2008.08.27 - Le scuole del Sud
Immaginate di vivere in un nazione in crisi. Uno stato alla deriva da molti punti di vista (etico e culturale in primo luogo), con una classe politica autoreferenziale e priva di serie visioni progettuali, una nazione incapace di essere all'altezza delle sfide che il mondo contemporaneo ci propone.
A questo punto, immaginate di essere il Ministro della Pubblica Istruzione di questo stesso paese e di essere chiamate/i a rispondere ad un tema appassionante, importante ed estremamente serio quale la necessità di migliorare il livello della scuola pubblica nazionale. Presumo che ognuna/o di voi prima di affrontare un simile tema si preparerebbe in modo più che scrupoloso, farebbe una disamina approfondita e puntuale della situazione, sottolineerebbe l'imprescindibile necessità di dialogare con il ceto intellettuale per avere da esso idee di riforma, chiederebbe la collaborazione dei docenti per ri-qualificare (assieme ad essi) la scuola. Insomma, per farla breve, si porrebbe in una posizione di dialogo e di costruzione bandendo ogni atteggiamento affrettato e facilone.
Per fortuna l'Italia non è una nazione in crisi ed ha una classe politica globalmente molto avanzata ed in estrema sintonia con i ceti popolari, per cui questi problemi non si pongono. Forse proprio per questo, la ministra della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini (Forza Italia), in un incontro pubblico svoltosi sabato 23 a Cortina d'Ampezzo (notoriamente da decenni buen retiro degli strepitosamente stipendiati maestri e professori italiani) ha affermato che le scuole del Mezzogiorno abbassano la qualità dell'istruzione pubblica nazionale, lasciando intendere che le carenze dell'istruzione italiana originino tutteo quasi da lì. Per porre un argine a questa deriva, ha proseguito la ministra, occorre sottoporre gli insegnanti di Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata a dei corsi intensivi di riqualificazione (1).
E' chiaro che il mio punto di vista è del tutto limitato e parziale, per cui le mie osservazioni lasceranno il tempo che trovano, tuttavia a me, prima di essere illuminato dalle posizioni della ministra, sembrava che le cose stessero in modo un po' diverso. Da quasi quindici anni la mia modestissima attività (prima da studente, ora da studioso precario) si svolge presso l'Università "La Sapienza" di Roma, vale a dire l'Ateneo più grande d'Europa in termini di iscritti. In questi anni mi è capitato di incontrare sciami di studenti calabresi, siciliani, lucani, pugliesi (oltre ai sardi). Se proprio le scuole del Mezzogiorno e delle Isole fossero state e siano dei letamai a confronto di quelle dello sfavillante Nord, di ragazze/i meridionali ne avrei visti e ne vedrei pochini, ed ancora di meno ne avrei visti e ne vedrei sostenere eccellenti esami ed ottenere lauree con valutazioni molto alte. Invece mi è capitato e mi capita di vedere esattamente il contrario, ma probabilmente la mia è una miopia da figlio irriducibile e stolto di quell'incultura sessantottina che la stessa Gelmini (coadiuvata dalla totalità del suo schieramento politico) ha intenzione di voler sradicare dal paese.
Meno soggettivi sono quei dati che indicano come le scuole del Nord vedano una presenza maggioritaria nel proprio corpo docente di insegnanti provenienti dal Sud, quel Sud che per la ministra (come per Umberto Bossi ed i suoi compagni di partito) è causa di ogni male del mondo, dalla morte delle api all'ingrassamento inarrestabile di Ronaldo, passando per l'acqua alta a Venezia. Ma alla ministra Gelmini l'unico dato che interessa è quello secondo il quale il Governo, di cui lei è membro autorevole, nei prossimi tre anni ridurrà il numero degli insegnanti di ben 85.000 unità. La logica non dichiarata ma sostanzialmente seguita dalla destra italiana è quantomeno suggestiva: "gli insegnanti non funzionano? Ebbene, facciamone a meno e non sostituiamoli". Noi extraparlamentari siamo soliti etichettare tale modus agendi come "tafazzismo", ma questo alla ministra non interessa ("Tutto il resto è noia", ebbe a dire Franco Califano, forse intellettuale di riferimento di Gelmini), magari anche a causa delle posizioni cielline da lei mai celate.
Se le posizioni degli ignoranti come lo scrivente non interessano Mariastella Gelmini (cosa peraltro comprensibile), altrettanto può dirsi a proposito delle affermazioni di intellettuali (ovviamente terroni, perché le scuole al Sud non hanno mai funzionato) come Francesco Merlo e Vincenzo Consolo. Il primo, assai sornionamente come al solito, ha scritto che la ministra ha tentato di usare un modo raffinato per mostrare il dito medio (Bossi docet) agli insegnanti. Merlo ha poi ha stilato a beneficio della signora Gelmini una lunga lista di intellettuali meridionali e le ha impartito una lezione di cultura umanistica che ha ridicolizzato la titolare del dicastero della Pubblica Istruzione (2). Consolo non ha invece usato giri di parole e, con grande sdegno, ha definito "una grande idiozia [che] fomenta l'odio razziale" le affermazioni cortinesi della ministra, invitando a cercare altrove (mancanza di società civile ed immobilismo) i veri mali dell'Italia (3).
Allo scrivente, dopo aver espresso apprezzamento per le parole di Merlo e Consolo, rimane un'ultima e modestissima osservazione da aggiungere. Una volta per sperare di poter arrivare ad occupare non dico una poltrona ministeriale (che sarebbe davvero troppo), ma un semplice impiego avente ricadute sulla collettività, occorreva mostrare preparazione culturale e volontà di emanciparsi dalla facile trivialità intellettuale del Bar Sport. Oggi invece pare a chi scrive che parlare in modo sciatto e semplicistico di questioni capitali in misura direttamente proporzionale all'importanza delle questioni stesse sia diventata una nota di merito, se non "la" nota di merito per eccellenza. Il populismo più bieco e squallido tracima quotidianamente dalle prese di posizione di Berlusconi, Bossi, Brunetta, Calderoli, Maroni e compagnia (per carità di patria si omette in questa sede di parlare della ministra Carfagna). Parlare "facile", tagliare la testa al toro, pensare ed agire per luoghi comuni è diventata regola di governo. Se tutto questo sia causa o effetto non lo so, ma mi pare incontestabile che qualche nesso fondamentale tra l'ostentazione della faciloneria demagogica e la crisi del paese debba esserci. E certo, l'unica realtà in grado di invertire questa tendenza all'innalzamento del pressappochismo a valore costitutivo della nazione rimane la vituperata scuola pubblica, di ogni ordine e grado. Potenziarla e non annientarla sarebbe dovere primario di chi ci governa.
"Uora uora, passau per l'ipotenusa 'u ferribotte" (Francesco Merlo).
NOTE:
(1): Cfr. Alessandra Retico, Corsi per gli insegnanti del Sud, in "la Repubblica" del 24 agosto 2008, p.12 ed in http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/08/24/corsi-per-gli-insegnanti-del-sud.html
(2): Francesco Merlo, Il professore immaginario, in "la Repubblica" del 25 agosto 2008, p.1, ed in http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/08/25/il-professore-immaginario.html
(3): Cfr. Ketty Areddia, Scuola del Sud? Un'idiozia, in http://www.corriere.it/cronache/08_agosto_26/scuola_sud_consolo_d4b82460-7373-11dd-95d1-00144f02aabc.shtml