2008.07.12 - Flessibilità



Mi era stato suggerito di parlare della vicenda Berlusconi-Saint Just di Teulada (1), ma non lo farò.
Il fatto nulla aggiunge a quanto già sappiamo a proposito della satiriasi (quasi di sicuro farmacologicamente indotta) del Presidente del Consiglio. La vicenda mi sembra più ridicola che seria. Ciò non vuol dire che non mi indigni (anzi), ma visto quanto successo con Mara Carfagna, la cosa non mi sorprende. Se dovessi commentarla ripeterei cose già dette, per cui non mi ci soffermerò oltre.

Mi ha invece colpito un'altra notizia, passata quasi completamente sotto silenzio, che traggo da http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/E--clandestino:-lasciato-morire-nei-campi/2033093 .


LA TRAGEDIA DI SALINA
E’ clandestino: lasciato morire nei campi

Giovanni Benvenuti

Agricoltore denunciato per omicidio colposo
La vittima agonizzò due ore a terra
Nei guai anche il presidente della Coop. Facchini per caporalato
Indagano i carabinieri



VIADANA (Salina). La morte dell’indiano Vijay Kumar, 44 anni, stroncato da infarto 14 giorni fa e trovato in riva ad un fosso in via Bordenotte, nella campagna della frazione viadanese di Salina, ha portato a clamorosi sviluppi. I carabinieri hanno infatti denunciato per omicidio colposo il produttore ortofrutticolo Mario Costa. Ma la Procura potrebbe contestargli anche l’omissione di soccorso. Secondo quanto emerso dai primi accertamenti, quando Vijay Kumar, clandestino, è stato colto da malore, stava lavorando in un campo, dove sarebbe stato lasciato un paio d’ore.

Una brutta storia che ha portato alla luce azioni di caporalato e trattamenti che fanno tornare alla mente i periodi bui in cui ogni dimensione umana veniva umiliata o addirittura cancellata. Nei guai, oltre al produttore di Salina - che secondo quanto accertato faceva ricorso al lavoro in nero di stranieri, tra i quali più di un clandestino - anche G.M., 63 anni, di Viadana, presidente della Cooperativa Facchini Vitelliani del posto per aver fornito manodopera in modo irregolare. Il blitz nell’azienda agricola di Mario Costa è stato effettuato mercoledì alle sette. Massiccio l’intervento. C’erano infatti oltre ai carabinieri della Stazione di Viadana i colleghi dell’Ispettorato del lavoro, gli ispettori della Direzione provinciale del lavoro e gli agenti della Polizia locale. Hanno proceduto ad un controllo a tappeto dell’azienda proprio in relazione alla morte dell’indiano e ai lavoratori che operavano sul fondo. Da quanto si è appreso, Vijav Kumar sarebbe stato colto da malore mentre stava lavorando in nero, essendo clandestino, in mezzo al campo. A quel punto sarebbe partito l’input ai suoi colleghi di portarlo via, farlo sparire. Un dramma. Anche perché la distanza dalla strada era notevole e non era possibile portarlo a braccia. Attraverso i telefonini è partita quindi una frenetica ricerca di qualche connazionale che avesse la disponibilità di un’auto. Lo hanno trovato a Suzzara. Frattanto Kumar sarebbe rimasto agonizzante un paio d’ore in mezzo al campo, sotto un sole cocente. Quando in via Bordenotte è giunta la vettura tanto attesa, è stato portato in riva alla strada, in una zona alberata. Ma ormai il suo cuore non era più in grado di reggere, e quando è giunta l’ambulanza era ormai passato nel mondo dei più. Nel corso del setacciamento, durato un’intera giornata e conclusosi alle 21, sono stati identificati 13 lavoratori extracomunitari di varie nazionalità. Quattro sono risultati occupati in nero. Di questi, tre erano senza permesso di soggiorno. Ma il documento è stato richiesto d’ufficio per motivi di protezione sociale. Sono ritenuti, infatti, testimoni del malore e del successivo tentativo di farlo figurare accaduto da altra parte. Uno, il senegalese Kalifa Ndiaye, 33 anni, è stato arrestato non avendo ottemperato ad un decreto di espulsione (ieri ha patteggiato 5 mesi e 10 giorni di carcere ed è tornato in libertà). Altri 8, infine - secondo l’accusa - sono stati forniti irregolarmente dalla Cooperativi Facchini Vitelliani di Viadana. Oltre che di omicidio colposo, Costa dovrà rispondere anche di impiegato di manodopera clandestina. Sotto l’aspetto amministrativo, per il lavoro in nero dovrà pagare una sanzione di circa 90 mila euro, oltre al versamento della contribuzione evasa per più di 200 giorni per tutti i lavoratori.




