2007.04.02 – Indecoroso
Non ne ho parlato prima perché a me sembrava addirittura un pesce d’aprile. Invece non lo era.
Il 31 marzo ad un Congresso svoltosi all’Hotel Palatino di Roma c’è stata una rissa tra i sostenitori di due opposte visioni dell’argomento in discussione. Certo, chiunque – ed io per primo – pensa che ai Congressi ci siano solo persone pacate e civili, uomini e donne che fanno dell’argomentare e della razionalità una ragione di vita ancor prima che un’applicazione pratica delle norme della buona educazione. Un confronto tra darwinisti e lamarckiani, o uno tra neoplatonici ed aristotelici, o anche uno tra realisti ed astrattisti: ecco, questo è un Congresso (o un convegno) in cui si confrontano idee e visioni di quell’entità iper-complessa che siamo soliti chiamare mondo. Un ambiente ove, senza che vi sia quel passaggio filosofico “tesi-antitesi-sintesi” (che io ritengo quasi sempre inutile), la dialettica rimanga nei binari della correttezza e del rispetto.
Ma quel Congresso era un Congresso particolare: era quello del Nuovo Psi. Ed allora capite tutti che non ci sono neoplatonici, astrattisti o darwinisti che tengano. Quando è salito sul palco un gigante della politica come Gianni De Michelis (non si commenta ulteriormente perché si è contrari all’accanimento terapeutico) inesorabilmente gli astanti sono stati colpiti non tanto al cervello, ma al cuore, allo stomaco, alle viscere. Dinanzi a uomini simili o si va in un brodo di giuggiole irrazionale come un innamoramento, o altrettanto irrazionalmente ci si sente il sangue affluire agli occhi e la vista annebbiarsi nella cruda, spessa e ruvida estasi della rabbia. Anche stavolta non si è potuto fare eccezione: gli animi si sono accesi, le passioni si sono dilatate fino ad esplodere. Da un lato i fans di De Michelis si sdilinquivano nel sentire il loro oracolo, dall’altro i devoti di Stefano Caldoro i quali, comprensibilmente invidiosi dello charme intellettuale dell’oratore, hanno pensato bene di interromperlo con bordate di fischi. Da lì è scaturito il parapiglia iniziato nella sala e proseguito poi all’esterno: dalle voci dal sen fuggite si passava alle vie di fatto con virili e prosaici cazzottoni. Il motivo del contendere è presto detto: De Michelis, da buon ballerino esperto di piroette, pare intenzionato a riprendere un dialogo con Enrico Boselli per riportare il partito nell’alveo del centro-sinistra; Stefano Caldoro (che con Berlusconi ha ricoperto persino l’incarico di ministro acquisendo così una seppur minima popolarità anche oltre il balconcino di casa sua, per cui serba una tutto sommato ammirevole riconoscenza verso l’uomo con le orecchie più grandi di Arcore) non ne vuole lontanamente sapere di lasciare la CdL. Ergo: rissa da far west.
Ora, se la questione si limitasse ad una realtà quantitativamente e qualitativamente poco più che irrilevante qual è il Nuovo Psi, la cosa potrebbe essere liquidata con il sorriso sulle labbra. Il problema è che oggi l’innalzamento della rissosità interna ai partiti politici è salito in misura esponenziale. A parte Forza Italia – che però non è un partito ma un’entità la cui corretta definizione comporterebbe allo scrivente un’aspra condanna in sede penale – quasi tutti i partiti stanno fronteggiando rischi di scissioni. E tutte queste minacce di spaccamento non sono dovute a diversità di lettura della società, a questioni di vera politica. No, sono questioni di strategia: “io voglio stare di qua”, “io di là”, “io chiedo questo”, “io pretendo quello”.
Bisognerà fermarsi a riflettere sia sull’atomizzazione della politica che sulla professionalizzazione di chi la fa. Partitini sempre più minuscoli per leader i quali, invece di interpretare la società e sforzarsi di migliorarla attenuandone le distorsioni, cercano di ritagliarsi visibilità e la sicurezza di un seggio per la prossima legislatura e quelle a venire. Non credo che tutto questo dipenda in via esclusiva dal sistema elettorale (fermo restando che esso fa schifo e non da oggi, ma già dai celebri referendum promossi da Mario Segni). Non vorrei sembrare pessimista, ma ho l’impressione che tutti ci siamo seduti su noi stessi, che la dimensione progettuale che dovrebbe essere l’elemento fondamentale alla base di ogni candidatura sia ritenuta dai più come un orpello retorico, un retaggio di un tempo passato utile quanto un’auto Euro 1 nelle domeniche anti-smog.
Trenta-quaranta anni fa c’erano le battaglie (e perfino le risse) per gli ideali. Oggi ci sono quelle per i sottosegretariati. Non vorrei cadere nella trappola di chi pensa sempre che il passato sia l’età dell’oro ma non posso non pensare che la disaffezione odierna verso la politica – giusta o sbagliata che sia – una qualche causa ce la deve pur avere.
Lo spettacolo, infatti, troppo spesso è indecoroso.