2007.05.21 – Somiglianze



Da sempre la mia cena è accompagnata dalla visione del Tg1.
E’ un’abitudine che, con l’andare degli anni, diventa via via meno gradita.
Questo non perché la concorrenza sia migliore (preferirei non sprecare aggettivi per il Tg5 e limitarmi a ricordare che qualcuno ha soprannominato Carlo Rossella, che di quella testata è il direttore, Rossella O’Hara), ma perché il livello delle scelte editoriali è molto basso. Non è possibile sopportare ancora il vecchio “pastone” politico, ad esempio. Perché tutte le sere dobbiamo assistere alla spartizione dell’etere pubblico tra maggioranza ed opposizione e sorbirci tre dichiarazioni di membri della primi e due della seconda? Perché tutte le sere io devo conoscere l’opinione di Mauro Fabris dell’Udeur o di Ignazio La Russa di An? Non esiste un modo diverso e più intelligente di raccontare la politica rispetto a questo servilistico porre il microfono sotto la bocca dell’onorevole di turno? Esiste ancora la dignità del giornalista o questo deve per forza accucciarsi devotamente vicino al potente, aspettare che questo soddisfi la sua incontinenza verbale? Si deve assomigliare ad Ilaria Alpi o a Monica Lewinsky? E di chi è il Tg1? Di chi lo guarda o di chi vi vuole entrare a tutti i costi?

Speravo che Gianni Riotta sapesse imprimere al Telegiornale una svolta rispetto agli anni tristi della direzione Mimun ed invece mi pare che poco sia cambiato. Il Tg1 ha avuto un cambio di linea politica (da un berlusconismo impudico come la Lolita nabokoviana ad una Viasolferinizzazione spinta con amorevole simpatia verso il neonato Pd) ma non un innalzamento del livello giornalistico (ed etico, mi si passi la parola grossa).

L’amarezza più grossa mi viene quando vedo Giovanni Masotti e Giulio Borrelli (corrispondenti rispettivamente da Londra e New York) costretti a riferirci un giorno sì e l’altro pure di eventi assolutamente insignificanti. Il primo parla spesso di caccia alla volpe e di pettegolezzi reali, mentre il secondo ci racconta la vita e le prodezze di Ann Nicole Smith, di capriccetti da attori hollywoodiani, di shopping più o meno forzato. Ora, passi per Masotti (il cui arrivo a Londra sarebbe spiegabile solo con l’introduzione della categoria mistica del quarto mistero di Fatima se non sapessimo la sua fedeltà a Silvio Berlusconi) il quale non può certo ambire a vincere un Pullitzer, ma Borrelli (su cui comunque potrebbero dirsi cose non proprio elogiative) un qualche rudimento di giornalismo ce l’ha. Egli potrebbe essere messo in condizioni di raccontarci i veri problemi, le profonde contraddizioni, i tormenti che attraversano una nazione affascinante e complessa come gli Usa. Questo è il ruolo del giornalismo: raccontare, scavare per cercare la verità nei meandri più nascosti. Non fare del pettegolezzo, del sensazionalismo da botteguccia di parrucchiere di un paesello provinciale. Il suo direttore – che da Fazio tempo fa spiegava come si guida un Tg alzando il ditino indice, segno di terribile spocchiosità – evidentemente vuole altro e gli chiede di parlare dei manager statunitensi che vanno in pensione e si annoiano (beati loro, avessero i nostri problemi di scalone, Tfr e previdenza integrativa sarebbero parecchio sul chi vive).

È il nuovo che avanza.

Somiglia troppo al vecchio per pensare di poter andare lontano.