo che Magris sarebbe d'accordo), le persone di destra tendono ad avere una curiosa idea della morale. A loro tutto è concesso (nomina di ministre di bella presenza ma dal curriculum non esattamente qualificato, divorzi, amanti, meretrici, droga), soprattutto quello che loro stessi (a parole e con atti legislativi) affermano che nessuno si deve permettere di fare per non turbare il buon costume. Se, per dirne uno, in Italia Fini va al Family Day e mette incinta l'amante, in Francia Rachida Dati rimane incinta e probabilmente non è certa del nome dell'uomo che ha messo il seme. La stessa Rachida Dati, così "complicata" nel privato, appare integerrima in pubblico e vota la cosiddetta norma-Edvige, una legge che introduce un'anagrafe nella quale saranno inserite tutte le persone francesi di età superiore a 13 anni per il semplice fatto di essere "sospettate" di aver compiuto qualcosa di pericoloso o di frequentare persone dalla condotta non esemplare (6). In confronto a Rachida Dati, Mara Carfagna è una santa (del resto, Berlusconi, che è uomo di mondo, lo disse) e Mariastella Gelmini una rivoluzionaria barricadera. Siamo tutti nella stessa melassa pressappochista, ma più che di "mal comune, mezzo gaudio" parlerei di una realtà estremamente triste.
PS: I nostri complimenti alla ministra Gelmini. In questo articolo, Gian Antonio Stella spiega la mirabolante carriera della titolare del dicastero della Pubblica Istruzione, divenuta avvocatessa sostenendo l'esame di Stato a Reggio Calabria (cfr. http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_04/stella_dbaef098-7a47-11dd-a3dd-00144f02aabc.shtml ). Gelmini, lo si ricorda incidentalmente, è bresciana. Che stile, che preparazione, che limpidezza morale...
NOTE:
(1): Si veda il blog di Massimo Solani, http://solouncronista.blogspot.com
(2): Riporto in toto l'articolo di Scaraffia, intitolato I segni della morte, tratto dalla prima pagina de "L'Osservatore romano" del 3 settembre 2008
Quarant'anni fa, verso la fine dell'estate del 1968, il cosiddetto rapporto di Harvard cambiava la definizione di morte basandosi non più sull'arresto cardiocircolatorio, ma sull'encefalogramma piatto: da allora l'organo indicatore della morte non è più soltanto il cuore, ma il cervello. Si tratta di un mutamento radicale della concezione di morte - che ha risolto il problema del distacco dalla respirazione artificiale, ma che soprattutto ha reso possibili i trapianti di organo - accettato da quasi tutti i Paesi avanzati (dove è possibile realizzare questi trapianti), con l'eccezione del Giappone.
Anche la Chiesa cattolica, consentendo il trapianto degli organi, accetta implicitamente questa definizione di morte, ma con molte riserve: per esempio, nello Stato della Città del Vaticano non è utilizzata la certificazione di morte cerebrale. A ricordare questo fatto è ora il filosofo del diritto Paolo Becchi in un libro (Morte cerebrale e trapianto di organi, Morcelliana) che - oltre a rifare la storia della definizione e dei dibattiti seguiti negli anni Settanta, tra i quali il più importante è senza dubbio quello di cui fu protagonista Hans Jonas - affronta con chiarezza la situazione attuale, molto più complessa e controversa.
Il motivo per cui questa nuova definizione è stata accettata così rapidamente sta nel fatto che essa non è stata letta come un radicale cambiamento del concetto di morte, ma soltanto - scrive Becchi - come "una conseguenza del processo tecnologico che aveva reso disponibili alla medicina più affidabili strumenti per rilevare la perdita delle funzioni cerebrali". La giustificazione scientifica di questa scelta risiede in una peculiare definizione del sistema nervoso, oggi rimessa in discussione da nuove ricerche, che mettono in dubbio proprio il fatto che la morte del cervello provochi la disintegrazione del corpo.