Una vicenda simile (specie se si leggono parole come caporalato) ci riporta con la mente all'Italia della metà degli anni Quaranta. L'Italia delle lotte contadine, delle occupazioni delle terre, del bracciante comunista Giuseppe Di Vittorio divenuto segretario della Cgil. Solo che oggi non ci sono più le mondine o i mezzadri ed i braccianti italiani. Oggi la manodopera agricola (e parte sempre più significativa di quella industriale) è rappresentata dai migranti. Può sembrare paradossale, ma la loro situazione è molto peggiore di quella dei contadini e degli operai italiani degli anni Quaranta-Cinquanta. Questi ultimi, almeno, erano cittadini italiani e quindi avevano un minimo di tutela statale, almeno in teoria. Oltre a ciò, l'essere italiani favoriva il cementarsi (anche se non facile) di una solidarietà quantomeno classista. Oltre a ciò, in quegli anni c'erano due grandi forze di sinistra (il Pci ed il Psi) ed un sindacato radicato (la Cgil) che tutelavano in modo forte e sincero i diritti dei più deboli.

Oggi larga parte della classe lavoratrice è straniera, e le diverse zone di provenienza di operai e contadini rendono problematica la maturazione di una coscienza solidale in misura molto maggiore rispetto a quanto avveniva in passato tra italiani del Nord e meridionali. Il modello sociale è cambiato, per cui i disvalori individualisti sono divenuti predominanti. I partiti di sinistra non esistono più (meglio, quelli piccoli che ci sono si contraddistinguono per la loro querula rissosità e comunque sono fuori dal Parlamento, mentre le forze parlamentari che si dicono progressiste hanno abbandonato da tempo ogni orizzonte egualitario), il sindacato è imploso e vive una crisi di autorevolezza di dimensioni inedite.

In questo quadro, ha gioco facile quella parte di padronato (sia esso agricolo che industriale) il quale concepisce le leggi e l'etica unicamente come ostacoli al libero diritto al proprio arricchimento. Ovviamente, questa parte di padronato (che lo scrivente ritiene maggioritaria, altrimenti non si spiegherebbe come mai Italia muoiano tre o quattro persone al giorno per incidenti sul lavoro) non riconosce ai propri dipendenti alcun diritto. Fosse per alcuni (e l'articolo sopra ne è testimonianza incontrovertibile), si potrebbe tranquillamente tornare allo schiavismo.

Vijav Kumar, infatti, non era un lavoratore. Era uno schiavo. Di Vijav Kumar in questo paese che si crede civile ma che tale (almeno in larghe componenti di esso) non è, ce ne sono molti. Il liberismo sostiene (pur se ufficialmente nega ciò) che i diritti dei più deboli rappresentano la barriera all'arricchimento della società. In quanto barriera, quindi, essi vanno abbattuti. Si tratta di una vera e propria barbarie culturale, eppure tale aberrazione è alla base del funzionamento delle società attuali (chi non ci crede si documenti sull'operato del Wto, della Banca Mondiale, delle multinazionali del biotech, di quelle dell'abbigliamento sportivo e così via). Di fronte a ciò, la politica (sia a livello internazionale che nello specifico dell'Italia) assiste dall'alto della sua inanità. Anzi, sovente si rende complice di tali scempi alla dignità dell'uomo. Rimanendo alla vicenda di Viadana, infatti, non ci si spiega perché Kalifa Ndiaye sia stato arrestato. O meglio, ce lo si spiega quando ci di rende conto che oggi l'essere poveri e l'avere fame (nel senso letterale del termine) sono diventati comportamenti penalmente perseguibili.

Vijav Kumar è morto per un infarto causato da troppo lavoro. Non viveva nelle piantagioni di cotone statunitensi dell'Ottocento, ma nella sedicente civile Italia del 2008. Egli rappresentava il lavoratore ideale: straniero, non bianco (quindi guardato male da larga parte degli italiani), senza permesso di soggiorno (quindi facilmente ricattabile, infatti lavorava senza che il suo datore di lavoro si sia degnato di metterlo in regola), senza ferie né orario e con uno stipendio da fame. Egli era l'incarnazione ideale del modello di flessibilità che una certa politica ed un certo padronato sognano: zero potere contrattuale ed il solo diritto di essere mandato a casa se protesti. Nessuno lo piangerà e nessun telegiornale si soffermerà su di lui.

Stiamo costruendo il migliore dei mondi possibili. Tra l'Italia di Scelba e quella di Maroni c'è stata solo una parentesi che è stata rimossa. Il giorno in cui saremo tutti Vijav Kumar l'opera sarà definitivamente compiuta.





NOTE
(1): Per la quale si veda http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Decreto-Sanjust/2032799/2/0