2007.01.10 - Odio di classe
Avrei voluto parlare dell’ennesimo colpo giornalistico realizzato da
Fabrizio Gatti, il bravo reporter de “L’Espresso” che, dopo essere andato nei
campi con i braccianti africani ed essersi fatto chiudere in un Cpt, stavolta
si è finto operaio e per un mese ha girovagato all’interno del Policlinico
Umberto I di Roma denunciandone le precarie condizioni igieniche.
Non dirò
niente sulla vicenda, se non per rivolgere a Gatti i miei più sinceri
complimenti: questo significa svolgere la professione giornalistica con serietà
e rigore.Parlerò invece di un intellettuale tra i più intelligenti e significativi che il nostro paese abbia, Edoardo Sanguineti, il quale è candidato alle primarie del fronte progressista per le prossime elezioni comunali di Genova, città dove vive ed insegna. Sanguineti, notoriamente marxista, è appoggiato dal cosiddetto correntone DS, dai Verdi e dai due partiti comunisti. Il 5 gennaio, parlando in un incontro pubblico, Sanguineti ha detto che “i potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato” da un “odio di classe” il quale si scagli in modo particolare contro la riduzione dell’uomo a pura merce.
Si è ovviamente aperto l’usuale teatrino di polemiche all’italiana, con le solite quattro galline che hanno scoccodellato nell’aia mediatica nazionale. Trattandosi di galline, ovviamente blateravano senza sapere di chi e cosa stessero parlando: Sanguineti è il solito estremista, Sanguineti spaventa i moderati (lo ha detto il potente Presidente della Regione Liguria, il diessino Claudio Burlando), Sanguineti è rincoglionito, gli intellettuali fanno solo danni e così via.
In realtà, Edoardo Sanguineti ha espresso concetti condivisibili: perché un giovane lavoratore precario con un contratto che gli viene rinnovato di due mesi in due mesi, senza contributi pensionistici, non dovrebbe odiare chi lo costringe a lavorare senza diritti? Perché i nigeriani che si vedono portare via il petrolio da sotto gli occhi non dovrebbero odiare gli occidentali? Perché il migrante richiuso in un Cpt come fosse un cane rabbioso non dovrebbe odiare noi italiani che lo priviamo dei diritti minimi di cittadinanza? Perché il lavoratore italiano non dovrebbe odiare chi gli toglie il 50% del TFR (e cioè il 50% di una quota del proprio salario, ché il Tfr non è una forma di contribuzione ma una parte del salario che si dice “differita”) per obbligarlo a versarlo su un fondo privato (che, alla prima speculazione borsistica, potrebbe tranquillamente cadere come un castello di carte) adducendo che l’ente pensionistico pubblico altrimenti non potrebbe reggere economicamente, quando invece l’ente pensionistico pubblico stesso reggerebbe senza la minima difficoltà se solo i giovani neo-assunti venissero regolarizzati con contratti degni della dignità umana e non con queste forme di flessibilità che ci vengono presentate come la quintessenza della modernità e che invece sono solo e semplicemente una forma di neo-tirannide?
Perchè?
A queste domande non troveremo mai risposta. Concetti come lotta ed odio di classe, ha ricordato Ida Dominijanni su “il manifesto” di domenica 7 gennaio “fanno parte di [un] serbatoio di indicibili oscenità: sono letteralmente fuori scena nel teatrino politico corrente, e perbenisticamente censurate dal discorso corrente della sinistra”. Ciò spiega il terrore con cui le ha accolte Burlando, il quale, con un riflesso degno dei cani di Pavlov, ha subito temuto per le coronarie dei moderati. Ecco, se i DS hanno tutto questo timore di urtare la suscettibilità dei moderati, perché non si sciolgono (verbo non casuale) direttamente in essi, perché non fanno una fusione con Clemente Mastella lasciando a questi la guida del partito? E’ facile fare una politica moderata prendendo i voti del popolo di sinistra ed è ancora più facile fare i pompieri usufruendo dell’acqua altrui. Perché dichiararsi di sinistra comporta come logica conseguenza la difesa degli interessi dei ceti più deboli, che sono quelli indicati da Sanguineti (i “proletari [che] oggi sono anche ingegneri, i laureati, i lavoratori precari”) e non quelli, tanto per rimanere alle elezioni amministrative di Genova, indicate dalla famiglia Garrone, la quale ha un suo candidato alle primarie (Stefano Zara, già presidente di Assoindustria Genova) che chiede più asfalto ed autostrade (come se Genova, una delle città più belle d’Italia, non fosse stata già abbondantemente sfigurata dal punto di vista ambientale-paesaggistico) (1).
Qualcuno ha subito detto che le parole di Sanguineti richiamavano ed invitavano in un certo qual modo all’uso della violenza. Non c’è strategia (magari non scritta, ma comunque tale) più vecchia e vigliacca di chiedere l’autocensura agli intellettuali perché essi potrebbero risultare padri spirituali degli stolti. Al “Corriere della sera” di domenica 7 gennaio, Sanguineti replicava che anche Gesù Cristo aveva detto moltissime cose ma che non era certo imputabile a lui l’Inquisizione, che pure in suo nome fu compiuta. Chi ha voluto capire, ha capito.
In realtà, non c’è odio nelle parole di Sanguineti. A meno che non si voglia chiamare odio l’aspirazione all’uguaglianza, la difesa dei deboli, la richiesta di nuovi diritti. Se fosse solo la destra becera ed incolta ad avversare Sanguineti, nessuno se ne farebbe un problema. Il guaio è che proprio la sinistra, che nei valori evocati e difesi dal poeta ha la sua storia e la sua unica ragion d’essere, dimostra un imbarazzo sempre meno celabile nei confronti di chi con forza si oppone alla deriva liberistica del mondo contemporaneo. Più che discutere di Sanguineti, cui dovremmo solo rivolgere sentiti ringraziamenti, dovremmo iniziare a ragionare di Burlando (per rimanere a Genova), D’Alema e Fassino.
Servirebbe a qualcosa?
NOTE
(1) http://www.adnkronos.com/3Level.php?cat=Liguria&loid=1.0.650486935