2007.05.27 – Nassiriya



Teniamo a mente questi nomi: Vincenzo Lops; Bruno Stano; Georg Di Pauli. I primi due sono dei generali dell’Esercito Italiano, il terzo un colonnello dei Carabinieri.
L’altro giorno il Procuratore Militare di Roma, dottor Antonino Intelisano, ha mosso loro un’accusa molto grave: omissione di provvedimenti per la difesa militare (articolo 98 del Codice Penale Militare). In pratica i tre rivestivano ruoli di comando nella missione militare italiana in Iraq (Lops e Stano l’hanno guidata, seppur in tempi diversi, mentre Di Pauli comandava un’unità specializzata multinazionale) e sono sostanzialmente imputati di non aver posto in condizioni di sicurezza adeguate la base militare Maestrale di Nassiriya. Quella che, per intenderci, venne colpita il 12 novembre 2003 da un attacco nemico che causò il decesso di 19 persone.


In sostanza, questa è l’ipotesi degli osservatori esterni, i vertici militari italiani non avrebbero dotato la base di adeguate misure di sicurezza la base in quanto volevano far intendere alla popolazione locale (e, aggiungo io, anche all’opinione pubblica italiana) che la loro non era una missione bellica, bensì di pace. E così i nostri vertici militari hanno sistemato i nostri militari in un luogo eccessivamente centrale di Nassiriya non costringendo nemmeno chi volesse avvicinarsi alla stessa a percorrere una strada obbligata a zig-zag che ne impedisse eventuali volontà distruttive. In pratica, mi si perdoni la brutalità, essi avrebbero favorito una sorta di tiro al piccione sugli uomini da loro comandati.

Fin qui l’accusa e alcune ipotesi (ricordando doverosamente che nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva). Ora alcune considerazioni: innanzitutto, in questi casi c’è sempre qualcuno che con notevole sprezzo del pericolo dice che quello del militare non è un lavoro normale e che un uomo (o una donna) in divisa deve sempre tener presente che ha un alto rischio di morire. Già messa così la logica mi pare aberrante, ma anche dandola per condivisibile credo non si possa non ricordare che un militare è un essere umano (ed un lavoratore) come tutti gli altri e che quindi ha il diritto di vedersi tutelato nella misura più ampia possibile in ogni sua azione. Forse a Nassiriya non lo si è fatto.

E ancora: la vogliamo finire di dire che la nostra missione in Iraq è (non dico: è stata) una missione di pace? Chi scrive non è pacifista (ed ha sempre condiviso una convinzione di un filosofo di Treviri il quale riteneva che, volenti o nolenti, è la violenza la levatrice della storia) ma non per questo accetta l’ipocrisia. Siamo andati in Iraq perché l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ed i suoi uomini pensavano che la spartizione della torta dell’Iraq preparata a Washington prevedesse qualcosa (anche solo un po’ di briciole) anche per noi. E per farlo si è allegramente calpestato l’Articolo 11 della Costituzione Italiana, quello cioè che afferma come l’Italia ripudi la guerra come mezzo di risoluzione di controversie internazionali. Faremmo bene a vergognarcene.

Se la Procura Militare di Roma provasse che Lops, Stano e Di Pauli si fossero comportati in modo talmente dilettantesco potremmo sostenere senza timore di smentite che davvero per ipocrisia, per celare una verità palese anche a un bambino, sia stata messa a repentaglio la vita dei componenti il contingente italiano. E che l’attacco alla base di Nassiriya avrebbe potuto essere evitato o, quantomeno, avrebbe potuto essere reso più difficile e quindi meno distruttivo.

Nonostante il silenzio sulla vicenda che i mass media hanno fatto calare (chissà perché?), c’è una nazione che chiede giustizia.

Speriamo possa averla, anche se io inclino sempre al pessimismo.