2007.04.16 - Tredici anni
Non so perché li chiamino quartieri popolari. Dovrebbero chiamarli
quartieri impopolari, ma io sono sempre stato dell’avviso che non si tratti di
una questione nominale.
C’è chi dice che oggi non ha più senso parlare di classi sociali, ma è un’illusione che va riservata solamente agli stolti. Io la vedo come Edoardo Sanguineti e penso che il predominio delle classi più ricche su quelle povere – dei padroni sui proletari, diciamolo senza paura – sia vivo più che mai. Certo, le sue forme sono meno nitide di una volta. Tuttavia, e non mi si accusi di pessimismo, ciò non significa che sia in corso un allargamento del fronte padronale (e quindi una migliore distribuzione delle ricchezze). La realtà è che assistiamo ad una proletarizzazione di alcune fasce dei ceti borghesi (favorita dalla crescente precarizzazione del lavoro). Ergo, per essere chiari fino in fondo, i ricchi diventano sempre più ricchi ed i poveri sono meno poveri solo nella misura in cui essi sono consumatori (cioè oliano e fanno girare la macchina del capitale). Ma una volta che il loro reddito viene bruciato per bisogni indotti dal consumismo, eccoli che ritornano al loro stato originario di moderni servi della gleba. E per i servi della gleba ci sono appositi lavori (i più umilianti), apposite abitazioni (nei quartieri più malfamati), appositi negozi e così via…
A tutto questo pensavo oggi mentre il Tg2 mostrava le immagini dei caseggiati ove è avvenuta l’ennesima tragedia figlia del male di vivere. Si era a Taranto, nel quartiere Paolo VI. Si tratta di una zona di palazzoni alti e grigi, non ancora vecchi e già semiscrostati. I piazzali erano tutti di asfalto, non c’era un’ombra perché non c’era traccia di un albero. Sul piancito antistante un palazz, una grossa macchia di sangue già parzialmente rappresa dal sole. È ciò che rimaneva di una bambina di tredici anni, gettatasi dalla finestra dell’abitazione di alcuni parenti. Ottavo piano. Morte immediata.
La bambina, orfana di padre e sofferente di vari disturbi psichici, tempo fa era stata affidata ad un istituto. Tuttavia, la sua permanenza in questo luogo pare sia durata poco per una complessa serie di problemi. Così la piccola è tornata dalla madre e dal patrigno in una famiglia economicamente piuttosto disagiata. Oltre a ciò, la bambina aveva denunciato di essere stata sottoposta ad abusi sessuali in almeno un paio di occasioni. Colpevole (presunto, perché non ci sono mai stati riscontri precisi a tali accuse) un militare napoletano di stanza della città dei Due Mari (ma anche questo va dimostrato, le notizie sono molto frammentarie).
Ieri il volo dall’ottavo piano ed una vita si è spenta. Bisognerebbe chiedersi che vita sia stata la sua. Poche bambole e molte lacrime, molte domande senza risposta e poche occasioni afferrate (perché ancor meno ce n’erano da cogliere), poche favole e molta realtà. Troppa realtà.
Non ho mai compreso se il gesto del suicidio sia un atto di supremo coraggio o di grande vigliaccheria. So solo che dietro una decisione del genere vi è un dolore enorme, una fame infinita di fine. E quando la scelta di uccidersi viene presa a tredici anni è perché quella fame è elevata all’ennesima potenza. Che una vita non abbia senso dopo che si siano espletati dei tentativi per indirizzarla in un senso o nell’altro è comprensibile: enormemente doloroso ma comprensibile. Ma quando si decide di congedarsi a tredici anni, ancor prima che quei tentativi possano solo minimamente essere stati abbozzati, significa che nell’esistenza di un essere umano non c’è stato mai un solo momento di felicità. E questo non può essere accettato, questo è davvero troppo.
Non so che cosa rimarrà di questa vita (di questa non-vita?) spentasi a 13 anni in una periferia di una città che voleva essere industriale e che tale non è mai compiutamente diventata. Io temo che della bambina non rimarrà niente. Ognuno di noi, a partire di chi sta scrivendo questa serie di banalità, si dimenticherà presto di quanto è accaduto ieri. Gli ultimi, bisogna essere onesti e riconoscerlo, quando cadono fanno ai nostri orecchi assai meno rumore di quanto sarebbe opportuno.
Così, quando tra pochi giorni il sole avrà definitivamente cancellato quella macchia oblunga, di questa ragazzina non rimarrà nulla. Mi piacerebbe che qualcuno fosse capace di provare un minimo di indignazione dinanzi a tutto questo, ma lo sdegno non fa audience e non porta pubblicità.
Tredici anni e voler morire.
Tredici anni.