Come dimostrò nel 1992 il caso clamoroso di una donna entrata in coma irreversibile e dichiarata cerebralmente morta prima di accorgersi che era incinta; si decise allora di farle continuare la gravidanza, e questa proseguì regolarmente fino a un aborto spontaneo. Questo caso e poi altri analoghi conclusi con la nascita del bambino hanno messo in questione l'idea che in questa condizione si tratti di corpi già morti, cadaveri da cui espiantare organi. Sembra, quindi, avere avuto ragione Jonas quando sospettava che la nuova definizione di morte, più che da un reale avanzamento scientifico, fosse stata motivata dall'interesse, cioè dalla necessità di organi da trapiantare.
Naturalmente, in proposito si è aperta nel mondo scientifico una discussione, in parte raccolta nel volume, curato da Roberto de Mattei, Finis vitae. Is brain death still life? (Rubbettino), i cui contributi - di neurologi, giuristi e filosofi statunitensi ed europei - sono concordi nel dichiarare che la morte cerebrale non è la morte dell'essere umano. Il rischio di confondere il coma (morte corticale) con la morte cerebrale è sempre possibile. E questa preoccupazione venne espressa al concistoro straordinario del 1991 dal cardinale Ratzinger nella sua relazione sul problema delle minacce alla vita umana: "Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma "irreversibile", saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d'organo o serviranno, anch'essi, alla sperimentazione medica ("cadaveri caldi")".
Queste considerazioni aprono ovviamente nuovi problemi per la Chiesa cattolica, la cui accettazione del prelievo degli organi da pazienti cerebralmente morti, nel quadro di una difesa integrale e assoluta della vita umana, si regge soltanto sulla presunta certezza scientifica che essi siano effettivamente cadaveri. Ma la messa in dubbio dei criteri di Harvard apre altri problemi bioetici per i cattolici: l'idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più, mentre il suo organismo - grazie alla respirazione artificiale - è mantenuto in vita, comporta una identificazione della persona con le sole attività cerebrali, e questo entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistente. Come ha fatto notare Peter Singer, che si muove su posizioni opposte a quelle cattoliche: "Se i teologi cattolici possono accettare questa posizione in caso di morte cerebrale, dovrebbero essere in grado di accettarla anche in caso di anencefalie".
Facendo il punto sulla questione, Becchi scrive che "l'errore, sempre più evidente, è stato quello di aver voluto risolvere un problema etico-giuridico con una presunta definizione scientifica", mentre il nodo dei trapianti "non si risolve con una definizione medico-scientifica della morte", ma attraverso l'elaborazione di "criteri eticamente e giuridicamente sostenibili e condivisibili". La Pontificia Accademia delle Scienze - che negli anni Ottanta si era espressa a favore del rapporto di Harvard - nel 2005 è tornata sul tema con un convegno su "I segni della morte". Il quarantesimo anniversario della nuova definizione di morte cerebrale sembra quindi riaprire la discussione, sia dal punto di vista scientifico generale, sia in ambito cattolico, al cui interno l'accettazione dei criteri di Harvard viene a costituire un tassello decisivo per molte altre questioni bioetiche oggi sul tappeto, e per il quale al tempo stesso costa rimettere in discussione uno dei pochi punti concordati tra laici e cattolici negli ultimi decenni.
(3): Si veda http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/vaticano-morte-celebrale/posizione-vaticano/posizione-vaticano.html
(4): Claudio Magris, Denigrarsi, quel vizio degli italiani, in "Corriere della sera" del 10 agosto 2008, p.1
(5): Cfr. http://www.corriere.it/esteri/08_settembre_03/francia_rachida_dati_incinta_7288ba40-79d4-11dd-9aa0-00144f02aabc.shtml
(6): Cfr. Anna Maria Merlo, Proteste contro la maxi-schedatura voluta da Sarkozy, in "il manifesto" del 3 settembre 2008, p.7.