2007.02.22 - Parlo d'altro



Non ho voglia di parlare delle dimissioni del governo Prodi.
Il fatto che nel 2007 un paese si regga ancora su Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Sergio Pininfarina mette tristezza.
E mette tristezza anche il fatto che due peones (il rifondazionista Franco Turigliatto e l’ex cossuttiano Fernando Rossi) possano (al di là delle loro posizioni e delle loro scelte, che possono essere ritenute più o meno condivisibili) essere additati in modo brutale come i killer politici di Romano Prodi. Se il governo cade, non è per colpa della costantemente vituperata sinistra radicale (che bello deve essere fare giornalismo andando sul luogo del delitto portandosi già il colpevole pronto da casa…). Non a caso, sia il Prc che il PdCI ed i Verdi hanno appoggiato il discorso di D’Alema ed hanno votato compattamente per le opzioni di politica estera delineate dall’esponente diessino (con le uniche eccezioni di cui sopra), pur con qualche mal di pancia. Un po’ più curioso è stato l’atteggiamento di Andreotti, Cossiga e Pininfarina (quest’ultimo non si vede mai a Palazzo Madama e non capisco per quali meriti gli sia stato conferito il titolo di senatore a vita), i quali hanno votato contro Prodi per un motivo semplicissimo: l’esecutivo è troppo a sinistra, l’ala rosso-verde del governo si dimostra indocile alle esigenze vaticane e statunitensi, meglio cercare di far rientrare in gioco i super-pompieri dell’Udc Follini e Lombardo cercando di ridurre così in un angolo (se non di estromettere del tutto) Diliberto, Giordano e Pecoraro Scanio. Così va il mondo ed un governo (che pure fin qui non aveva certo governato bene) sarà sostituito da uno peggiore. Ma di tutto questo troveremo il modo di parlare nei prossimi giorni.


Oggi volevo infatti parlare di una vicenda che mi ha davvero rattristato. L’altro giorno, presso l’ospedale di Careggi, una donna è deceduta ed i suoi parenti hanno autorizzato l’espianto dei suoi organi per la donazione. Un gesto di grande sensibilità, se non che queste persone erano del tutto ignare del fatto che la donna fosse sieropositiva, e che quindi i suoi organi non erano adatti a essere trasferiti in un altro essere vivente. Tuttavia, come è ovvio che sia, esistono delle procedure di sicurezza le quali consentono di accertare la sieropositività del donatore e quindi di bloccare l’espianto. Infatti, le procedure sono state avviate, ma la biologa preposta a questo compito ha, per una distrazione sciagurata, sbagliato a compilare un cartellino (scrivendo, credo, “positivo” al posto di “negativo”) per cui gli organi sono stati trapiantati lo stesso. Così, oggi ci sono tre persone (alla donna deceduta sono stati infatti espiantati il fegato ed i reni) che, assieme alla speranza di un’esistenza migliore, hanno ricevuto anche la quasi certezza di poter contrarre l’Aids.

Pare che la biologa, una professionista seria e stimata, sia distrutta dal suo errore. Comprensibilmente, coloro i quali hanno usufruito del trapianto sembra alternino momenti di sconforto a momenti in cui sperano solo che sia tutto un incubo, e che da questo incidente non possano subire alcuna conseguenza. Speriamo che la sorte sia magnanima con loro.

Alcune cose: il sistema dei trapianti in Italia funziona ed è sicuro (questo è il primo incidente serio della storia sanitaria italiana in un quarto di secolo) e la sanità toscana è su livelli di efficienza molto elevati. Purtroppo, l’uomo è un animale fallibile, e a volte si creano situazioni in cui l’errore è inevitabile nonostante la costruzione di sistemi di sicurezza assoluti. Questo è stato uno di quei casi. Naturalmente, spiegare una cosa del genere ai trapiantati ed ai loro congiunti è impossibile: la ragione è comunque – giustamente – dalla loro parte e non si può obiettare nulla. Per di più (principio che deve valere sempre) chi ha sbagliato deve rispondere del suo errore, anche quando questo è stato compiuto in totale buona fede. Rispondere non significa né punire né subire vendetta. Rispondere significa stabilire e far rispettare delle regole che servano a far comprendere a tutti che dietro ogni nostro atto vi sono conseguenze che possono avere una gravità enorme.

Nessuno chiede il carcere per la biologa. Al contrario, si chiede che di tre vittime (ché tali possono essere definite) dell’incidente non se ne faccia una quarta. Ma un’ammissione delle proprie colpe è dolorosa quanto necessaria. Ne va del nostro vivere civile.